Usucapione e mediazione: qualcosa si muove…

Dopo le pronunce “negative”, anche una “positiva”. Si tratta infatti di un provvedimento che omologa un verbale di conciliazione in cui si perfeziona l’usucapione.
Dico positivo o negativo, perché magari per qualcuno sarà errato ritenere ammissibile il perfezionamento dell’usucapione in sede di mediazione e per qualcun altro, invece, corretto.

La versione negativa, poggia – di solito – su alcune argomentazioni:

  1. il verbale di conciliazione non compare tra gli atti che possono essere trascritti (2643 c.c.)
  2. occorre la sentenza del giudice per dichiarare l’usucapione poiché il 2651 c.c. prevede la trascrizione delle (sole?) sentenze che l’accertano.
  3. In mediazione non devono essere verificati ed applicati gli istituti processuali, quindi, un accordo di conciliazione potrebbe comportare la lesione di diritti di terzi

Considerazioni:
1. 1.  E’ vero, il verbale di conciliazione non compare nel testo dell’art. 2643 c.c.: forse si tratta di una dimenticanza del legislatore che ha scritto il 28/2010 senza aggiornare tale articolo? Questo silenzio – insomma –  è rifiuto o accoglimento? In altre parole il mancato aggiornamento dell’art 2643 significa che l’accordo di conciliazione è vietato?
1.2.  L’art. 2643 c.c.  consente di trascrivere gli atti di transazione: dunque sembra poco razionale ammettere la trascrizione della transazione e non dell’accordo conciliativo che può avere la stessa funzione di evitare o risolvere la lite
2. La sentenza non è costitutiva, ma solo dichiarativa, ergo nulla osta in termini funzionali a sostituire l’accertamento del giudice con l’accertamento negoziale congiunti e volontario delle parti.

La sentenza che segnalo non si occupa direttamente di questi aspetti, ma dell’ultimo (il punto 3): il contraddittorio.

La mancanza di uno specifico obbligo di verificare e rispettare il contraddittorio (artt. 101 e 102 c.p.c.) è talvolta usato come argomento contro la possibilità di accordi di mediazione in materia di usucapione. Si sostine, infatti che la mancata verifica del contraddittorio potrebbe ledere i diritti di terzi. L’argomento, invero, pare un po’ debole: l’accordo infatti essendo un contratto può produrre effetti solo tra le parti. Inoltre il terzo pretermesso ha una tutela anche nel caso di sentenza emessa in violazione del principio del contraddittorio (art. 105 c.p.c. a processo pendente in primo grado, art 344 c.p.c. intervento in appello, o finanche a sentenza passata in giudicato ex art. 4040 c.p.c. con l’opposizione di terzo).

Ora, comunque sembra proprio che il fatto che la legge non imponga al mediatore di verificare l’integrità del contraddittorio, non impedisca al giudice di effettuare la medesima verifica in un momento successivo (in questo caso quello dell’omologa). Pare una soluzione concreta e pragmatica.

Semmai si potrebbe porre un problema di responsabilità per il mediatore e/o l’Organismo, nella misura in cui durante la procedura si sia effettuata una “istruzione” documentale non completa, ad esempio perché non sono state inviate le parti a depositare idonee visure (che non sono quelle catastali, ma quelle rilasciate dalla Conservatoria dei Registri Immobiliari – Agenzia del Territorio). In tal caso, infatti, le parti sarebbe costrette ad un surplus di attività (e quindi di costi) determinata:

  • dalla necessità di integrare i documenti per consentire l’omologa (come nel caso di specie)
  • dalla necessità di convocare altre parti non convocate, poiché non individuate in ragione dell’assenza della visura.
Nel primo caso si tratterebbe probabilmente di poca cosa e sarebbe sufficiente un semplice deposito della visura mancante, mentre nella seconda ipotesi, si tratterebbe di iniziare di fatto daccapo….

Davvero un bell’esempio di giurisprudenza che fa interpretazioni non formalistiche, ma calate nella realtà e che cerca di colmare in un modo rispettoso dei principi fondamentali le lacune della legge.

La differenza, come sempre, la fanno le persone.

 

 

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