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Posta elettronica certificata, firma elettronica (avanzata) e forma scritta.

pecHo sempre pensato che la PEC non consentisse di imputare direttamente  un atto giuridico al titolare della casella stessa a meno che costui non usasse la sua firma digitale per sottoscrivere un eventuale allegato incluso nel messaggio. ( avevo già affrontato il tema: http://dirittodigitale.com/a-proposito-di-identificazione-e-pec-e-davvero-cosi-importante/ e http://dirittodigitale.com/pec-e-identificazione-personale/ ). Ed ho sempre pensato che una PEC non potesse equivalere ad un documento scritto.

E’ vero che il mittente è “identificato” dal fornitore di servizi PEC, ma questa circostanza non crea una connessione univoca con l’atto giuridico contenuto nel messaggio e soprattutto non soddisfa il requisito della forma scritta, posto che il CAD (art. 21, comma 2 bis d. lgs. 82/2005) prevede che il documento informatico sia sottoscritto con firma avanzata, qualificata o digitale a seconda della tipologia di atti. Tale disposizione prevede infatti che:

Salvo quanto previsto dall’articolo 25, le scritture private di cui all’articolo 1350, primo comma, numeri da 1 a 12, del codice civile, se fatte con documento informatico, sono sottoscritte, a pena di nullità, con firma elettronica qualificata o con firma digitale. Gli atti di cui all’articolo 1350, numero 13), del codice civile soddisfano comunque il requisito della forma scritta se sottoscritti con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale.

Dunque per stare tranquilli era meglio utilizzare la PEC con dentro un allegato sottoscritto con firma digitale.

Da un po’, però  è entrato in vigore Il DPCM 22 febbraio 2013 (Regole tecniche in materia di generazione, apposizione e verifica delle firme elettroniche avanzate, qualificate e digitali, ai sensi degli articoli 20, comma 3, 24, comma 4, 28, comma 3, 32, comma 3, lettera b), 35, comma 2, 36, comma 2, e 71) che  prevede all’art. 61:

L’invio tramite posta elettronica certificata di cui all’art. 65, comma 1, lettera c-bis) del Codice, effettuato richiedendo la ricevuta completa di cui all’art. 1, comma 1, lettera i) del decreto 2 novembre 2005, recante «Regole tecniche per la formazione, la trasmissione e la validazione, anche temporale, della posta elettronica certificata» sostituisce, nei confronti della pubblica amministrazione, la firma elettronica avanzata ai sensi delle presenti regole tecniche.

Quindi ai sensi di tale disposizione, il privato può avanzare telematicamente istanze alla p.a. (di questo si occupa il citato art. 65 CAD) semplicemente attraverso la PEC e senza necessità di usare una firma avanzata.

C’è anche un’ altra conseguenza.

L’art. 21 comma 2 bis citato qualche riga sopra, prevede che soddisfa il requisito della forma scritta il documento informatico sottoscritto con firma avanzata.

Ora, se la firma avanzata è sostituita a sua volta dalla PEC, se ne potrebbe dedurre che l’uso della PEC consenta di produrre atti scritti….

L’art.61 del DPCM 22.2.2013, però pone due condizioni:

  1. contempla il caso delle istanze inviate alla p.a.
  2. contiene l’incinso “nei confronti della pubblica amministrazione

Due interrogativi emergono:

1) può un DPCM (che è norma secondaria, proveniente da un’autorità amministrativa e non da una legislativa) introdurre una nuova forma di equiparazione tra documento informatico e documento cartaceo non prevista – nè espressamente “delegata” – dalla legge?

Il CAD infatti non prevede che la PEC possa sostituire la firma avanzata. Forse chi ha scritto il DPCM non ha pensato o non ha voluto questa ulteriore conseguenza, ma – se la logica non m’inganna – questo è l’effetto che si verifica….

2) ammesso e non concesso che tale innovazione (niente affatto irrilevante) sia ammissibile in termini di gerarchia delle fonti, si tratterebbe di effetto limitato ai rapporti tra cittadino e p.a.?

Se si, da cosa sarebbe giustificata tale disparità di trattamento?

O al contrario, proprio perché si verificherebbe una disparità di trattamento, quel che vale per la p.a. deve valere anche nei rapporti tra privati?

O, ancora, quel che vale nei confronti della p.a. deve valere  a maggior ragione nei confronti dei privati?

Di fronte a tale scenario, il collega Marco Cuniberti si è chiesto se sia possibile utilizzare una soluzione FEA (Firma Elettronica Avanzata) utilizzando la PEC, fornendo una risposta positiva. Condivido le conclusioni ed anche il percorso argomentativo: la mia però è una domanda un po’ più radicale. Io mi chiedo infatti se l’uso della PEC sia di per sè equivalente all’uso di una FEA sul piano squisitamente giuridico e non su quello operativo.

Mettendo da parte per un momento il quesito pregiudiziale di cui al punto 1 che precede (muovendo dalla considerazione circa la deregulation che “vige” in materia), l’equivalenza mi sembra perfetta nei rapporti tra cittadino e p.a., mentre è più problematica nei rapporti tra privati o tra p.a. e p.a.

A tale ultimo riguardo, nella circolare n. 3 della Ragioneria dello Stato (http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/CIRCOLARI/2014/Circolare_del_20_gennaio_2014_n_3.pdf) può leggersi (pag. 3 terzultimo paragrafo) che la previsione di cui all’art. 61 DPCM 22.2.2013 “è limitata alla trasmissione mediante casella di posta elettronica certificata personale di cui all’art. 65, comma lett. c-bis del CAD. Con la conseguenza che può escludersi dalla predetta fattispecie l’invio effettuato tramite casella di posta elettronica certificata rilasciata a soggetto diverso da persona fisica, ivi incluse le pubbliche amministrazioni”.

E’ un’interpretazione che rispetta – a mio parere in modo eccessivamente rigoroso  – il solo dato letterale della disposizioni (sia dell’art 61 DPCM 22.2.2013 che dell’art. 65 del CAD).

L’interprete deve infatti considerare anche la ratio della norma e il profilo sistematico, nonchè l’analogia ed i principi generali (art. 12 preleggi).

Quali particolarità possiede allora la comunicazione da un cittadino verso la p.a. che non possiede la comunicazione tra privati o tra p.a.?

Cosa ostacola il ricorso all’analogia?

Una risposta è certamente presente nell’art. 14 delle stesse preleggi che vieta l’interpretazione estensiva o analogica di leggi che “fanno eccezione a regole generali”. Tale disposizione parrebbe confortare il tenore letterale, poiché l’art. 61 DPCM 22.2.2013 deroga effettivamente alle disposizioni di legge (CAD) che consentono l’equiparazione del documento informatico al documento scritto solo se viene usata la firma digitale o la FEA, ma non anche la sola PEC.

Però l’interpretazione deve anche rispettare il principio di ragionevolezza (qui un interessante studio sul punto http://www.cortecostituzionale.it/documenti/convegni_seminari/RI_Cartabia_Roma2013.pdf ).

Credo che se un determinato effetto è ammesso dalla legge in un certo tipo di rapporto tra privato e p.a. non possano esserci ostacoli ad utilizzarlo in senso inverso cioè dalla p.a. al cittadino. E’ perché poi escluderlo tra p.a o tra cittadini?
Forse il legislatore ha voluto effettivamente circoscrivere la norma al rapporto tra cittadino e p.a. (e per giunta solo dal basso verso l’alto), ma temo che tale norma possa non resistere al vaglio di ragionevolezza e coerenza sistematica:  sarà forse necessario un intervento della Corte Costituzionale che espunga del tutto la norma dall’ordinamento o che ne individui un’intepretazione rispettosa dei citati principi ?

PEC: allegati nn certificati?

pecMi taggano in una questione relativa al fatto che secondo qualcuno la “genuinità” degli allegati di un messaggio di posta certificata non sarebbe garantita dal Gestore PEC. Di conseguenza non  “avrebbe alcuna valida prova scritta in mano chi invii, alla propria controparte, una Pec che riporti il seguente messaggio: “Si invia comunicazione come da allegato” e poi il testo vero e proprio è contenuto in un pdf.

La cosa nn mi suona e per sicurezza prima di postare il mio commento, mi rinfresco le norme.

Sia la legge (http://www.agid.gov.it/…/posta-elettronica-certificata) che le norme tecniche (http://www.agid.gov.it/…/pec_regole_tecniche_dm_2-nov…) prevedono che qualora si usi la ricevuta completa il gestore debba inviare il messaggio in originale il che significa che se il messaggio originale conteneva un allegato anche questo verrà inserito nella ricevuta completa (comunque anche quella breve usa gli hash invece che i file originali ed il risultato nn cambia di molto.. ma non vorrei complicare le cose..)

Inoltre non dimentichiamo che il messaggio viaggia in rete dentro ad una busta crittografata con la firma del gestore che noi in realtà non vediamo perché gli editor di posta elettronica (via web o desktop) la “scartano” per noi, rendendo intellegibile il messagio e gli altri dati.

In particolare il punto 6.5.2.2 delle norme tecniche prevede che:

1) “Alla ricevuta breve di avvenuta consegna è allegato il messaggio originale nel quale rimane inalterata la struttura MIME” ;

2) “Per permettere la verifica dei contenuti trasmessi è indispensabile che il mittente conservi gli originali immodificati degli allegati inseriti nel messaggio orig inale, a cui gli hash fanno riferimento“.

A livello empirico, inoltre, potete controllavre voi stessi nelle vostre ricevute di consegna che ci sia effettivamente il messaggio in originale completo degli allegati: siccome questi allegati viaggiano nella stessa busta con il contenuto del messaggio ed il file XML, non vedo come potrebbero essere sforniti della firma eletrtonica del gestore.

Certo qualcuno potrebbe contestare.. ma a questo punto due cose:

  • a livello legale e teoricio spiegare come funziona il sistema (come ho tentato di fare sopra)
  • a livello pratico si deposita in giudizio il messaggio in originale (in formato .msg o .eml entrambio tollerati dal PCT) e si chiede al giudice di verificare o se vuole, di farlo verificare ad un CTU.

Poi se vogliamo mettere il contenuto nel testo del messaggio invece che nell’allegato per evitare problemi, questo è un altro discorso.

Come altro discorso – corretto – è che l’allegato non contiene la firma digitale del mittente (a meno che non sia un doc appositamente firmato.. ma chi lo fa?) e quindi non è direttamente riferibile (rectius imputabile) al mittente stesso, ma indirettamente lo è 😉

Il mio amico “acaro” (non quello della polvere, ma l’ informatico esperto di sicurezza) mi dice che “Tecnicamente l’allegato della PEC è PARTE INTEGRANTE dell’envelope S/MIME che viene firmato dal gestore il quale garantisce l’integrità del messaggio durante il transito nella sua interezza

Voi che ne dite?

A proposito di identificazione e PEC…è davvero così importante ?

Nessuna norma impone al Gestore di posta elettronica certificata  di identificare il soggetto a nome del quale viene creato un account, diversamente da quanto accade al momento in cui si chiede il rilascio di una firma digitale.

In quest’ultimo caso, infatti, l’art. 32, comma 3, lett. a) del CAD (Codice Amministrazione Digitale, d. lgs. 82/2005) prevede che il certificatore (colui che rilascia appunto la firma digitale) deve “provvedere con certezza alla identificazione della persona che fa richiesta della certificazione“.

Mancando una norma di analogo tenore in ambito PEC, si potrebbe considerare che il relativo obbligo di identificazione non sussista, con l’ulteriore conseguenza che il mittente (ma anche il destinatario) di un messaggio di posta certificata non siano quelli che appaiono.

Si potrebbe discutere se l’obbligo sia effettivamente assente, ma, rimanendo alla lettera della norma, si possono comunque svolgere due ordini di considerazioni:

  • le implicazioni circa l’imputabilità/paternità del contenuto del messaggio PEC
  • la sussistenza di un reale “domicilio informatico”

oggi ci occuperemo solo del primo aspetto.

Lato mittente

Tutto sommato la mancata identificazione del mittente è meno sconvolgente di quel che si potrebbe pensare: neanche le Poste identificano il soggetto che spedisce una raccomandata..!

Il vero problema, infatti, non attiene (tanto e solo) all’identità di chi invia il messaggio, ma all’imputabilità del contenuto ivi presente. Ora, in questo senso, il messaggio non è che un documento ossia una rappresentazione (in questo caso informatica) di atti o fatti giuridicamente rilevanti: a chi imputare tale atti ?

Ancora una volta occorre un paragone con la firma digitale e il CAD, poiché l’art. 21, comma 2 prevede che “Il documento informatico, sottoscritto con firma digitale o con un altro tipo di firma elettronica qualificata, ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del codice civile. L’utilizzo del dispositivo di firma si presume riconducibile al titolare, salvo che sia data prova contraria.

Per essere giuridicamente certi (e salva la prova contraria…) che  la paternità di un certo documento informatico sia di un determinato soggetto occorrerebbe, pertanto, che costui avesse impiegato la propria firma digitale.

Esistono però, anche altri modi, diversi dalla sottoscrizione (autografa o digitale) per risalire alla paternità di un atto: basti pensare all’ipotesi del telegramma non sottoscritto di cui all’art. 2705 c.c. o alla presunzione semplice di cui all’art. 2712 c.c., a mente del quale “le riproduzioni fotografiche informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose, formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime“.

Ora si potrebbe pensare che basta contestare, per rilanciare la questione (ed il relativo onere) all’altra parte, ma al riguardo si dovrebbe considerare cosa si contesta e come si contesta.

Per il primo aspetto è solo una questione di diligenza “forense”, nel senso che occorrerà contestare che quel messaggio sia stato mai spedito da Tizio, a quella data ora del tale giorno (irrilevante contestare il contenuto la cui integrità ed associazione al mittente “apparente” sono garantiti dalla firma digitale del Gestore).

Per l’altro profilo (che in in realtà è addirittura pregiudiziale..) si segnala una interessante sentenza del Tribunale di Roma del 22 aprile 2008 che differenza tra contestazione ex art 215 c.p.c. e contestazione ex art. 2712 c.c.: la prima produce l’effetto di invertire l’onere della prova a favore del soggetto che disconosce la propria firma e contro colui che vorrebbe  utilizzare la scrittura cui è apposta la firma contestata o di rendere inutilizzabile il documento, mentre la seconda…non impedisce..alcunché.

Trattandosi di documento informatico non firmato sembra inapplicabile il disconoscimento ex art. 215 c.p.c., per cui rimane solo la contestazione ex 2712 c.c. Ecco quindi che diventa fondamentale non solo cosa, ma come contestare…

Ecco il passo centrale della sentenza:

Il disconoscimento della conformità di una delle riproduzioni menzionate nell’articolo 2712 c.c. ai fatti rappresentati non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’articolo 215 comma 2 c.p.c., della scrittura privata, perché, mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (C.C. 6090/00; C.C. 11445/2006).

In sostanza, a fronte di un documento informatico privo di firma digitale, costituente comunque una rappresentazione meccanica (elettronica) di fatti o di cose, il disconoscimento, volto a rimuovere l’efficacia probatoria di detto documento, deve essere circostanziato e deve concernere la sua capacità rappresentativa della realtà e quindi la sua genuinità ed attendibilità (C.C. 9884/2005: “in ordine all’assunta contestazione dei dati del sistema informatico, è da osservare preliminarmente che, per l’art. 2712 c.c., la contestazione esclude il pieno valore probatorio della riproduzione meccanica, ove abbia per oggetto il rapporto di corrispondenza fra la realtà storica e la riproduzione meccanica (la conformità dei dati ai fatti ed alle cose rappresentate)” ed “ove la contestazione (con questo specifico contenuto) vi sia stata, la riproduzione, pur perdendo il suo pieno valore probatorio, conserva tuttavia il minor valore di un semplice elemento di prova, che può essere integrato da ulteriori elementi).

La decisione non pare affatto isolata e testimonia lo sforzo dell’interprete volto a contemperare l’esigenza di rispettare un “modello legale” con la realtà dei fatti che, invece, si svolgono in maniera difforme da tale modello: sulla stessa linea si inserisce anche un’altra interessante interessante TAR_Puglia sempre in tema di email che è disponibile anche  sotto forma di Case study.

Come inviare messaggi PEC e leggere i certificati digitali.

La seconda pillola di questo 2010 è ancora dedicata alla PEC. Sembra infatti che  la partenza di tale strumento informatico sia stata un po’ tiepida: vorremmo allora dare il nostro contributo per agevolarne l’impiego che è, in effetti, un po’ diverso da quello della posta elettronica “normale”.

Innanzitutto bisogna familiarizzare con le ricevute che sono 2 e che arrivano poco dopo l’invio:

  • una è quella di accettazione e proviene dal gestore PEC del mittente
  • la seconda è di consegna (presso il server) e proviene dal gestore PEC del destinatario

Mentre la ricevuta è contenuta direttamente nel testo del messaggio (in cui è presente anche il numero identificativo univoco) inviato dal Gestore,  il messaggio vero e proprio – quello cioè inviato dal mittente al destinatario – non è immediatamente visibile, poiché è allegato al messaggio inviato dal gestore del mittente. Per leggerlo occorre quindi  fare doppio clic sull’icona dell’allegato; a questo punto si aprirà una finestra in cui sarà visualizzato il messaggio originale.

E’ da notare, quindi, che il messaggio non riporterà direttamente il nome del mittente ma una dicitura del tipo “Per conto di: Nome e cognome mittente”. Ogni email è infatti inviata dal Gestore del mittente al Gestore del destinatario: sono questi due soggetti che si scambiano appunto il messaggio originale firmando con la propria firma digitale ogni invio.

Per visualizzare il certificato dei Gestori (e verificare che sia valido) è sufficiente cliccare sulla relativa icona (simile ad una piccola coccarda in Outlook).

Notifiche telematiche: la rivoluzione silenziosa..

Andrea ButiDivido questo post in due per aiutare la lettura (e la comprensione..).

1- PRIMA

L’art. 137 c.p.c., come modificato dalla legge 69/2009 prevede oggi (seconda parte del comma aggiunto):

“Se richiesto, l’ufficiale giudiziario invia l’atto notificato anche attraverso strumenti telematici all’indirizzo di posta elettronica dichiarato dal destinatario della notifica o dal suo procuratore, ovvero consegna ai medesimi, previa esazione dei relativi diritti, copia dell’atto notificato, su supporto informatico non riscrivibile“.

Dal tenore di questa (parte di)  norma non si ricava alcun riferimento alla Posta Elettronica Certificata (PEC)

La differenza tra casella email semplice o certificata non è di poco conto, considerato che solo con la PEC si può avere certezza della consegna al server di posta del destinatario (anche se ciò non equivale ad effettiva consegna e men che mai ad avvenuta lettura o apertura del relativo file).

Come se non bastasse, si deve ricordare che la normativa sul Processo Civile Telematico fa riferimento anche ad un terzo tipo di email, la Casella di Posta Elettronica Certificata per i Processo Telematico (CPECPT) che non è scelta dall’utente che normalmente si rivolge ad un certificatore o provider per ottenere la PEC o l’email semplice, ma – al contrario – è “assegnata” dal Punto di Accesso. Con tale termine si identifica, ai sensi della lettera e) del Decreto del Ministro della Giustizia recante << Regole tecnico- operative per l’uso di strumenti informatici e telematici nel processo civile>>, in sostituzione del decreto del Ministro della Giustizia del  14 ottobre 2004 n.167, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 19 novembre 2004, n. 272, S.O.)  “la struttura tecnico-organizzativa che fornisce ai soggetti  abilitati, esterni al SICI, i servizi di connessione al gestore centrale e di trasmissione telematica dei documenti informatici relativi al processo, nonché la casella di posta elettronica certificata, secondo le regole tecnico-operative riportate nel presente decreto”. E’ in parole povere anche la struttura che consente il collegamento al Polisweb.

Ora, la legge 133/2008 (conversione del D.L. 112/2008) prevede(va) (art. 51) che:

A decorrere dalla data fissata con uno o più decreti del Ministro della giustizia, le notificazioni e comunicazioni di cui al primo comma dell’articolo 170 del codice di procedura civile, la notificazione di cui al primo comma dell’articolo 192 del codice di procedura civile e ogni altra comunicazione al consulente sono effettuate per via telematica all’indirizzo elettronico comunicato ai sensi dell’articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2001, n. 123, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, relativa al processo telematico, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.

2.  Il Ministro della giustizia adotta il decreto di cui al comma 1 sentiti l’Avvocatura Generale dello Stato, il Consiglio Nazionale Forense e i Consigli dell’Ordine degli Avvocati interessati, previa verifica della funzionalità dei servizi di comunicazione dei documenti informatici degli uffici giudiziari, individuando i circondari di tribunale nei quali trovano applicazione le disposizioni di cui al comma 1.


2 – DOPO

Le incertezze interpretative che derivavano da questo frammentario (caotico…) sembrano, oggi, in parte mitigate dal d.l. 193/2009 che prevede:

2. Nel processo civile e nel processo penale, tutte le comunicazioni e notificazioni per via telematica si effettuano, nei casi consentiti, mediante posta elettronica certificata, ai sensi del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni, del decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, e delle regole tecniche stabilite con i decreti previsti dal comma 1. Fino all’adozione del decreto del Ministro della giustizia di cui al comma 1 contenente le regole tecniche in materia di notificazioni e comunicazioni per via telematica, le stesse sono effettuale nei modi e nelle forme previste dalle disposizioni vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto”.

Prima di tutto occorre intendersi su quel “nei casi consentiti“: ad oggi – se non si erra (il che è ben possibile atteso il groviglio di disposizioni ricorrenti ed accavallantesi..) – uno dei pochi casi consentiti di notifica telematica è quella che può avvenire, ed in effetti avviene, nei tribunali – come quello di  Milano ex d.m. 57/2009 – in cui è attivo il Processo Civile Telematico (non il semplice Polisweb per vedere lo stato dei processi, ma il PCT effettivo, quello che prevede il deposito degli atti elettronici in via telematica; insomma tutto dalla propria scrivania..). Al di fuori del PCT non dovrebbero valere notifiche “a mezzo bit”..

Il fatto è, come si è detto, che tali notifiche avvengono (avvenivano..?) nella CPECPT e non sulla PEC “normale” che gli avvocati cominciano a vedere in questi giorni.

…Sospiro di sollievo per tutti i colleghi che non amano/praticano il PCT… Attenzione, però, che prima o poi toccherà a tutti preoccuparsi di questi problemi; la riforma digitale della p.a. sotto questo punto di vista è assai democratica !

Dunque, tornando al problema, la norma contenuta nel d.l. in commento sembrerebbe dire:

  • nel futuro le notifiche telematiche (che oggi avvengono nel PCT sulla CPECPT n.d.a.) si faranno sulla PEC “normale”, quella che hanno tutti gli avvocati
  • nel frattempo si continuerà con il “vecchio” sistema (quello della notifica nel PCT sulla CPECPT n.d.a.)

Il passaggio al futuro sarà scandito con:

uno o più decreti del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, sentito il Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione e il Garante per la protezione dei dati personali, adottati, ai sensi dell’articolo 17 comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono individuate le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni. Le vigenti regole tecniche del processo civile telematico continuano ad applicarsi fino all’adozione dei decreti di cui ai commi 1 e 2.“(comma 1 art. 4 d.l. 193/2009).

A regime si arriverà più tardi,  giacché i commi 1, 2 e 3) dell’art. 51 del d.l. 112/2008 convertito in legge 133/2008, sono stati così sostituiti:

“1. A decorrere dal quindicesimo giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana dei decreti di cui al comma 2, negli uffici giudiziari indicati negli stessi decreti, le notificazioni e le comunicazioni di cui al primo comma dell’articolo 170 del codice di procedura civile, la notificazione di cui al primo comma dell’articolo 192 del codice di procedura civile e ogni altra comunicazione al consulente sono effettuate per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata di cui all’articolo 16 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2 (sono le norme che obbligano i professionisti ad avere PEC “normale” n.d.a). Allo stesso modo si procede per le notificazioni a persona diversa dall’imputato a norma degli articoli 148, comma 2-bis, 149, 150 e 151, comma 2, del codice di procedura penale. La notificazione o comunicazione che contiene dati sensibili e’ effettuata solo per estratto con contestuale messa a disposizione, sul sito internet individuato dall’amministrazione, dell’atto integrale cui il destinatario accede mediante gli strumenti di cui all’articolo 64 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82” (comma 3 stesso art. 4).

Il secondo comma appena citato prevede a sua volta:

2. Con uno o più decreti aventi natura non regolamentare, da adottarsi entro il 1° settembre 2010, sentiti l’Avvocatura generale dello Stato, il Consiglio nazionale forense ed i consigli dell’ordine degli avvocati interessati, il Ministro della giustizia, previa verifica, accerta la funzionalità dei servizi di comunicazione, individuando gli uffici giudiziari nei quali trovano applicazione le disposizioni di cui al comma 1.” (*)

Attenzione al terzo comma “nuovo”:

3. A decorrere dalla data fissata ai sensi del comma 1, le notificazioni e comunicazioni nel corso del procedimento alle parti che non hanno provveduto ad istituire e comunicare l’indirizzo elettronico di cui al medesimo comma, sono fatte presso la cancelleria o segreteria dell’ufficio giudiziario“.

Come se non bastasse, il decreto legge contiene un’altra piccola bomba:

Art. 149-bis (Notificazione a mezzo posta elettronica). – Se non e’ fatto espresso divieto dalla legge, la notificazione può eseguirsi a mezzo posta elettronica certificata, anche previa estrazione di copia informatica del documento cartaceo. Se procede ai sensi del primo comma, l’ufficiale giudiziario trasmette copia informatica dell’atto sottoscritta con firma digitale all’indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario risultante da pubblici elenchi (quelli tenuti dagli Ordini Professionali...n.d.a.). La notifica si intende perfezionata nel momento in cui il gestore rende disponibile il documento informatico nella casella di posta elettronica certificata del destinatario. L’ufficiale giudiziario redige la relazione di cui all’articolo 148, primo comma, su documento informatico separato, sottoscritto con firma digitale e congiunto all’atto cui si riferisce mediante strumenti informatici, individuati con apposito decreto del Ministero della giustizia. La relazione contiene le informazioni di cui all’articolo 148, secondo comma, sostituito il luogo della consegna con l’indirizzo di posta elettronica presso il quale l’atto e’ stato inviato. Al documento informatico originale o alla copia informatica del documento cartaceo sono allegate, con le modalità previste dal quarto comma, le ricevute di invio e di consegna previste dalla normativa, anche regolamentare (d.p.r. 68/2005 e DPCM 2.11.2005, n.d.a.), concernente la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici trasmessi in via telematica. Eseguita la notificazione, l’ufficiale giudiziario restituisce all’istante o al richiedente, anche per via telematica, l’atto notificato, unitamente alla relazione di notificazione e agli allegati previsti dal quinto comma”.

L’espressione testuale “se non e’ fatto espresso divieto dalla legge“: è un po inquietante..

Considerato che tutte le norme sopra citate non sembrano  vietare “espressamente” (vieteranno “implicitamente” ????) il ricorso alla notifica per la prossima estate (salvo italianissime proroghe..), sarà meglio fare attenzione alla compiuta giacenza informatica !?

Per chi vuol farsi un idea sui temi trattati è disponibile l’eBook gratuito “Notifiche telematiche”

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(*) Si consideri che l’abrogazione del vecchio comma 1, art, 51 del d.l. 112/2008  fa venir meno ogni riferimento al D.p.R. 123/2001 (istitutivo del Processo Civile Telematico): ciò sembra confermare che non ci saranno più notifiche presso la CPECPT e che tutte le notifiche transiteranno su PEC “normale”.