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Previsioni forensi: quanto sono affidabili?

Avevo già scritto su questo argomento un po’ di tempo fa, ma ora vorrei ritornarci. Secondo uno studio  svolto da Martyn Asher professore presso la Wharton School (Universityà della Pennsylvania) e pubblicato sul Journal of Empirical Legal Studies, gli avvocati sono vittime di errori di stima (con il senno di poi, ovviamente): questo impedisce evidentemente di giungere ad una soluzione concordata: il titolo dell’articolo in effetti è abbastanza emblematico “Non facciamo un accordo!” (Let’s not make a deal).

La ricerca, che potrebbe definirsi un “classico” (è iniziata nel 1964) mostra che tra il 2002 e il 2005, su 2.054 liti esaminate sono stati commessi errori di valutazione.

Un articolo del codice di procedura civile della California (Rule 998) prevede che l’azione in tribunale possa essere evitata se una parte accetta l’offerta avanzata dall’altra parte nei 10 giorni precedenti l’inizio del processo.

Nel 61,2 per cento dei casi, l’attore (o il suo avvocato?) ha rifiutato un’offerta che invece era uguale o superiore a quanto poi stabilito in sentenza, mentre il convenuto (o il suo avvocato?) ha errato solo nel 24,3 per cento dei casi. Lo studio ha valutato anche variabili come la qualità delle parti coinvolte (privati, imprese, società), gli anni di esperienza degli avvocati e le dimensioni dello studio in cui operavano.

La ricerca ha evidenziato, per quanto possibile, l’inesattezza di alcune valutazioni da parte di un gruppo campione di legali.

In particolare sono stati presi in esame due gruppi di avvocati ed è emerso come i “puristi”, fedeli osservanti della norma e della giurisprudenza, abbiano commesso più errori rispetto a quelli esperti di mediazione che hanno invece registrato un tasso d’errore minore essendo più inclini alla persuasione nonostante il rischio di un mancato accordo.

Ovviamente l’analisi degli errori è stata avanzata in base alla tipologia delle cause con risultati differenti per classi di controversie in un periodo di indagine piuttosto lungo.

Nella “malpractice” medica, ad esempio, si è riscontrato un alto tasso di errore decisionale come pure nei caso di risarcimento del danno dove gli attori hanno assistito ad una errata valutazione dell’illecito soprattutto nel caso di lesioni personali.

In particolare, si è evidenziato, un forte consenso nella ricerca dei criteri di valutazione punitiva, ma lo stesso consenso è mancato sulla quantificazione e relativa risarcibilità della sofferenza arrecata.

La ricerca ha quindi evidenziato il divario tra le aspettative ed il risultato promuovendo l’istituto alternativo della mediazione (ADR) come quello che si accosterebbe, di più, alla risoluzione del Problem solving.

Non si hanno dati per dimostrare una eziologia diretta tra errori, profezia che si auto-avvera e propensione al rischio, ma potremmo provare ad accontentarci del dubbio che un qualche collegamento esista?

Chi è disposto ad accettare almeno il dubbio potrebbe sfruttare la mediazione, al fine di verificare se effettivamente ha incolpevolmente omesso di valutare qualche aspetto o elemento o se la valutazione è stata troppo ottimistica e di parte. A questo punto la verifica potrebbe riguardare anche le omissioni legate ad uno studio della questione di merito che risente di certi schemi mentali. Specie in relazione al quantum che è plausibile aspettarsi.

Se il sistema democratico ideale non esiste…dove va a finire la giustizia?

Non sono certamente uno resistente al cambiamento ed anzi soffro, semmai, di eccesso di innovazione,  pretendendo di associare il diritto alle cose più “strane” come le neuroscienze, i geni, l’antropologia e via dicendo….ma scoprire solo oggi certi limiti è un po’ sconcertante anche per me.

Un po’ lessato dal caldo mi cade la freccina del mouse su un link che porta ad un video in cui compaiono due interessanti protagonisti: Piergiorgio Odifreddi e Marco Cattaneo: un logico-matematico, noto divulgatore ed un fisico direttore della rivista Le Scienze (parente stretta dell’omologa pubblicazione in lingua inglese) . Insolito – l’apparenza spesso inganna …- l’accoppiamento con l’argomento.. giacché si parla della “logica impossibile della democrazia”.

Se avete la pazienza di seguire l’oretta scarsa di video, scoprirete, invece, che non c’è nulla di insolito, anzi…

Scoprirete anche che un’altra delle tante certezze su cui pensiamo di far poggiare questa nostra traballante esistenza è destinata se non a scomparire a fare un salto notevole: passando da “assoluta” a “relativa”… che poi è il motivo fondamentale di una certa forma mentis, un certo modo di intendere la vita e le conoscenze. Un pensiero semplice ed abbastanza comune: esiste il bene ed il male, il giusto e l’ingiusto, esiste la democrazia e la dittatura. Noterete che i primi termini sono tutti postivi e gli altri negativi.. purtroppo semplici e pericolose riduzioni che ci danno tante false quotidiane certezze.

Chi d’altronde così di primo acchito sarebbe disposto a mettere in discussione simili dicotomie ? Sono normali, comuni, pratiche ed usatissime.

Già, ma chi ci dice che siano anche “esatte” in termini logico-razionali?

Non sono impazzito, il fatto è che mi hanno abbastanza convinto non solo gli argomenti, ma anche il metodo seguito per dimostrare che.. il sistema democratico ideale non esiste!

E non meno sconvolgente è notare come non sia una scoperta recente, ma vecchia almeno di 50 anni. Mi chiedo dove erano i miei maestri di vita in questo mezzo secolo…Nel 1951, infatti,  il premio Nobel per l’economia Kenneth Arrows dimostrò – in termini matematici – con il suo teorema dell’ impossibilità che non esiste un sistema democratico “neutro” ciò che non influenzi o manipoli in nessun modo i risultati, dati certi presupposti – ovviamente per noi scontati – come la non dittatorialità,  la libertà di voto o la rappresentatività.

Eppure andiamo a votare pensando di usare un sistema elettorale  “giusto” o almeno accettabile.. ed invece non solo si nota che quello italiano è uno dei peggiori, ma che quello ideale non esiste… E non è l’unico problema.. c’è il paradosso (sempre dimostrato matematicamente) dell’Alabama, in cui con 1 rappresentante in più si prendono meno seggi.. o quello di Condorcet che predisse in certo senso quel che accadde nel 1976 negli Stati Uniti d’America quando Ford fu battuto da Carter che però avrebbe perso contro Regan, teorizzando la mancanza della proprietà transitiva in ambito elettorale. Ma la cosa d’altra parte è risaputa in ambito sportivo quando scegliere quali sfidanti far incontrare (nei tornei con partite a due contendenti) può determinare in maniera più o meno pesante il vincitore finale.

Una risposta alla domanda nel titolo ovviamente non ce l’ho, ma mi vien da pensare che, come nota Odifreddi, parole importanti come democrazia e dunque anche giustizia, sono idee “metafisiche” non verificabili cioè scientificamente. Eppure in molti ci fanno un grandissimo affidamento quasi che fossero valori assoluti. Dunque anche noi giuristi o bisognosi di giustizia viviamo – consapevoli o meno fa poca o nulla differenza – in un bel sogno… quello in cui dovrebbe esistere:

  • un sistema di norme sostanziali “ideale”
  • un sistema di norme processuali “ideale”
  • un giudice “ideale”
Dunque, se, almeno in termini matematici, nessuno dei tre può esistere..il discorso pare ancora più complicato che per la democrazia..
Certo si potrebbe obiettare che questa “visione matematica” è a sua volta opinabile (ma la scienza dovrebbe parlare di fatti e non di opinioni…) o parziale. C’è un fatto comunque: lasciare ad una manciata di norme (non ce ne sono di più nei nostri codici) ed all’intelletto del giudice la norma logica in termini sostanziali e processuali è un metodo di per sé non completo e non ideale.
Sempre che quello ideale esista..a questo punto…

 

 

 

Straordinaria

Non servono molte altre parole per descrivere la storia dell’uomo che sto per illustrare e che avrei potuto inserire nella categoria Non solo diritto, finendo, però, per trasformare il tutto  solo in una specie di “divagazione” in un blog più o meno giuridico.

Ma avrei fatto un torto al protagonista di questa fantastica storia: Nick Vujicic, un uomo nato senza gambe né braccia che ha trasformato il suo handicap in una grandiosa opportunità. Ha creato una organizzazione e fa…  il motivatore: per farlo gli è sufficiente dimostrare a tutti come vive. Solo questo.

Invece, ho pensato di spuntare la categoria “gestione dei conflitti” che è solo uno dei tanti modi in cui l’esperienza di Nick può essere usata.

Io almeno dopo aver visto il video non sarò più libero di lamentarmi delle cose che più o meno non vanno (o potranno non andare) nella mia vita. Non posso io lamentarmi di qualcosa, quando ci sono persone come Nick che non lo fanno e ne avrebbero ben ragione.  Ed in pochi avrebbero ragione a farlo…

Già la ragione..Qui ovviamente c’è una forza interiore mossa da un sentimento religioso, ma penso – o almeno mi piace pensare – che questo (la fede)  sia un aspetto per così dire secondario: prima viene l’entusiasmo e l’amore per la vita.

Ognuno può trovarlo dove vuole.

Invece, spesso ci lasciamo abbattere dalle difficoltà, divenendo ostaggi  delle nostre emozioni: la realtà si forma, difatti, prima di tutto, nella nostra mente. Recenti studi dimostrano come in molte situazioni subiamo un autentico “sequestro dell’amigdala” (Daniel Golemann) una piccola parte del nostro cervello più antico, che è realmente in grado di scavalcare i meccanismi del pensiero razionale inducendo decisioni sostanzialmente …errate (George Kohlrieser). Questo incide sulla fiducia nel prossimo e nel futuro, sulla nostra autostima: i nostri meccanismi mentali producono continuamente un auto-inganno che può essere positivo o negativo.

Non voglio avventurarmi in territori che non mi appartengono e se dunque non vogliamo parlare di depressione, parliamo di tristezza, apatia, irritabilità, vittimismo: riconosciamo, però, che gli stessi eventi che possono  produrre questi stati mentali negativi in alcune persone , possono, invece in un altre produrre stati positivi, tirare fuori il meglio da e di stessi.

Nick ne è un esempio eclatante: se lui può fare nelle sue condizioni il motivatore, noi cosa non potremmo, ma dovremmo, essere in grado di fare?

I nostri neuroni ed i suoi non hanno differenze. Come li facciamo funzionare fa la differenza….

In pochi minuti ho trovato una sintesi estremamente efficace per descrivere quello che manca per risolvere i nostri piccoli o grandi problemi (ivi inclusi, ovviamente, i conflitti): la volontà di farlo !!

La volontà della parte, la volontà dell’avvocato e naturalmente anche quella del mediatore quando e se serve.

E’ difficile assumere il punto di vista dell’altro? Accettare le debolezze altrui o le nostre? Perdonare qualcuno o chiedere di essere perdonati? E’ difficile accettare i nostri difetti o capire che quando siamo coinvolti in un conflitto siamo comunque parte di esso e dunque concausa? E l’elenco di cosa da fare è ancora lungo.. ma… difficile?

Dopo aver visto come vive Nick, possiamo dire che è difficile?

La frase che più mi ha colpito, togliendomi davvero il respiro, è quella che compare alla fine del video; una sintesi davvero spettacolare: “Se non ricevi un miracolo… diventalo!”.

C’è bisogno di credere in qualcosa per diventarlo. In noi stessi. Chiunque siamo e qualunque cosa facciamo.


Fast Tube by Casper

 

Avvocato non solo giurista ? (storia di una mediazione fallita).

Alla fine mi sono sentito come il medico che avrebbe – forse – la medicina giusta,  ma che non può usarla…perché lo stato della malattia è troppo avanzato.

Ho provato sulla mia pelle e su quella dei litiganti che non tutti i conflitti possono essere risolti, mentre tutti possono essere prevenuti. Alla mia domanda “Se potessimo tornare indietro nel tempo, riavvolgere il nastro di questa complicata storia, fareste le stesse scelte?” La risposta – non tanto scontata – è stata: “no. Ma a questo punto cosa dovremmo fare…?“.

Domanda retorica, posta da entrambi i litiganti (separatamente  perché neanche si volevano vedere).

3 ore siamo stati a negoziare e per questo le parti hanno riconosciuto che la mediazione è stata almeno utile a tal fine, considerato che, in passato, non erano nemmeno riusciti a scambiarsi offerte o richieste. Continua a leggere

Alessandro Magno, il problem solving e… la mediazione.


Immagine tratta da Wikipedia

Sembrano 3 cose non molto “connesse”…: un grande condottiero ed imperatore dell’antichità, una “tecnica” (?) per la risoluzione dei problemi e la mediazione…

Le ultime due, a pensarci, non sono molto distanti; anzi uno dei modelli più applicabili nella mediazione (almeno in quella civile) è proprio quello finalizzato alla risoluzione del problema che – nella specie – è il raggiungimento di un accordo.

Altri tipi di mediazione (penale o familiare) non puntano affatto alla risoluzione di un singolo problema su una questione di merito (tecnico o giuridico) ma, a seconda dei casi, al cambiamento, alla gestione della relazione o dell’emotività: il modello teorico ideale è allora quello della mediazione sistemica, umanistica o trasformativa.

Ma qui, oggi, interessa la mediazione civile finalizzata all’accordo che ha come obiettivo proprio quello di risolvere un problema all’apparenza irrisolvibile: far accordare due soggetti che litigano o sono in disaccordo.

Ma…Alessandro Magno… 😯

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