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La “Bibbia”(3 o 4.0). Dove il diritto non arriva, la sanzione della rete.

bibbbiaLa sorte o gli uomini sanno essere talvolta davvero beffardi.

Utilizzare il nome di un testo sacro (almeno per qualcuno) per una raccolta di atrocità, però batte qualsiasi record.

Probabilmente in ottica di marketing sull’illegale mercato della pedopornografia, il nome vuole evocare un qualcosa di definitivo che lascia basiti. Ovviamente non è una questione di religione, ma di reati e della specie peggiore.

Anzi non è una questione solo di reati: rinchiudere la vicenda nelle maglie della legge rischia, infatti, di lasciar passare comportamenti ed atteggiamenti assolutamente inaccettabili. Almeno per un uomo o una società che vogliono ritenersi civili.

Da quanto ho potuto ricostruire esite un corposo (circa 4 GB) archivio che contiene immagini porno e pedoporno che ciclicamente riappare sulla rete grazie all’uso del dark o deep web o a diversi sistemi di anonimizzazione ed alla disponibilità delle strutture e infrastruttre di archiviazione on line.

L’anello debole di questa  catena sono i fornitori di spazio per l’archiviazione e la condivisione: ovviamente non possono conoscere in tempo reale tutto quello che viene immesso nei loro sistemi, però possono reagire ad una segnalazione.

Ed il problema è tutto qui: come reagiscono?

C’è che di fronte ad una segnalazione si attiva in 15 minuti rimuovendo tutto, chi ci mette 24 ore e chi chiede documenti d’identità, dichiarazioni giurate ed “ulteriori informazioni” facendo passare giorni e non ore. Quest’ultimo approccio è quello seguito da Dropbox, secondo la segnalazione di Matteo Flora ed una taggata di Andrea Lazzari.

Un approccio corretto, appropriato, soddisfacente, legittimo?

Ad ogni aggettivo corrisponde un dominio: appropriato o soddisfacente in che termini? Etici, legali, umani?

Legittimo è un termine che introduce direttamente all’ordinamento giuridico e forse la risposta del diritto protrebbe non piacerci come esseri umani. Soprattutto come esseri etici.

Se al caso di Dropbox fosse applicabile la legge italiana (sto solo ipotizzando) potrebbe anche risultare che il suo approccio non sia fonte di responsabilità penale. Magari non verrà dimostrata la consapevolezza (che rileva in termini generali, ma anche particolari, ossia per il singolo reato v. art. 600 ter e quater c.p.).

Ma in termini semplicemente umani e – quindi – di mercato?

La parola magica, è benchmark: come si è comporatata Dropbox rispetto ai suoi diretti competitor? O ancora c’è un competitor che si dimsotra più sensibile di un altro?

A questi livelli il diritto non arriva. Però ci possiamo arrivare io, voi e chiunque altro abbia necessità di spazio di archiviazione e sia per puro caso (mai sottovalutare il caso) venuto a conoscenza di questa vicenda.

Un discorso utopistico? Forse, ma neanche tanto: se alcuni provider fanno scomparire tutto in 15 minuti, significa che si preoccupano della loro immagine/reputazione digitale. Ed anche ognuno di noi contribuisce a creare o distruggere questa reputazione.

Grande cosa la meta-comunicazione: in questo caso non un messaggio esplicitio del genere “Io sono direttamente impegnato nella lotta alla pedo-pornografia  e quindi ho attivato un sistema che mi permettere di reagire in pochi minuti ad ogni segnalazione“.

Un messaggio attraverso i comportamenti (molto efficace): rimuovere effettivamente il materiale contestato in brevissimo tempo.

Altri provider, invece, non danno lo stesso messaggio in termini espliciti, ma anche in questo caso attraverso i comportamenti: il tempo che ci mettono a reagire (e se lo fanno davvero..).

Una questione di cautela che questi temi meritano. Nel dubbio, rimuovere. Anche se forse la legge non lo richiede. Lo richiede la nostra umanità.

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