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Notifiche telematiche: un caso di compiuta giacenza informatica (?)

Foto Wikipedia

Non era affatto mia intenzione fare la Cassandra.. anche se pare proprio che stia sulla buona strada.. :-(

Una lettrice mi ha infatti riportato quanto segue sotto forma di commento al mio pezzo sui prima passi di una rivoluzione di cui si parla troppo poco:

Mio padre mi ha appena riferito che il suo avvocato gli ha detto che la sua causa in corte d’appello a Milano è stata cancellata perchè la notifica dell’udienza è stata fatta solo a mezzo posta certificata e i rispettivi avvocati dicono di non averla mai ricevuta, quindi non essendosi presentato nessuno a quell’udienza, la causa è stata cancellata…è possibile tutto ciò?

Alla nostra amica Sonia, dovrei dire che purtroppo credo che le cose stiano proprio così: che io sappia il caso è uno dei primi di quella che avevo definito “compiuta giacenza informatica“.

Non dubito che gli avvocati non abbiano effettivamente potuto leggere l’avviso; il fatto è che la legge si accontenta di molto meno. L’avviso era infatti probabilmente a loro disposizione nella loro casella di posta elettronica (questo almeno prevede la legge).

Tranne guasti o malfunzionamenti tecnici, di cui però non mi viene fornito alcun indizio e di cui non si è avuta notizia, era infatti onere dei legali verificare se vi fossero messaggi nella loro casella PEC. E’ solo una mia ipotesi, ovviamente, ma molti avvocati sono forse poco “informatizzati” e magari, dopo anni, hanno preso confidenza con la posta elettronica “normale“, ma non credo che ne abbiano altrettanta con quella certificata, anche se l’uso è esattamente lo stesso… Certo se poi l’avvocato non gestisce l’account con un apposito editor di posta (come Outlook o Mail) ma lo usa solo via internet… è un bel problema perché se non si connette all’apposita pagina web per vedere se c’è posta.. non vedrà mai l’avviso (in questo caso…). Addirittura ci sono sistemi che avvisano l’avvocato della presenza di un messaggio nella propria casella PEC con un SMS (era previsto e attivato nel caso in esame..?)

Per verificare che sia tutto regolare si potrebbe chiedere una copia o almeno di visionare la relata di notifica che deve essere stata predisposta dall’Ufficiale Giudiziario e dalla quale dovrebbero risultare le due ricevute che la legge prevede:

  1. quella di accettazione (attesta l’invio)
  2. quella di ricezione (attesta che il server del destinatario ha ricevuto il messaggio)
Se queste ci sono… è un bel problema….
Non è previsto dalla legge l’avviso di avvenuta lettura: quindi bisogna stare molto attenti..
Ma d’altraparte è quanto avviene con la posta cartacea: l’avviso che firmiamo al postino attesta che abbiamo ricevuto la raccomandata, non che ne abbiamo letto il contenuto..

 

 

Notifiche telematiche: Milano e Monza al via…

Come previsto dall’art. 51  D.L. 112/2008  sono stati pubblicati i primi decreti del Ministero della giustizia che consentono la notifica telematica: il D.M.  28 maggio 2010, è relativo all’ Avvio delle comunicazioni e notificazioni per via telematica presso la Corte d’appello di Milano – settore civile (10A07412) (GU n. 138 del 16-6-2010 ).

In attesa che vengano emanati i DD.MM. che stabiliranno le “regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82” (Codice dell’Amministrazione Digitale), infatti, restano in vigore le norme attuali, tra cui quelle relative al Processo Civile Telematico. Continua a leggere

Mini-guida per la p.a. che cambia. Dalla privacy agli open data

Un piccolo aiuto per iniziare ad orientarsi tra le leggi e le tecnologie che stanno trasformando il modo di lavorare  e quello di interagire  con la pubblica amministrazione.

Con un tono discorsivo ed un linguaggio accessibile ho cercato di individuare alcune pillole in materia di privacy, open-data, siti web, pec, e diritti elettronici dei cittadini, con un occhio alle responsabilità.

Anzi, siccome la materia non aiuta..ho provato a sdrammatizzare inserendo una vignetta all’inizio di ogni paragrafo.

E’ inclusa una mappa normativo-concettuale ed un cruciverba di autovalutazione.

Da scaricare liberamente e riusare sotto licenza CC Attribuzione-NonCommerciale-CondividiAlloStessoModo 2.o Italia

A proposito di identificazione e PEC…è davvero così importante ?

Nessuna norma impone al Gestore di posta elettronica certificata  di identificare il soggetto a nome del quale viene creato un account, diversamente da quanto accade al momento in cui si chiede il rilascio di una firma digitale.

In quest’ultimo caso, infatti, l’art. 32, comma 3, lett. a) del CAD (Codice Amministrazione Digitale, d. lgs. 82/2005) prevede che il certificatore (colui che rilascia appunto la firma digitale) deve “provvedere con certezza alla identificazione della persona che fa richiesta della certificazione“.

Mancando una norma di analogo tenore in ambito PEC, si potrebbe considerare che il relativo obbligo di identificazione non sussista, con l’ulteriore conseguenza che il mittente (ma anche il destinatario) di un messaggio di posta certificata non siano quelli che appaiono.

Si potrebbe discutere se l’obbligo sia effettivamente assente, ma, rimanendo alla lettera della norma, si possono comunque svolgere due ordini di considerazioni:

  • le implicazioni circa l’imputabilità/paternità del contenuto del messaggio PEC
  • la sussistenza di un reale “domicilio informatico”

oggi ci occuperemo solo del primo aspetto.

Lato mittente

Tutto sommato la mancata identificazione del mittente è meno sconvolgente di quel che si potrebbe pensare: neanche le Poste identificano il soggetto che spedisce una raccomandata..!

Il vero problema, infatti, non attiene (tanto e solo) all’identità di chi invia il messaggio, ma all’imputabilità del contenuto ivi presente. Ora, in questo senso, il messaggio non è che un documento ossia una rappresentazione (in questo caso informatica) di atti o fatti giuridicamente rilevanti: a chi imputare tale atti ?

Ancora una volta occorre un paragone con la firma digitale e il CAD, poiché l’art. 21, comma 2 prevede che “Il documento informatico, sottoscritto con firma digitale o con un altro tipo di firma elettronica qualificata, ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del codice civile. L’utilizzo del dispositivo di firma si presume riconducibile al titolare, salvo che sia data prova contraria.

Per essere giuridicamente certi (e salva la prova contraria…) che  la paternità di un certo documento informatico sia di un determinato soggetto occorrerebbe, pertanto, che costui avesse impiegato la propria firma digitale.

Esistono però, anche altri modi, diversi dalla sottoscrizione (autografa o digitale) per risalire alla paternità di un atto: basti pensare all’ipotesi del telegramma non sottoscritto di cui all’art. 2705 c.c. o alla presunzione semplice di cui all’art. 2712 c.c., a mente del quale “le riproduzioni fotografiche informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose, formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime“.

Ora si potrebbe pensare che basta contestare, per rilanciare la questione (ed il relativo onere) all’altra parte, ma al riguardo si dovrebbe considerare cosa si contesta e come si contesta.

Per il primo aspetto è solo una questione di diligenza “forense”, nel senso che occorrerà contestare che quel messaggio sia stato mai spedito da Tizio, a quella data ora del tale giorno (irrilevante contestare il contenuto la cui integrità ed associazione al mittente “apparente” sono garantiti dalla firma digitale del Gestore).

Per l’altro profilo (che in in realtà è addirittura pregiudiziale..) si segnala una interessante sentenza del Tribunale di Roma del 22 aprile 2008 che differenza tra contestazione ex art 215 c.p.c. e contestazione ex art. 2712 c.c.: la prima produce l’effetto di invertire l’onere della prova a favore del soggetto che disconosce la propria firma e contro colui che vorrebbe  utilizzare la scrittura cui è apposta la firma contestata o di rendere inutilizzabile il documento, mentre la seconda…non impedisce..alcunché.

Trattandosi di documento informatico non firmato sembra inapplicabile il disconoscimento ex art. 215 c.p.c., per cui rimane solo la contestazione ex 2712 c.c. Ecco quindi che diventa fondamentale non solo cosa, ma come contestare…

Ecco il passo centrale della sentenza:

Il disconoscimento della conformità di una delle riproduzioni menzionate nell’articolo 2712 c.c. ai fatti rappresentati non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’articolo 215 comma 2 c.p.c., della scrittura privata, perché, mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (C.C. 6090/00; C.C. 11445/2006).

In sostanza, a fronte di un documento informatico privo di firma digitale, costituente comunque una rappresentazione meccanica (elettronica) di fatti o di cose, il disconoscimento, volto a rimuovere l’efficacia probatoria di detto documento, deve essere circostanziato e deve concernere la sua capacità rappresentativa della realtà e quindi la sua genuinità ed attendibilità (C.C. 9884/2005: “in ordine all’assunta contestazione dei dati del sistema informatico, è da osservare preliminarmente che, per l’art. 2712 c.c., la contestazione esclude il pieno valore probatorio della riproduzione meccanica, ove abbia per oggetto il rapporto di corrispondenza fra la realtà storica e la riproduzione meccanica (la conformità dei dati ai fatti ed alle cose rappresentate)” ed “ove la contestazione (con questo specifico contenuto) vi sia stata, la riproduzione, pur perdendo il suo pieno valore probatorio, conserva tuttavia il minor valore di un semplice elemento di prova, che può essere integrato da ulteriori elementi).

La decisione non pare affatto isolata e testimonia lo sforzo dell’interprete volto a contemperare l’esigenza di rispettare un “modello legale” con la realtà dei fatti che, invece, si svolgono in maniera difforme da tale modello: sulla stessa linea si inserisce anche un’altra interessante interessante TAR_Puglia sempre in tema di email che è disponibile anche  sotto forma di Case study.

Come inviare messaggi PEC e leggere i certificati digitali.

La seconda pillola di questo 2010 è ancora dedicata alla PEC. Sembra infatti che  la partenza di tale strumento informatico sia stata un po’ tiepida: vorremmo allora dare il nostro contributo per agevolarne l’impiego che è, in effetti, un po’ diverso da quello della posta elettronica “normale”.

Innanzitutto bisogna familiarizzare con le ricevute che sono 2 e che arrivano poco dopo l’invio:

  • una è quella di accettazione e proviene dal gestore PEC del mittente
  • la seconda è di consegna (presso il server) e proviene dal gestore PEC del destinatario

Mentre la ricevuta è contenuta direttamente nel testo del messaggio (in cui è presente anche il numero identificativo univoco) inviato dal Gestore,  il messaggio vero e proprio – quello cioè inviato dal mittente al destinatario – non è immediatamente visibile, poiché è allegato al messaggio inviato dal gestore del mittente. Per leggerlo occorre quindi  fare doppio clic sull’icona dell’allegato; a questo punto si aprirà una finestra in cui sarà visualizzato il messaggio originale.

E’ da notare, quindi, che il messaggio non riporterà direttamente il nome del mittente ma una dicitura del tipo “Per conto di: Nome e cognome mittente”. Ogni email è infatti inviata dal Gestore del mittente al Gestore del destinatario: sono questi due soggetti che si scambiano appunto il messaggio originale firmando con la propria firma digitale ogni invio.

Per visualizzare il certificato dei Gestori (e verificare che sia valido) è sufficiente cliccare sulla relativa icona (simile ad una piccola coccarda in Outlook).