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Diritto e neuroscienze: un connubio.. destabilizzante

Senza cadere in facili e pericolose semplificazioni, e, quindi, solo per l’efficace sintesi che contiene, vorrei usare le parole di Vittorino Andreoli (La violenza. Dentro di noi, attorno a noi) per introdurre l’argomento: “Nel Novecento nasce la psicologia del profondo e il comportamento criminale appare il risultato di conflitti tra le varie istanza psichiche. Il termine <<volontà>> sparisce dal vocabolario delle scienze comportamentali (anche se rimane nella giurisprudenza“.

Nessun richiamo a Lombroso e nessuna deriva deterministica: il problema è attuale e complesso e non ho voglia né competenze per prendere posizione, ma sono avvocato (e mediatore) e credo che tutto quello che attiene al funzionamento di un soggetto titolare di posizioni giuridiche (attive e passive) mi debba interessare.

La domanda di fondo è : viene prima il diritto o ci sono meccanismi “naturali” assai più efficaci che in qualche modo “interferiscono” con l’applicazione del diritto?

Dubito, infatti, che una norma giuridica o un provvedimento giudiziario possano orientare comportamenti soprattutto quando l’azione è stata il frutto di “ragionamenti” non sempre consapevoli. Le ricadute sono molteplici:

  1. da un lato, infatti, riprendendo le parole di Andreoli, si potrebbe ridiscutere il concetto di libero arbitrio e con esso quello di  “coscienza e volontà” che riposa nel codice penale da circa 80 anni e che sembra non essersi accorto delle scoperte scientifiche (le neuroscienze, come dice il nome, non sono teorie psicologiche) medio-tempore maturate;
  2. di conseguenza sia la responsabilità che la pena dovrebbero essere riviste
  3. usando altri strumenti – non giuridici – si potrebbe agire diversamente sul versante dei conflitti generati da comportamenti genericamente ed impropriamente attribuiti (sono parole di Paul Watzlawick) a “follia o cattiveria”.

Il mio interesse è concentrato sull’ultimo punto anche se le prime discussioni sono sorte sui primi due: basti pensare alle innovative sentenze di Trieste (nel 2009) ed alla recentissima sentenza di Como – di cui avevamo già dato notizia –  in merito alla quale segnalo un interessante comment0.

Messi da parte i timori – connessi ai punti 1 e 2 – di poter/dover lasciare a spasso gli psicopatici-criminali perché non (del tutto) imputabili, vorrei concentrarmi sulla rilevanza delle recenti scoperte in tema di decision-making che potrebebro essere tranquillamente applicate al tema del conflitto, posto che di continuo e più volte al giorno tutti noi prendiamo decisoni circa il modo di relazionarci con gli altri: dire una cosa piuttosto che un’altra, usare un tono invece di un altro, dimostrarci empatici, collaborativi o, invece, competitivi od oppositivi con il prossimo.

Gli studi sono al riguardo molto recenti e le conclusioni, quindi, sono tutt’altro che definitive: più che un punto d’arrivo, un punto di inizio.

Partiamo dall’assunto che con cervello intendiamo la componente biologica della nostra testa, neuroni, dendriti,assoni, sinapsi, scambi elettrici e chimici e con mente, invece, facciamo riferimento alla componente psicologica: pensiero, ragionamento, sentimenti.

A questo punto, dove mettiamo le emozioni? Nel cervello o nella mente?

E quanto peso hanno le emozioni nelle nostre scelte quotidiane?

Se pensiamo di essere individui razionali che non si lasciano guidare o sopraffare dalle emozioni, siamo purtroppo in errore. Ed anche abbastanza grave. Non occorre scomodare Freud e la psicanalisi e possiamo lasciar stare anche tutta la psicologia per considerare alcune evidenze scientifiche che emergono usando strumenti sofisticati: risonanza magnetica funzionale (fMRI) o tecniche di imaging cerebrale  o la stimolazione magnetica transcranica (rTMS)

  1. il cervello è plastico: la sua struttura neuronale cambia di continuo (Ian H. Robertson);
  2. il cervello è solo in parte determinato dai geni: dunque c’è dell’altro che contribuisce alla sua formazione (A. Damasio);
  3. nel cervello si sono notati circuiti o reti neuronali direttamente connessi alla formazione delle emozioni: i relativi processi avvengono senza consapevolezza  (A. Damasio) e si originano nella parte più antica del cervello (P. MacLean)
  4. le emozioni hanno un ruolo determinate nei processi decisionali (A Damasio) e contribuiscono alle elaborazioni razionali (R. de Sousa, P.N. Johnson-Laird e K. Oatley);
  5. la memoria è essenzialmente ricostruttiva: il cervello non registra gli eventi (suoni, rumori, odori, accadimenti, facce paesaggi o oggetti) come dei files in un computer, anche perché cosìsi avrebbe un “effetto biblioteca” col rischio di non avere spazio sufficiente per immagazzinare nuove esperienze, ma usa delle rappresentazioni (cd. schemi neurali disposizionali, cortecce visive inferiori, R.B.H. Tootel) che quindi vengono completate nel momento in cui si rievoca o si ricorda. Con tutto ciò che ne consegue a partire dal punto 1: se il mio cervello è cambiato rispetto a quando ho vissuto quell’esperienza, anche il ricordo rielaborato – inconsapevolmente – ne risulterà mutato (A. Damasio,  G. Mazzoni).

Non sto parlando di patologie, ma di pura fisiologia: noi tutti che ci riteniamo “normali” siamo in qualche misura “pilotati” dalle emozioni (C. Darwin) e questa è una strategia evolutiva adattiva di grande successo: studi  hanno provato che lo scambio di segnali elettrici alla base del funzionamento delle emozioni è assai più veloce di quello alla base dei ragionamenti razionali (J. LeDoux) e questo è essenziale per gestire le situazioni di pericolo e soddisfare le esigenze primarie. Ma crea un mucchio di problemi quando non si tratta di assicurarci al sopravvivenza o la prosecuzione della specie.

Insomma siamo animali non del tutto adattati alla civiltà moderna che si districano – senza nemmeno saperlo – non sempre bene tra ragione ed emozione. Le nostre necessità sono diverse da quelle dei primati, dell’homo sapiens, ma anche dell’uomo del medioevo o dell’ottocento: non abbiamo problemi di sussistenza eppure abbiamo una testa progettata essenzialmente per questa.

Come notano gli esperti, conosciamo circa il 5% del funzionamento del cervello, eppure tutti pretendiamo di appioppare agli altri intenzioni o rappresentazioni che sono essenzialmente.. nostre!

Entriamo in conflitto con gli altri non solo senza sapere cosa passa nella testa dell’altro, ma nemmeno nella nostra!

Non sto dicendo che siamo automi, ma solo che sappiamo ben poco su noi stessi e sugli altri: ci vorrebbe forse molta più umiltà e comprensione del prossimo.