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PEC univoca (?!) e ….diritti della persona.

La sentenza di Bologna  intercetta correttamente una problema reale e gravissimo, ossia quello dell’utilizzo non esclusivo di un indirizzo PEC, ma non affronta quello fondamentale relativo alle effettive cause che hanno consentito l’eccezionale “duplicazione” di un  indirizzo PEC.

I passaggi logici appaiono sintomatici del fatto che l’accertamento dei giudici Bolognesi si sia limitato alla superficie del problema.

Era chiaro, infatti che:

  • due stessi soggetti (Pubblitre s.r.l. di Roma e Pubblitre s.r.l. di Bologna) avessero utilizzato – incredibilmemte – lo stesso indirizzo PEC (pubblitre@pec.it);
  • la CCIAA ha dichiarato di non verificare, al momento in cui iscrive un’impresa, che l’indirizzo PEC non sia già stato dichiarato – per avventura… – da altra impresa;
  • l’INAIL ha fatto presente che esistono 191.000 indirizzi PEC “assegnati a diverse imprese oppure non correttamente associati al titolare dell’indirizzo stesso” (l’INAIL non usa dunque l’espressione “duplicati”)
  • Il Ministero dello sviluppo economico ha emanato più di una circolare (3670 del 23.6.2014) rivolta alle CCIAA affinché venga verificata l’univocità dell’indirizzo PEC.
  • Aruba (che non era parte nel processo) ha dichiarato (in un altro processo precedente…) che “non può mai funzionare più di uno fra gli indirizzi PEC aventi “formulazione identica”, restando allora pur sempre esclusa l’operatività delle altre “utenze gemelle”, a prescindere da chi ne sia il gestore”.
  • Non è previsto “alcun controllo successivo ai fini della verifica circareale corrispondenza tra il titolare dell’indirizzo PEC e l’elemento identificativo (codice fiscale/partita i.v.a.)” (pag. 18 ultimo paragrafo).

Ora, quanto accaduto può essere orginato da due cause diverse ed indipendenti:

  1. l’assegnazione del medesimo indirizzo PEC ad entrambe le società Pubblitre s.r.l.
  2. la dichiarazione erronea di una delle due società Publitre s.r.l.

L’ipotesi sub A) va esclusa sulla base delle dichiarazioni fornite (in altro processo) da Aruba. Prendendo per buone tali dichiarazioni (che in realtà andrebbero verificate tecnicamente al fine di accertare che effettivamente i sistemi PEC – tutti – siano in grado di evitare “collisioni” tra indirizzi PEC) l’unica spiegazione dell’accaduto è che qualcuno abbia erroneamente dichiarato un indirizzo PEC di qualcun’altro. Ossia l’ipotesi sub b)

Nella sentenza, in effetti, si afferma (pag. 12 prima riga) che la CCIAA di Bologna ha ricevuto da un apposito professionista incaricato dalla Pubblitre bolognese l’indicazione di una PEC che però era in uso a Pubblitre romana, la quale, letto il messaggio pec ha reagito segnalando di essere completamente estranea alla procedura.

Se così stanno le cose, si tratta di comprendere a chi attribuire la responsabilità di tale erronea “associazione” (usando il linguaggio dell’INAIL).

I giudici bolognesi sembrano operare in base ad un principio (la cui esistenza ed efficacia è tutta da verificare) di “effettiva conoscenza” del provvedimento notificato via PEC: e siccome agli atti risulta che il destinatario del provvedimento era all’oscuro della procedura, ne deducono un vizio del contraddittorio: principio chiaramente sacrosanto, poiché nessuno può essere condannato se prima non è stato avvisato che nei sui confronti si sta svolgendo una procedura giudiziaria.

La domanda che sembra mancare, però, è la seguente: “per quale motivo il destinatario dell’atto non ha avuto conoscenza dell’atto stesso?”.

Se la causa non dipende dal destinatario stesso, si pone di certo il problema di tutelarlo, ma se al contrario è lo stesso destinatario (o un suo delegato o mandatario) a causare la mancata conoscenza dell’atto, non può che soccorrere il noto proverbio : “chi è causa del suo mal piagna se stesso” che ha un suo preciso omologo giuridico: cuius commoda eius et incommoda.

Gli effetti della sentenza – emessa probabilmente con le migliori intenzioni – rischiano di diventare paradossali: se un soggetto infatti dichiarasse dolosamente un indirizzo PEC che non gli è stato effettivamente assegnato da alcun gestore PEC, avrebbe lo straordinario ma illegittimo potere di vanificare tutte le notifiche notifiche ad esso rivolte!

La sentenza non dice questo, ovviamente, ma non precisando il titolo di responsabilità nè la fonte, il principio che ne è alla base si presta ad essere applicato in tutti i casi di “apparente duplicazione”, quale potrebbe – per ipotesi – essere anche quello in esame…

Due quindi i problemi:

  1. non aver verificato se si è trattato di un errore (magari convocando il professionista che ha effettuato la dichiarazione dell’indirizzo PEC)
  2. non aver verificato se si è trattato – al di là delle dichiarazioni esterne di Aruba – di un problema tecnico-informatico

Incrociando i dati di queste due verifiche si avrebbe avuta la prova di quanto realmente accaduto: il professionista ad esempio avrebbe potuto mostrare o produrre i documenti in forza dei quali è stato richiesto e assegnato l’indirizzo PEC; l’eventuale mancanza di siffatta documentazione avrebbe deposto per una erronea dichiarazione, con conseguente possibile responsabilità del professionista stesso che a questo punto dovrebbe essere particolarmente diligente, cauto ed avveduto sia nel momento in cui assume tale incarico con il cliete, sia quando esegue il mandato.

La dichiarazione di un indirizzo PEC è un momento assolutamente determinante e delicatissimo: chi lo esegue se ne deve assumere tutte le responsabilità.

In mancanza il sistema rischia di collassare!!

Certamente un controllo da parte delle CCIAA consentirebbe di verificare la presenza delle situazioni anomale, ma la mancanza di tale controllo, a ben vedere, è solo una causa esterna, tanto è vero che non è richiesto esplicitamente da nessuna norma.

La sentenza quindi contiene un grave errore logico, derivante dall’aver ragionato “a posteriori”. I giudici bolognesi muovono, infatti, da un dato storico “a valle” ossia il fatto che il destinatario effettivo non abbia avuto conoscenza dell’atto per poi dedurne che qualcosa – che non viene chiarito – non ha funzionato.

Il dato da dimostrare dunque, ossia la causa reale del “malfunzionamento”, viene del tutto accantonato nel momento in cui l’attenzione rimane concentrata sul vizio.

Vizio giuridico e “malfunzionamento” a ben vedere operano su piani completamenti diversi, autonomi ed indipendenti: si potrebbero essere infatti verificate quattro ipotesi diverse:

  1. tutto il sistema PEC – al di là di quanto dichiarato (e non verificato) da Aruba – in realtà non funziona giacché non è in grado di evitare collisioni: quindi potrebbero essere stati rilasciati due indirizzi PEC identici. I questo caso sarebbe corretto considerare la notifica nulla, giacché non vi sarebbero responsabili (se non chi ha progettato il sistema, ossia il legislatore stesso!!!).
  2. il sistema con cui Aruba che (non sappiamo se i giudici ne abbiano contezza) ha gestito nella specie l’assegnazione degli indirizzi PEC “pubblitre@pec.itnon funziona: in  questo caso non sarebbe corretto considerare la notifica nulla, giacché il responsabile sarebbe Aruba che ha posto in essere procedure interne inaffidabili.
  3. il sistema PEC ha funzionato a dovere, ma qualcuno ha reso una dichiarazione non corrispondente al vero per dolo o per colpa:

3.1) se è per dolo, la notifica non può essere ritenuta invalida, pena un inaccettabile effetto premiale di chi si vuol sottrarre alla notifica di atti sgraditi;

3.2) se è per colpa, la notifica non può egualmente essere ritenuta invalida, giacchè non di falla del sistema si tratta, ma di evento esterno al sistema stesso – fatto del terzo (nel caso di specie il professionista che ha fatto la dichiarazione alla CCIAA) – che è da solo sufficiente a spiegare l’effetto della mancata conoscenza della notifica.

Sembra sussistere sullo sfondo: una sorta di credenza di cui i giudici non sembrano avere piena consapevolezza e che quindi non possono dichiarare. Un dato culturale: il sospetto o la diffidenza per il mezzo tecnologico. In realtà il sistema (tranne che risultino infondate le dichiarazioni di Aruba) funziona perfettamente solo che richiede con estrema rigidità che esso venga utilizzato esattamente come esso è stato progettato, ossia con una serie di dichiarazioni di indirizzi PEC corrispondenti al vero e senza “duplicazioni” di sorta.

Tutto funziona, paradossalmente “troppo bene” giacché non ammette eccezioni: generata la ricevuta di consegna la notifica è valida.

La legge non contempla (e questo è un difetto di immaginazione o di progettazione del legislatore) questa ipotesi di “duplicazione” e quindi l’applicazione del sistema (e non il sistema stesso) va in crisi.

Ben vengano i controlli per evitare “duplicazioni”, ma facendo ben attenzione al fatto che si sta ancora una volta ragionando “a posteriori”: i controlli non servono ad evitare notifiche nulle, ma a scovare dichiarazioni infedeli o errate.

Il problema centrale nel caso di specie è rendere nulla una sentenza per tutelare il diritto di un singolo demolendo l’intera tenuta del sistema PEC: se infatti il notificante non può essere certo della validità degli atti, di certo non la utilizzerà.

Al contrario se si vuol mantenere la tenuta del sistema, occorre “spostare” su qualcun altro la responsabilità dell’accaduto, senza però passare per la nullità della notifica: su chi dichiara un erroneo o falso indirizzo PEC o sul gestore che gestisce male il suo sistema PEC interno..

Il problema della “effettività della sede” d’altronde è un problema ben noto nella giurisprudenza che spesso lo ha risolto in maniera formale:

In tema di notifiche alle persone giuridiche, in caso di divergenza tra la sede legale e quella effettiva, la prevalenza del principio di effettività contenuto nell’art. 46 cod. civ. deve essere comunque coordinato con la tutela dell’affidamento dei terzi, con la conseguenza che in caso di divergenza tra sede legale ed effettiva, la prima non può essere ritenuta priva di rilevanza essendo consentita una mera equiparazione. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto legittimamente notificato un avviso di accertamento emesso da un Comune in materia di TARSU, ad una S.r.l. presso la sede legale piuttosto che presso quella effettiva, luogo in cui era stata trasferita la sede senza che ancora vi fosse stata la delibera sociale e la relativa pubblicità). (Rigetta, Comm. Trib. Reg. Salerno, 05/08/2004). Cass. civ. Sez. V, 27/10/2010, n. 21942 (rv. 615823).

Dunque applicazione del principio “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Siccome non è stata curata la pubblicità la “vecchia “sede legale sebbene non effettiva è perfettamente valida.

Anche l’esigenza di evitare sottrazioni alla notifica è un principio riconosciuto:

Si considera assicurato il diritto di difesa quando l’istanza di fallimento venga portata a conoscenza della società debitrice sia presso la sede sociale, risultante dai pubblici registri commerciali, sia, in caso di esito negativo, presso la residenza del legale rappresentante, anche con notifica eseguita a mezzo posta e perfezionatasi per compiuta giacenza. In tale circostanza, l’ordinamento considera equipollenti la conoscenza effettiva e la conoscenza legale degli atti giuridici; ciò allo scopo di evitare che il destinatario dell’atto possa impedirne la notificazione sottraendosene deliberatamente. Trib. Roma, 23/03/2001. Dir. e prat. soc., 2001, f. 23, 98

Si tratta in conclusione di bilanciare l’interesse del destinatario con quello del notificante: lo strumento utilizzato (carta o bit) a questo punto non dovrebbe fare alcuna differenza.

Certo l’equiparazione del domicilio informatico a quello fisico anche per le persone fisiche e non solo giuridiche pone di fronte uno scenario nuovo: quello di considerare attentamente la notifica solo legale e non anche effettiva per una serie di atti che possono involgere diritti personali di rango certamente superiori a quelli meramente patrimonialei di norma portati dalle persone giuridiche. Per quanto possano essere gravi gli effetti di un fallimento infatti, di certo un disconoscimento di paternità, un’interdizione o un divorzio hanno certo implicazioni diverse che non possono essere tutelate solo con lo strumento del risarcimento dani di cui si è parlato in precedenza.

Forse la notifica telematica dovrebbe essere rivista legislativamente e non solo a livello di interpretazione quando sono in discussione diritti della persona?

Ricevute PEC: un esempio

Anche in relazione alla discussione che è iniziata in sede di commenti all’articolo del gennaio dello scorso anno pochi giorni fa e che prosegue nel nuovo”pezzo”  sullo stesso argomento, riporto di seguito due esempi reali di ricevuta che il sistema invia al destinatario:

  1. la prima è di accettazione; nell’esempio è stata accettata alle ore 16:43 e 28 secondi (questa ricevuta è inviata dal fornitore di servizi PEC del mittente – io .. – che, in questo caso è Aruba)
  2. la seconda è di consegna, ma al server, ed è di appena 22 secondi dopo, giacché risulta effettuata alle ore 16:43 e 50 secondi (questa ricevuta è inviata dal fornitore di servizi PEC del destinatario che, in questo caso è Legalmail)
Stando così le cose, il messaggio risulta legalmente consegnato al server del destinatario in ogni caso PRIMA ancora che il destinatario stesso lo possa leggere. Ed anche se non verrà mai letto, risulterà comunque consegnato.
Il dialogo è essenzialmente tra computer e tutto si perfeziona nel dominio telematico

Notifiche telematiche: un caso di compiuta giacenza informatica (?)

Foto Wikipedia

Non era affatto mia intenzione fare la Cassandra.. anche se pare proprio che stia sulla buona strada.. :-(

Una lettrice mi ha infatti riportato quanto segue sotto forma di commento al mio pezzo sui prima passi di una rivoluzione di cui si parla troppo poco:

Mio padre mi ha appena riferito che il suo avvocato gli ha detto che la sua causa in corte d’appello a Milano è stata cancellata perchè la notifica dell’udienza è stata fatta solo a mezzo posta certificata e i rispettivi avvocati dicono di non averla mai ricevuta, quindi non essendosi presentato nessuno a quell’udienza, la causa è stata cancellata…è possibile tutto ciò?

Alla nostra amica Sonia, dovrei dire che purtroppo credo che le cose stiano proprio così: che io sappia il caso è uno dei primi di quella che avevo definito “compiuta giacenza informatica“.

Non dubito che gli avvocati non abbiano effettivamente potuto leggere l’avviso; il fatto è che la legge si accontenta di molto meno. L’avviso era infatti probabilmente a loro disposizione nella loro casella di posta elettronica (questo almeno prevede la legge).

Tranne guasti o malfunzionamenti tecnici, di cui però non mi viene fornito alcun indizio e di cui non si è avuta notizia, era infatti onere dei legali verificare se vi fossero messaggi nella loro casella PEC. E’ solo una mia ipotesi, ovviamente, ma molti avvocati sono forse poco “informatizzati” e magari, dopo anni, hanno preso confidenza con la posta elettronica “normale“, ma non credo che ne abbiano altrettanta con quella certificata, anche se l’uso è esattamente lo stesso… Certo se poi l’avvocato non gestisce l’account con un apposito editor di posta (come Outlook o Mail) ma lo usa solo via internet… è un bel problema perché se non si connette all’apposita pagina web per vedere se c’è posta.. non vedrà mai l’avviso (in questo caso…). Addirittura ci sono sistemi che avvisano l’avvocato della presenza di un messaggio nella propria casella PEC con un SMS (era previsto e attivato nel caso in esame..?)

Per verificare che sia tutto regolare si potrebbe chiedere una copia o almeno di visionare la relata di notifica che deve essere stata predisposta dall’Ufficiale Giudiziario e dalla quale dovrebbero risultare le due ricevute che la legge prevede:

  1. quella di accettazione (attesta l’invio)
  2. quella di ricezione (attesta che il server del destinatario ha ricevuto il messaggio)
Se queste ci sono… è un bel problema….
Non è previsto dalla legge l’avviso di avvenuta lettura: quindi bisogna stare molto attenti..
Ma d’altraparte è quanto avviene con la posta cartacea: l’avviso che firmiamo al postino attesta che abbiamo ricevuto la raccomandata, non che ne abbiamo letto il contenuto..

 

 

Notifiche telematiche, una realtà?

E’ da poco entrato in vigore il Decreto del Ministero della giustizia n. 44/2011 (Regolamento concernente le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal dlgs 7 marzo 2005 n. 82, e successive modificazioni, ai sensi dell’art. 4, c 1 e 2, del decreto-legge 29 dicembre 2009 n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010 n. 24) che contiene norme che vanno a disciplinare le comunicazioni e notificazioni telematiche.

Faremo a meno di buste e cartoline verdi?

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Notifiche telematiche: Milano e Monza al via…

Come previsto dall’art. 51  D.L. 112/2008  sono stati pubblicati i primi decreti del Ministero della giustizia che consentono la notifica telematica: il D.M.  28 maggio 2010, è relativo all’ Avvio delle comunicazioni e notificazioni per via telematica presso la Corte d’appello di Milano – settore civile (10A07412) (GU n. 138 del 16-6-2010 ).

In attesa che vengano emanati i DD.MM. che stabiliranno le “regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82” (Codice dell’Amministrazione Digitale), infatti, restano in vigore le norme attuali, tra cui quelle relative al Processo Civile Telematico. Continua a leggere