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Corte di Giustizia UE: è davvero diritto all’oblio ?

Preparando il mio intervento al seminario di formazione   sui rapporti tra stampa e giustizia organizzato dall’ordine dei Giornalisti delle Marche in collaborazione con l’Ordine degli avvocati di Macerata,  al teatro Annibal Caro di Civitanova Marche, ho raccolto diversi materiali che mi hanno consentito di osservare la discussione intorno al (cosiddetto..) “diritto all’oblio”, sotto diversi punti di vista.

Con l’occhio del giurista si fanno certe considerazioni, mentre con quelle del giornalista se ne fanno altre: se consideriamo però che il diritto dovrebbe essere oggettivo e cioè uguale per tutti, forse dovremmo sforzarci di trovare una visione unitaria. Continua a leggere

Responsabilità dei siti per commenti: quel che non ha detto la Corte di Strasburgo

Quando si parla di commenti… i commenti fioccano!

Ecco, si potrebbe sintetizzare così quello che sta succedendo a pochi giorni dalla pubblicazione di una sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) che sta facendo parecchio discutere.

Il contraddittorio, la divergenza di punti di vista e di possibili interpretazioni è il sale della democrazia e più persone vi partecipano, meglio è. Ma quando si parla di diritto può tornare utile anche qualche nozione “tecnica” ossia di come funziona il sistema giuridico: tra opinione personale – atecnica – e riflessioni giuridiche – al limiti dei pareri tecnici – infatti, ce ne corre.

Attenzione: non sto dicendo che di diritto possano parlare solo giuristi o laureati in legge. Continua a leggere

monia.fabiani

Suggerimenti di Google

Un tribunale piemontese, in questi giorni, ha aperto le porte ad interessanti riflessioni intorno a google suggest.
Difatti anche nelle versione italiana del motore di ricerca più cliccato è attiva la funzione che suggerisce le parole chiave da ricercare attraverso un algoritmo che ha il potere magico di “indovinare qual’è la ricerca che vogliamo fare”… 😉
In pratica quando scriviamo una parola appaiono in tempo reale nella stringa di ricerca una lista di nuove parole che ci permettono di affinarla.

Un imprenditore digitando il proprio nome si è accorto che, tra i vari suggerimenti, apparivano le parole arrestato e indagato. Chiedeva subito la rimozione della associazione alla società, trattandosi di un suggerimento di ricerca infondato e falso nonché gravemente diffamatorio e lesivo della sua reputazione personale e professionale.
Google, per contro, si difendeva precisando come la funzione autocomplete sia generata automaticamente sulla base delle più frequenti ricerche effettuate da altri utenti sul web.

Il Tribunale di Pinerolo con l’ordinanza del 30 aprile-2 maggio 2012 ha accolto la tesi difensiva di Google, ritenendo che nel caso di specie non sia ravvisabile il reato di diffamazione perchè:

le parole in questione [arrestato e indagato] non sono per loro natura epiteti offensivi sicchè la loro associazione al nome di una persona non vale, per ciò solo, a lederne la reputazione

la mera associazione dei termini in una stringa di ricerca non è un’affermazione, dovendo piuttosto essere paragonata -tenendo conto delle finalità della funzione- ad una domanda

la domanda se taluno sia (o sia stato) indagato o arrestato non è, di per sè, lesiva della reputazione

L’impostazione del Tribunale è innovativa in quanto ribalta l’orientamento che si andava consolidando in Italia, come all’estero. Il Tribunale di Milano in una situazione analoga aveva ritenuto Google responsabile della associazione tra l’identità di un soggetto e le parole truffa e truffatore, in quanto si tratterebbe di un software solo astrattamente neutro (l’associazione di parole attraverso autocomplete sarebbe frutto di un servizio creato da Google). Opinione condivisa dai giudici francesi che, nel settembre 2010, hanno ritenuto autocomplete un sistema “comandato” dall’uomo; o ancora in Svezia e in Brasile.

Dovremmo riflettere sui vantaggi-svantaggi di questa funzionalità: suggest è certamente un aiuto alla semplificazione delle ricerche, ma come può conciliarsi con il nostro diritto all’oblio?
Pensiamo alla possibilità di google (giusto per fare un esempio..) di mantere traccia delle nostre navigazioni e delle ricerche effettuate in rete. E se non ci sembra già abbastanza pensiamo che suggest mette a disposizione del web le ricerche effettuate dagli altri utenti…

Ricevute PEC: un esempio

Anche in relazione alla discussione che è iniziata in sede di commenti all’articolo del gennaio dello scorso anno pochi giorni fa e che prosegue nel nuovo”pezzo”  sullo stesso argomento, riporto di seguito due esempi reali di ricevuta che il sistema invia al destinatario:

  1. la prima è di accettazione; nell’esempio è stata accettata alle ore 16:43 e 28 secondi (questa ricevuta è inviata dal fornitore di servizi PEC del mittente – io .. – che, in questo caso è Aruba)
  2. la seconda è di consegna, ma al server, ed è di appena 22 secondi dopo, giacché risulta effettuata alle ore 16:43 e 50 secondi (questa ricevuta è inviata dal fornitore di servizi PEC del destinatario che, in questo caso è Legalmail)
Stando così le cose, il messaggio risulta legalmente consegnato al server del destinatario in ogni caso PRIMA ancora che il destinatario stesso lo possa leggere. Ed anche se non verrà mai letto, risulterà comunque consegnato.
Il dialogo è essenzialmente tra computer e tutto si perfeziona nel dominio telematico

D. lgs. 110/2010 e atto pubblico informatico. Come si esibisce un originale digitale?

L’art. 65 della l. 69/2009 prevede l’emanazione di un decreto legislativo per consentire ai notai di redigere e conservare atti pubblici in formato elettronico.

Ciò è possibile tramite l’uso della firma digitale. In data 2 luglio è stato, infatti, emanato il d. lgs. 110/2010 (qui il testo integrale in .pdf). In estrema sintesi queste le innovazioni principali già in vigore:

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