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Quando la legge non basta.

Io invece penso che le regole certe – da sole – non siano affatto sufficienti.

Ancora a pensare che il problema siano le regole?

Ammettendo pure che ci fossero regole certe e pene certe (e congrue, ma non esagerate), siamo sicuri che le cose cambierebbero? Considerando che in Italia di certo c’è ben poco, il problema stenterà a manifestarsi effettivamente in questi termini ed ognuno potrà continuare a sostenetere la sua ricetta “magica”.

La corruzione si alimenta e prospera in un terreno culturale che nessuna legge potrà mai cambiare:  mi sembra un considerazione al limite del banale. Da chi è al vertice del massimo organismo anticorruzione sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più.

Il problmema (nel problema..) è che si tratta di un magistrato che ragiona da magistrato o comunque da giurista: la legge da sola risolve i fenomeni criminali.

NON è così: la legge da sola NON basta. Ammetterlo sarebbe già un grosso passo avanti. Pensare poi ad un approccio pragmatico tipo #nudge, sarebbe probabilmente fantascienza.

E tutto rimane – tragicamente – com’è. A me però non sembra che da quando esiste l’ANAC la corruzione sia diminuita. Forse ho dati errati o non aggiornati.

Anzi non rimane tutto com’è, perché nel frattempo le pubbliche amministrazioni devono star dietro ai tanti adempimenti voluti dalla legge anti-corruzione: piani nazionali e triennali, pubblicazione di valanghe di dati sui siti web (sarei curioso di vedere i dati sulle letture…), nomina dei responsabili, riunioni, formazione.

L’etica e la morale vanno insegnate e praticate, sin da bambini: vanno allenate e implementate. Ma questo costerebbe fatica, impegno e visione strategica. Bisognerebbe avere genitori e insegnanti in grado di farlo. E questo delicatissimo e fondamentale compito non spetta a nessuno..?

Fare una legge e creare un ‘Authority è molto più semplice. E ben spendibile: ogni volta che ti intervistano aumenta la tua fettinata di mercato… I giornalisti ed i big-media diventano – di fatto – i tuoi commerciali !!

Un’ Authority, peraltro sotto-organico e quindi, incapace, di far fronte ad un così ampio e dilagante fenomeno: “solo” 300 persone…e nemmendo 70 milioni di spese.

Ma l’ANAC in concreto che fa? Le ipotesi di reato sono previste dal codice penale e dalle leggi ordinarie; le indagini le fanno i Pubblici Ministeri  e la polizia giudiziaria; i processi si celebrano in tribunale.

Dal sito dell’ANAC risultano le seguenti attività:

Non vorrei minimizzare troppo, ma la vigilanza ha dato luogo a qualche centinaio di procedimenti, quattro (4) provvedimenti d’ordine, “n. 158 segnalazioni. In conformità a quanto previsto dalla determinazione n. 6/2015, dette segnalazioni sono state sottoposte ad una attività di vaglio ed esame preliminare al fine di verificare la loro non manifesta infondatezza, che ha portato all’individuazione di 111 segnalazioni ritenute non manifestatamente infondate. Di queste sono state avviate n. 17 istruttorie, 6 delle quali compiutamente definite. 
Per le restanti 47 è stata disposta l’archiviazione per carenza dei presupposti richiesti dalla legge.”

A fronte di tale quadro, si celebrano meno di 300 processi per corruzione ogni anno.

Con questi numeri l’Italia, non si direbbe proprio un paese che ha problemi di corruzione… Se poi non emergessero appalti irregolari per circa 3,4 miliardi di euri.

L’appalto è un buon esempio di legge insufficiente: se l’importo dei lavori da appaltare è inferiore a 40.000 euro, non è necessario fare una gara (magari la salsa costerbbe più dell’arrosto..). E se qualcuno segmenta, spezzetta, frammenta, seziona o divide un appalto da 90.000 euro (che richiederebbe la gara) in 3 da 30.000, che succede? L’ANAC – è una delle sue competenze – ha subito chiarito che tale prassi è illegittima; questo basta a risolvere il problema?

Forse,  a due condizioni:

  1. se riuscirete a dimostrare davanti al giudice che il frazionamento è stato elusivo.
  2. se potete attendere qualche anno. La legge infatti, (art. 2, comma 2 bis, legge 89/2001)prvede che “Si considera rispettato il termine ragionevole (…) se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità“.

Beh, questa almeno, mi sembra una regola certa.