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Diritto, telefoni e telematica

Oggi, nell’era del digitale, ci troviamo di fronte a strumenti di comunicazione che uniscono parola, immagine, suono. Il telefono, pur consentendo una comunicazione completamente interattiva e simmetrica, limita il numero degli interlocutori: una persona da una parte ed una dall’altra. Con la telematica (felice matrimonio tra informatica e telecomunicazioni) è possibile superare la verticalità e l’asimmetria della comunicazione. I nuovi sistemi di comunicazione telematica sono dei telefoni potenziati, in cui molti possono comunicare con molti, e tutti hanno pari grado e pari dignità. Con gli smartphone (telefoni intelligenti di ultima generazione) si può accedere ad internet, inviare e-mail, realizzare filmati, comunicare tramite VoIP, ed addirittura guardate la TV o navigare via satellite con GPS. Questo crea un certo divario tra diritto e sviluppo tecnologico. I vari Blackberry, iPhone e PDA consentono uno scambio interattivo di dati, testi, immagini e suoni tra diversi soggetti interconnessi, posizionati in ogni angolo del mondo.
Nonostante tali evidenti vantaggi, l’uso delle nuove tecnologie può comportare forme di responsabilità civili e penali per attività svolte in violazione dei diritti di terzi: lo scambio di dati che poniamo in essere ogni giorno, più volte al giorno, può ancora essere considerato semplicemente una conversazione telefonica? O è forse una comunicazione telematica?
Facciamo solo un esempio, pensando all’attività di intercettazione, definita da Cass. pen., sez. VI, sentenza n. 12189/2005 come la «..captazione occulta e contestuale di una comunicazione o conversazione tra due o più soggetti che agiscano con l’intenzione di escludere altri e con modalità oggettivamente idonee allo scopo, attuata da soggetto estraneo alla stessa mediante strumenti tecnici di percezione tali da vanificare le cautele ordinariamente poste a protezione del suo carattere riservato..». Tale attività di indagine può riguardare sia telecomunicazioni telefoniche sia, ai sensi dell’art. 266bis c.p.p., il flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici.
In base all’art. 103, comma 5, c.p.p., non è consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e dei loro ausiliari, né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite. Detto comma vieta, pertanto, le intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni dei difensori, garantendo l’esercizio del diritto di difesa. Va precisato, però, che si riferisce alle sole conversazioni o comunicazioni relative agli affari nei quali gli avvocati esercitano la loro attività difensiva.
Infine, riguardo alle infinite possibilità di collocazione spaziale dei diversi soggetti interconnessi, occorre considerare il principio in base al quale il ricorso alle rogatorie internazionali è dovuto solo quando l’attività captativa sia diretta a percepire contenuti di conversazioni che transitino unicamente in territorio estero.
È, pertanto, utilizzabile il contenuto di una intercettazione di conversazione disposta su una utenza ubicata nel territorio italiano, a nulla rilevando che l’altra utenza intercettata si trovi all’estero.

Monia F.

Fax e p.a., invio e ricevuta

Nel procedimento amministrativo, allorché l’amministrazione abbia espressamente abilitato l’istante all’uso del fax per la comunicazione delle osservazioni ai motivi ostativi all’accoglimento del ricorso, il rapporto di conferma costituisce prova dell’avvenuta trasmissione del documento, con conseguente presunzione di conoscenza dello stesso da parte del destinatario, il quale può vincerla solo fornendo la prova rigorosa della mancata funzionalità dell’apparecchio ricevente.
Lo ha stabilito il T.A.R. Lazio nella sentenza n. 5113 del 27.05.08, accogliendo il ricorso di una società che si era vista rigettare illegittimamente da una Agenzia pubblica una domanda di ammissione alle agevolazioni di cui al d. lgs n.185/00. Rilevando alcuni vizi nel merito della domanda, la p.a. comunicava alla richiedente i motivi ostativi all’accoglibilità della stessa, con l’espresso invito alla presentazione, anche via fax, di osservazioni scritte. Nonostante la società avesse trasmesso i pretesi chiarimenti, l’Agenzia comunicava la non ammissibilità della domanda per infruttuoso decorso del termine, asserendo la mancata ricezione del fax e depositando in tal senso una dichiarazione del responsabile dell’area istruttoria. Poiché ex art. 45, c. 1, d.lgs. n. 82/05 (Codice dell’amministrazione digitale) “i documenti  trasmessi da chiunque ad una p.a. con qualsiasi mezzo telematico o informatico, ivi compreso il fax, idoneo ad accertarne la fonte di provenienza, soddisfano il requisito della forma scritta…” e posto che gli accorgimenti tecnici che caratterizzano il sistema garantiscono una sufficiente certezza circa la ricezione del messaggio, nel momento in cui il fax viene trasmesso e ciò risulti documentato dal c.d. rapporto di trasmissione, si forma la presunzione della sua ricezione in capo al destinatario, il quale può vincerla solo opponendo la prova rigorosa della mancata funzionalità dell’apparecchio ricevente. Il principio, che si desume dal d.lgs. 82/05 e dal T.U. 445/00, secondo cui la comunicazione via telefax rappresenta uno strumento idoneo a determinare la piena conoscenza di un atto o documento, non può infatti essere vanificato da semplici dichiarazioni del soggetto destinatario che opponga tout court di non avere ricevuto il fax.