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monia.fabiani

Suggerimenti di Google

Un tribunale piemontese, in questi giorni, ha aperto le porte ad interessanti riflessioni intorno a google suggest.
Difatti anche nelle versione italiana del motore di ricerca più cliccato è attiva la funzione che suggerisce le parole chiave da ricercare attraverso un algoritmo che ha il potere magico di “indovinare qual’è la ricerca che vogliamo fare”… 😉
In pratica quando scriviamo una parola appaiono in tempo reale nella stringa di ricerca una lista di nuove parole che ci permettono di affinarla.

Un imprenditore digitando il proprio nome si è accorto che, tra i vari suggerimenti, apparivano le parole arrestato e indagato. Chiedeva subito la rimozione della associazione alla società, trattandosi di un suggerimento di ricerca infondato e falso nonché gravemente diffamatorio e lesivo della sua reputazione personale e professionale.
Google, per contro, si difendeva precisando come la funzione autocomplete sia generata automaticamente sulla base delle più frequenti ricerche effettuate da altri utenti sul web.

Il Tribunale di Pinerolo con l’ordinanza del 30 aprile-2 maggio 2012 ha accolto la tesi difensiva di Google, ritenendo che nel caso di specie non sia ravvisabile il reato di diffamazione perchè:

le parole in questione [arrestato e indagato] non sono per loro natura epiteti offensivi sicchè la loro associazione al nome di una persona non vale, per ciò solo, a lederne la reputazione

la mera associazione dei termini in una stringa di ricerca non è un’affermazione, dovendo piuttosto essere paragonata -tenendo conto delle finalità della funzione- ad una domanda

la domanda se taluno sia (o sia stato) indagato o arrestato non è, di per sè, lesiva della reputazione

L’impostazione del Tribunale è innovativa in quanto ribalta l’orientamento che si andava consolidando in Italia, come all’estero. Il Tribunale di Milano in una situazione analoga aveva ritenuto Google responsabile della associazione tra l’identità di un soggetto e le parole truffa e truffatore, in quanto si tratterebbe di un software solo astrattamente neutro (l’associazione di parole attraverso autocomplete sarebbe frutto di un servizio creato da Google). Opinione condivisa dai giudici francesi che, nel settembre 2010, hanno ritenuto autocomplete un sistema “comandato” dall’uomo; o ancora in Svezia e in Brasile.

Dovremmo riflettere sui vantaggi-svantaggi di questa funzionalità: suggest è certamente un aiuto alla semplificazione delle ricerche, ma come può conciliarsi con il nostro diritto all’oblio?
Pensiamo alla possibilità di google (giusto per fare un esempio..) di mantere traccia delle nostre navigazioni e delle ricerche effettuate in rete. E se non ci sembra già abbastanza pensiamo che suggest mette a disposizione del web le ricerche effettuate dagli altri utenti…

Caso Vivi Down, condanna Google; responsabilità intermediari. Ma di cosa parliamo?

Nessuno lo sa.
Le motivazioni della sentenza non si conoscono, eppure in tanti si affannano a schierarsi: chi contro e chi a favore..
E io mi chiedo: ma come è possibile schierarsi, in questo momento?
Non si potrebbe attendere di leggere le motivazioni? Da che cosa nasce questo bisogno di (s)parlare subito di qualsiasi notizia? Commentare..tanto per commentare…!?
Non sto dicendo che la notizia non va data, né che potenzialmente potrebbe trattarsi di una decisione assai pericolosa..dico solo che le possibilità che la sentenza lo sia davvero – allo stato – sono pari a quelle di predire un temporale in un certo luogo..tra un mese. Certo potrei azzeccarci, ma sarebbe un puro caso.. E potrei pure dire, a temporale avvenuto, che sono stato bravissimo a fare la previsione..

Non potendo parlare del merito della vicenda..per mancanza di materia prima..mi viene però da svolgere una considerazione : scorrendo qua e la un po’ di commenti sull’argomento, si nota subito come il conflitto sia una componente naturale delle relazioni umane. Anche quando non c’è nulla di cui parlare (o forse proprio per questo) si scatena una certa violenza verbale che pur senza scendere nell’offesa o nell’ingiuria, conduce comunque all’attacco personale. C’è chi vuole imporre il proprio punto di vista criticando non tanto le argomentazioni dell’altro, quanto invece denigrando l’autore di idee diverse dalle proprie. Analizziamo al frase:

Cerca di ragionare prima di scrivere certe castronerie!

Non cito volutamente quanto precede, poiché ..potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa..e non farebbe comunque differenza: è il modo di comunicare che mi interessa analizzare..non il contesto.

In una sola riga 2 attacchi:

1) cerca di ragionare

2) scrivi castronerie

A livello di meta-comunicazione risulta: “non sei capace di ragionare né di scrivere cose sensate“.

L’assurdo di tale modo di comunicare è che l’autore dell’attacco fa la stessa cosa che ha fatto l’attaccato: ha espresso una personale opinione basata su ipotesi (non un’analisi di fatti) che in quanto tale non può che essere soggettiva. Ed allora perché una dovrebbe essere giusta e l’altra sbagliata? Quale metro si dovrebbe utilizzare per misurare una siffatta (presunta)  “correttezza”?

Perchè dipingere il diverso come uno stupido? E’ forse un esempio di “razzismo intelletuale” ?

Tutto molto coerente: in un paese in cui parecchi si sentono “il miglior allenatore” di una squadra di pallone, non deve meravigliare che in tanti si sentano  “il miglior giudice”…

Come allenatore nn so..ma come giurista mi dovrei sentire un fallito: 4 anni di giurisprudenza, 3 di specializzazione..quasi 17 di professione…e non sono in grado di commentare una sentenza che tutti commentano..

E invece mi sento stranamente sereno, ma..dispiaciuto: per quanto poco ci voglia a litigare e per come sia, invece, difficile capire come esporre le proprie idee senza “aggredire” chi non la pensa come noi..

Credo che questa mancanza di tolleranza sia un fenomeno assai preoccupante  e mi chiedo come si potrebbe ovviarvi..

Mi consolo, pensando, che, almeno, capire dove sia il problema, possa essere un primo passo per capire come risolverlo..

Notizie utili a “crackare” ed etica hacker: libertà d’espressione o responsabilità penale?

Un amico mi chiede: “che succede se pubblico sul mio sito informazioni che spiegano come è stato crackato qualcosa?”

Rispondo:  “che cosa intendi in particolare?

beh..diverse cose” mi fa lui..

Ed io: “tipo?”

Risponde: “tipo.. come sono riusciti a violare l’algoritmo che consente di generare una chiave crittografia a 1024 bit…

Mmhhh penso e gli faccio: “dunque sarebbe un articolo tecnico scientifico..”

Risposta “ni“..

cioè?” chiedo..

scientifico ma non solo..” risponde lui

c’è dell’altro…?” insisto

si, come ad esempio..dove trovare – cambiando ipotesi..- anche il sistema pratico per sfruttare praticamente quelle informazioni“..

Rimango un po’ perplesso..

Mi tornano in mente le questioni sulla responsabilità degli intermediari sorte intorno al caso della Baia dei Pirati…, penso al 110 c.p. ed a come è stato scritto 60 anni fa..ed al fatto che se quell’informazione o – peggio ancora – lo strumento software linkato dal mio amico venisse utilizzato per commettere un reato.. potrebbe finirsi in mezzo pure lui..poiché si è inserito nella catena causale di eventi che hanno condotto alla commissione dell’illecito.

D’altronde la giurisprudenza in tema di concorso non ci va molto per il sottile: basta  la semplice “agevolazione” a far scattare il concorso e sarebbe innegabile che l’aver messo in linea il link con il software crackante (e le connesse spiegazioni..) agevolerebbe di certo la commissione del reato.

Se poi dalle indagini dovesse emergere un collegamento diretto, perché magari il reo era un assiduo frequentatore del sito del mio amico.. beh le cose prenderebbero una brutta piega..

Ci ripenso, sfoglio il codice penale ed incappo negli art. 615 quater e quinquies.. Accidenti ci potrebbe stare pure questo: un conto è l’articolo teorico ed un conto lo strumento pratico..Borbotto qualcosa, cercando un linguaggio meno legalese possibile..e lui ribatte:

Eh, ma se non metto il link..sembra che mi sono inventato tutto! Io devo dimostrare che quelle informazioni sono corrette e che il tutto funziona. Mi vuoi far passare per ciarlatano?

Non sia mai!” Faccio io..più da amico che da avvocato..

Prendo un po’ di tempo..e, nel mio peregrinare giurisprudenziale,  trovo una sentenza interessante che parla di canne (non quelle del gas..). Il  Tribunale di Rovereto con sentenza n. 300 del 29.11.2007 ha riconosciuto che non è istigazione all’uso di stupefacenti il fornire attraverso un sito web informazioni in tema di antiproibizionismo  e di mariuana..Insomma di fumo si può parlare: non lo si può vendere..né coltivare, non si può istigare all’uso, ma ci si può fare un forum, poiché.. soccorre l’art. 21 della Costituzione.

La questione mi pare carina e penso che prima o poi dovrò farci un case study. Bene, rifletto, tornando con la mente al mio caso del cracking “intellettuale…., se si può parlare di hashish e affini, perché non parlare di algoritmi violati etc..Addirittura – penso – nemmeno esiste il reato di “istigazione a crackare”..Già, però c’è quel maledetto 110 c.p…

Incuriosito recupero il sito sequestrato (si può fare…facilmente) e faccio un giretto nel forum (com’era prima che lo sequestrassero perché vendeva “fumo..”) e quasi subito mi appare una bella finestra che ostacola l’ulteriore navigazione:

“Attenzione caro navigatore, in questo sito si parla di canne.. vendere le canne è reato, etc..

Carina ‘sta cosa, penso, e quindi suggerisco al mio amico di fare un qualcosa di simile: un avviso in cui si spiega chiaramente la finalità dell’articolo e, soprattutto, del fatto che sia stato linkato il software al solo fine di consentire di verificare la correttezza scientifica dell’articolo ed il funzionamento effettivo di quanto ivi descritto. Dopo tutto il concorso è pur sempre doloso (tranne rare ipotesi con cui non vi voglio tediare) e l’intenzione non è quella di delinquere. E’ vero, si dovrebbe sospettare che qualcuno utilizzi a fin di male quelle informazioni, ma, in fondo, chi vende i coltelli non si pone affatto il problema dell’uso illecito di quanto appena venduto. Non è vietato vendere i coltelli e non è vietato scrivere di cracking..

Certo, forse, in chiave statistica si potrebbe dire che la stragrande maggioranza dei coltelli sono usati per tagliare alimenti e non per uccidere qualcuno, ma… gli articoli di cracking?

Considerato che nessuno è colpevole fino a prova contraria, starà al Pubblico Ministero dimostrare che la gran parte degli articoli in materia sono usati a fini illeciti…

Il problema è che in Tribunale, magari, non si ragiona così..

Baia dei pirati: la Cassazione ha sbagliato ? (Part I)

Immagine ritagliata da http://thepiratebay.org/

Si è già scritto molto sull’argomento; ero quindi indeciso sulla necessità di intervenire, ma una discussione in un gruppo di professionisti in ambito ICT, mi ha indotto a fare qualche considerazione per chiarire alcuni aspetti.

La sentenza ha fatto rapidamente il giro della rete; di commenti – come al solito su questi temi – un’infinità..molti off-topics, altri qualunquisti; alcuni giustizialisti e diversi strenui difensori della net-neutrality (magari col portafoglio degli altri, ma questo non conta perché sarebbe bello gonfio..e quindi meritevole di ..dieta..).

In pochi (mi metto tra questi) seppure un po’ a malincuore hanno però riconosciuto che la motivazione, in punto di diritto è corretta.

Al momento non sono in grado di dire se ciò sia un bene o un male.. E ciò mi crea una sorta di “dissociazione”..

Da giurista

Non vorrei fare un discorso sulla responsabilità degli intermediari, poiché, il metodo “generalizzante” può condurre a risultati insoddisfacenti: credo, infatti, che trattandosi di sentenza resa in giudizio penale, possano essere comparati solo altri casi analoghi, in cui siano contestate le medesime imputazioni, poiché ogni reato ha struttura e funzione proprie.

Vanno escluse nel caso specifico, poi, anche valutazioni sulla libertà di espressione che talvolta sembrano “drammatizzare” i toni della discussione, senza apportare un significativo valore esegetico.Ciò per due motivi:

  • condividere musica protetta (che ci piaccia o no) è reato, e non credo che l’art. 21 della Costituzione possa fungere da scriminante, poiché non pare essere questa un’attività che contempla la produzione e diffusione di proprie opinioni
  • quando è davvero in discussione la libertà di espressione (v. sentenza di Modica o Firenze) non è contestata una violazione della legge sul diritto d’autore.

Cosa rimane?

L’analisi della motivazione della sentenza, che vorrei splittare in 2: primo se sussiste il concorso di TPB (Part I), e poi come può essere applicato il “sequestro” ai siti (Part II…di prossima pubblicazione).

Andando all’essenziale, direi che la sentenza – sul primo aspetto – pare, come detto, sostanzialmente esente da errori.

E’ corretta seppure sulla base di una norma del 1938: “Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti”

L’art. 110 c.p. (sopra citato) che è alla base della decisione, in pratica, non distingue (tranne casi che qui non rilevano) tra belli o brutti: chiunque concorre paga. E paga allo stesso modo poiché la norma in questione non fraziona troppo  il cd. “apporto causale”: TPB ha “agevolato” la commissione del reato che, detto per inciso è anche quello previsto dalla lett. a bis  dell’art. 171 l. 633/1941 che punisce chiunque: ” mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa”. Di conseguenza non è necessario il fine di lucro (non richiesto dalla norma appena richiamata).

Sembrerebbe avvertirsi una mancanza di normativa adeguata alla situazione socio-tecnologica. Parrebbe lo stesso discorso affrontato per il direttore responsabile del blog: attenzione non sto paragonando i due casi, che sono e restano giuridicamente diversissimi, sto solo dicendo che sembrano figli della stessa madre. In quel caso, però, la norma era stata illegittimamente”dilatata”, mentre in questo caso si è interpretato il 110 c.p alla luce della Direttiva 2000/31/CE recepita con d. lgs. 70/2003.

Anche con questa illuminazione, però, le cose non cambiano, poiché la Suprema Corte sostiene che TPB non poteva non sapere: la sua attività cioè non poteva  essere “completamente agnostica“. Difficile contestare infatti che non si sapesse che parte (non piccola..) dei file scaricati avessero una provenienza illecita.

Attenzione ora a fare il paragone con coltelli e fucili: è vero che il coltello da cucina venduto liberamente può servire per affettare la carme o uccidere qualcuno. Il fatto è che il primo fine che viene “normalmente” perseguito  e , quindi, giustamente presunto dal commerciante di coltelli al momento della vendita. Passiamo al fucile: stesso discorso, con ulteriore specificazione delle norme di P.S. che qui mancano.

Certo che in entrami i casi, se entrasse in negozio  un potenziale acquirente con un qualcuno sottobraccio trattentuo con forza o legato e si rivolgesse allo stesso commerciante dicendo: “PRESTO !! DAMMI un coltello (o una pistola) che devo uccidere questo…” la vicenda avrebbe altra conclusione in ipotesi di vendita del coltello e morte dell’ostaggio….

Quindi per evitare di ricadere nel 110 c.p. bisognerebbe dimostrare che l’uso normale, consueto, maggioritario e quindi probabile e plausibile di quella rete P2P sia lecito, cioè  che si scambino Mp3 e simili..legali.

Non ho dati al riguardo, ma posso immaginare che esistano sufficienti elementi a fondare il dubbio: ecco quest’ultima è la parolina magica. Siamo, infatti, in sede di sequestro e non di giudizio pieno, ergo la cognizione non è completa, ma approssimata: il giudice concede il cautelare perché ha dei sospetti – confermati da indizi – non delle certezze.

Tanto basta in questa sede. In dibattimento si vedrà; con prove alla mano si potrebbe giungere ad una condanna, senza, (in teoria) all’assoluzione

Però non spariamo sul pianista..non è lui che scrive la musica..

Da utente della rete

Cambio ruolo, non parlo più da giurista, ma da utente della rete. Mi proietto nel futuro di qualche anno e vedo uno scenario terribile: implementando i principi indirettamente emersi in seguito alle applicazioni delle norme esaminate e grazie a qualche legge “liberticida”, frattanto emanata e volta a “schedare” blog e blogger, siamo da punto e daccapo: i siti non sono più liberi.

Come non è libera la radio che pure era libera negli anni ’70 (mitici!).

Come non è libera la televisione che, invece non lo è mai stata…

Insomma, godiamoci questi blog liberi finchè possiamo.

Ho paura.

Sì, perché, se vado avanti ancora di quale anno mi vedo in un mondo in cui, non solo si controllano (di nuovo) i media e quindi l’informazione (con un rigurgito di determinismo tecnologico) ma..mi ritrovo addirittura in Matrix..Una realtà artefatta  e difficile da riconoscere come tale: bisognerà inventare la carboneria telematico-informativa del terzo millennio con TOR e sue evoluzioni, districandoci tra filtri e censure?

Pessimista ? Può darsi ..Visionario ?..anche..

Fin dalla prima volta che ho visto Blade Runner ho sempre pensato che un giorno avremmo avuto i replicanti e,.. considerati i progressi della tecnologia non mi pare chi siano molto lontani..

Se il buongiorno si vede dal mattino..

P.S. Gli scrittori di fantascienza sono solo persone con una vista lunga, anzi, lunghissima…

Gutemberg, le valvole, internet e la legge che non c’è.

Andrea ButiIl tribunale di Firenze con sentenza del 982/2009 ha stabilito che un sito internet è un prodotto editoriale secondo la legge 62/2001, con la conseguenza che è possibile riconoscere la responsabilità del direttore responsabile in capo a colui che omette il controllo su articoli o notizie di natura diffamatoria ivi pubblicate.

Diversi profili della motivazione non convincono. Si può leggere: “In primo luogo va osservato che l’ultima legge sull’editoria n. 62/2001, di riforma della legge n. 47/1948, ha data una nuova definizione di prodotto editoriale, che estende anche alle pubblicazioni con il mezzo elettronico (internet) la disciplina sulla stampa”.

In vero la legge 62/2001 non ha affatto riformato la legge 47/1948. La legge 62, infatti, è rubricata “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416”.

Ebbene proprio il primo articolo di tale legge prevede: “1. Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Visto che il legislatore si è preoccupato di precisare “ai fini della presente legge” dovrebbe l’interprete (quindi anche il giudice) chiedersi se sia possibile estrapolare il concetto di «prodotto editoriale» ed applicarlo a contesti non regolamentati dalla legge 62. Tale legge, infatti, si occupa di diversi aspetti (trasparenza, sovvenzioni, fondi speciali), ma non riforma in nessun modo la legge 47/1948, anzi l’unico rinvio esplicito è contenuto sempre nell’art. 1 al comma 3: “Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948

L’art. 2 cui si rinvia prevede: “Ogni stampato deve indicare il luogo e l’anno della pubblicazione, nonché il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell’editore.

I giornali, le pubblicazioni delle agenzie d’informazioni e i periodici di qualsiasi altro genere devono recare la indicazione: del luogo e della data della pubblicazione; del nome e del domicilio dello stampatore; del nome del proprietario e del direttore o vice direttore responsabile. All’identità delle indicazioni, obbligatorie e non obbligatorie, che contrassegnano gli stampati, deve corrispondere identità di contenuto in tutti gli esemplari”.

Tanto volendo concedere, come avevo già avuto modo di segnalare, si deve dotare di un direttore (anche non giornalista professionista, magari… ma questa è altra questione) solo il periodico che ha testata registrata: nessuno di questi due aspetti è stato minimamente considerato nella sentenza.

L’obbligo di registrazione di cui all’art. 5 della legge 47/48 richiamato non rileva in questo caso.

Nessuna norma, quindi, equipara espressamente internet alla stampa. Il problema è proprio qui; soprattutto nell’avverbio….

Trattandosi di materia penale, infatti, vigono alcuni principi:

  • il divieto di interpretazione estensiva delle norme (non si può allargare il campo semantico delle espressioni terminologiche usate dal legislatore);
  • il principio di tassatività (la previsione del reato deve essere precisamente individuata dal legislatore e non dal giudice);
  • il divieto di interpretazione analogica (non si possono applicare norme che regolano casi diversi, seppure simili come potrebbe avvenir nell’ambito del diritto civile);
  • il principio del favor rei o, in dubio pro reo (sia a livello sostanziale che processuale, non debbono sussistere ragionevoli dubbi sula colpevolezza e nel caso il quadro probatorio non sia sufficiente: meglio un colpevole a spasso che un innocente in galera);

Nessuno di questi principi sembra essere stato adeguatamente considerato.

Continua la sentenza: “Prodotto editoriale diventa, anche la pubblicazione on line che si avvale appunto del mezzo elettronico e può essere riprodotto facilmente su supporto informatico. Il silo internet, inteso come insieme di hardware e software attraverso cui si genera il prodotto telematico sotto forma di trasmissione di flussi di dati, in quanta prodotto editoriale, ai sensi della l. n. 62/2001, si deve ritenere sottoposto anche ai fini penali alla disciplina sulla stampa. “

Ammesso e non concesso che un commento lasciato in un forum possa essere considerato un “prodotto editoriale” (per dare valore ad un qualsiasi “documento informatico” ci sono voluti diversi anni e diverse leggi e qui, invece, in pochi secondi si risolve il problema…mmhhh) o che lo sia il sito che lo contiene (ancora più arduo considerato che si confonde il contenuto con il contenitore, il supporto, la memorizzazione e la pubblicazione in un unico melting pot informatico-concettuale..); in nessun caso questo legittima l’applicazione della disciplina penale della stampa ed in particola dell’art. 57 c.p. che testualmente prevede: “(Reati commessi col mezzo della stampa periodica) Salva la responsabilita’ dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati, e’ punito, a titolo di colpa, se un reato e’ commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo”.

A fronte di un tale tenore letterale come può ritenersi il moderatore/gestore di un sito o di un forum anchedirettore responsabile” ? Chi l’ha nominato tale ? La pubblicazione è periodica? Aveva le qualifiche personali per esercitare la funzione?

Tutte domande che nella sentenza non sono state nemmeno considerate.

Infine: “Ragionando in questi termini, nel caso di diffamazione commessa con il mezzo di un giornale telematico, non possono non richiamarsi le norme del codice penale in materia di stampa, ossia l’art. 595 co. 3 c.p. e l’art. 57 c.p.”.

Viene quindi introdotto il concetto ed il termine “giornale telematico” sconosciuto al nostro ordinamento: già solo questo appare violato il principio di tassatività e di interpretazione estensiva, (che dovrebbero impedire al giudice di indossare la veste di creatore di diritto). Neppure viene citata la seppur limitata giurisprudenza in materia.

Una considerazione, infine, su un aspetto particolare che emerge nella sentenza: il fatto che per 6 mesi i post diffamatori siano rimasti on-line.

La circostanza è considerata dal giudice una sorta di aggravante (in senso atecnico, ovviamente): l’imputato avrebbe avuto tutto il tempo di cancellare i commenti illeciti, ma non l’ha fatto e questo andrebbe a suo sfavore.

A parte il fatto che prima di poter considerare il tempo per evadere l’obbligo, bisognerebbe dimostrare che l’obbligo esiste…, pare proprio che il fattore “tempo” sia l’unico da considerare, mentre non è affatto così.

Almeno per due motivi.

Innanzitutto bisognerebbe considerare la quantità dei commenti/messaggi da verificare, come ad esempio ha assai correttamente tenuto in debita considerazione il Tribunale di Padova rilevando che “occorre tener conto che, quale webmaster responsabile di un forum, l’imputato riceveva un elevato numero di messaggi da pubblicare sul sito da lui gestito: il grado di attenzione esigibile da dedicare ad ognuno di essi non poteva andare al di là di un controllo prima facie della presenza di espressioni oggettivamente e immediatamente valutabili come diffamatorie” (al riguardo si segnala anche questo articolo).

Inoltre, si deve rilevare come il compito del diritto responsabile si esercita su un giornale che (come detto deve essere periodico) presuppone cioè una “chiusura” ad una certa ora di un certo giotno del singolo numero o del prodotto editoriale: nel caso del sito internet o del forum, l’edizione non viene mai chiusa, è sempre on-line, fluida, dinamica, i commenti possono essere inviati 24 ore su 24.

Infine, seguendo la sentenza fiorentina, il direttore sarebbe responsabile per le affermazioni/notizie che non sono fornite da dipendenti dell’impresa editoriale, dalla redazione o da collaboratori, ma da terzi del tutto estranei e per giunta pure sconosciuti e magari non identificabili: un onere che francamente pare spropositato e non esigibile. Che stipendio (se ce l’ha ovviamente..) dovrebbe pretendere un direttore responsabile del genere? In servizio H24 e parafulmine di una qualsiasi immondizia postata da chiunque! La legge ha una sua logica, un bilanciamento di valori, interessi, oneri ed onori: le norme sono figlie dei tempi e delle società in cui vivono ed operno gli uomini che le emanano.

Qui parliamo di norme che come tecnologia presupponevano e conoscevano solo la stampa a caratteri mobili. Viene allora da chiedersi: si può prendere un articolo del codice penale, creato (Regio Decreto 19 ottobre 1930, n.1938) quando non esistevano nemmeno i transistor (e le valvole termoioniche erano una scoperta relativamente recente…) e trapiantarlo nella società dell’informazione in cui, volenti o nolenti, si può dire quel che si vuole, rimanendo anonimi nella maggior parte dei casi (TOR docet…) mettendo nei guai uno dei pochi “intermediari” rintracciabili ed identificabili?

Non sto affatto giustificando o istigando alla diffamazione, ma quello appena riportato è un fatto: e non si possono violare i canoni interpretativi perchè questo fatto non ci sta bene; non possiamo crearci la regola che la legge non prevede perché “lo riteniamo giusto” o perché “la legge manca”. Siamo uno stato di diritto.

Concludo con una riflessione/provocazione: mi vien da pensare che l’editore di un “giornale telematico” sia – in realtà -la rete internet, poiché è questa che ha sostituito davvero la carta e l’organizzazione che solo l’editore di inizio ‘900 potevano avere a disposizione… perché, allora, non condannare ICANN, RIPE NIC.. ? Se loro non ci fossero, l’informazione diffamatoria non verrebbe stampata (ops..pubblicata.ma tanto sono la stessa cosa..) su internet..lo prevede pure l’art. 57 bis c.p.: “Nel caso di stampa non periodica, le disposizioni di cui al precedente articolo si applicano all’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, ovvero allo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile” (questa norma è assai più recente, è del 1958…c’era pure la televisione…).