Terremoto, bombe e …diritto: un mondo ingiusto (?)

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

I tragici fatti di questi giorni, mi hanno riportato alla mente i famosi  versi di Quasimodo che vorrei prendere a prestito per riflettere non tanto sul senso di solitudine (che pure è l’amaro prezzo che  talvolta paghiamo ad una società sopraffatta dai mezzi di comunicazione che paradossalmente finiscono per distruggere relazioni autentiche in favore di contatti solo virtuali…) quanto sul senso di estrema precarietà della nostra condizione di esseri umani.

Ormai non ci fermiamo più a riflettere sul fatto che la nostra vita è sempre attaccata ad un sottilissimo filo: ci auto-inganniamo continuamente pensando o dando per scontato che siamo noi i padroni, controllori o driver della nostra vita.

Non è così.

Ci ricordiamo di come funzionano davvero le cose solo quando si verifica un evento tragico che, immediatamente scatena i nostri moti interni di giustizia.

Non è giusto morire per una bomba, né sul posto di lavoro. E d’altronde è giusto cercare e punire i responsabili. Sia le scuole che le fabbriche dovrebbero essere posti sicuri: il condizionale purtroppo è d’obbligo e mentre per i luoghi di lavoro come nota Gabrielli bisognerà chiedersi come possano crollare opifici costruiti negli anni 2000, per gli attentati ci sentiamo impotenti.

Ci sentiamo impotenti, perché lo siamo.

Non abbiamo noi il controllo degli eventi e seppure è ovvio che le norme siano indispensabili per una società civile, non possono avere il monopolio della nostra vita; ed invece il sentimento di (in)giustizia pervade – oggi – completamente la nostra esistenza. Siamo diventati la società dei diritti, anche se per ogni diritto che si rivendica, deve esistere un corrispettivo dovere e di persone che si sentono in dovere non se ne vedono molte in giro. Almeno non tante quante quelle che si sentono dalla parte del giusto…

Piangiamo, soffriamo o diventiamo tristi quando qualcosa di improvviso e terrificante sconvolge, direttamente o indirettamente le nostre vite apparentemente calme e tranquille e… poi ricominciamo daccapo.. però senza quasi fare tesoro dell’esperienza.

Certo, si potrebbe obiettare che non sta a noi –  e qui intendo tutti i non tecnici del settore – dettare le regole per costruire case antisismiche o farle rispettare in sede di realizzazione; si potrebbe obiettare che chi mette la bomba è un folle o un criminale.

I mezzi d’informazione non ci aiutano, anzi tendono ad urlare ed esaltare le notizie creando in noi l’effetto opposto: il desiderio di cambiare canale, di voltare pagina o di arrendersi…sospirando che n0n ci possiamo fare nulla.

Il che è vero in molti casi, ma falso in altri.

Il fatto è che usiamo la parola magica “ingiustizia” in casi troppo diversi, per intensità emotiva, conseguenze economiche, fisiche o psicologiche. E soprattutto che usiamo la stessa macchina della giustizia per fare tutto questo.

Qualche giorno fa  nel programma di Rai 3 la vedova di Vito Schifani constatava disincantata i risultati di 20 anni di percorsi giudiziari ed i loro effetti.

Ci sono battaglie che devono essere combattute ed altre che, invece, non dovrebbero nemmeno essere iniziate. Eppure molte di queste ultime affollano  i nostri tribunali: mi chiedo spesso se il moto d’ingiustizia, la voglia di “vendetta” – assolutamente legale, beninteso – sottostanti – hanno mai fatto i conti con la poesia di Quasimodo.

E’ giusto impiegare la macchina della giustizia per conflitti assolutamente normali nella società umana, investendoci del tempo e risorse che crediamo di controllare?  Il filosofo Eligio Resta parla di tribunalizzazione del conflitto.

Non voglio fare il qualunquista né il dissacratore, ma riflettere seriamente sul fatto che di vita ne abbiamo una sola e che forse ogni singola azione quotidiana andrebbe davvero soppesata perché potrebbe essere l’ultima per noi, per il nostro vicino che odiamo tanto, per il coniuge o il collega che ci fa infuriare.

Nessun giudice ci potrà mai restituire il tempo che passa. Ed è poco, davvero poco.

E’ difficile e doloroso pensare che quando prendiamo la macchina la mattina, potremmo non tornare a casa la sera,  poiché ogni anno sono coinvolte migliaia di persone in incidenti sulle strade. Questo però, purtroppo, fa meno notizia, ci siamo.. abituati: oltre 200.000 incidenti, 60.000 feriti, oltre 4.000 decessi. Ogni anno.

Cambiare è difficile, ma non impossibile.

Lungi da me l’intenzione di fare spot per qualcosa in particolare: vorrei  solo fornire un’occasione di riflessione sui costi indiretti del diritto. Le soluzioni possono essere le più disparate a partire da quel “disarmo unilaterale” che funziona così bene nel mondo animale e che, invece, con sempre maggior difficoltà viene applicato in quello umano. C’è sempre un motivo per lottare, ma nessuno per far la pace…

La prossima volta che saremo coinvolti in un conflitto che è assolutamente normale (non parlo ovviamente di morti per cataclismi o omicidi) guardando in fondo a noi stessi, non potremmo trovare qualcosa… da farci perdonare…?

 

 

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