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Come redigere nel modo più opportuno un contratto di agenzia in Francia?

Una e-mail inviatami il mese scorso da un cliente del settore calzaturiero- con sede nelle Marche- mi offre lo spunto per la redazione di questo articolo.

Ricevo l’ e-mail, con la quale il cliente, prossimo alla stipula di un contratto di agenzia con un agente francese, mi tempesta di domande : “Cosa prevede la normativa francese sui contratti di agenzia? È possibile, redigere almeno una versione del testo del contratto in inglese …ma che terminologia utilizzare?.. …eppoi… si può far riferimento alla legislazione italiana, pur designando un agente francese….? …Conviene scegliere come foro competente un tribunale francese o quello italiano….o si potrebbe, invece, designare un arbitro..?Continua a leggere

Cambia drasticamene la competenza giurisdizionale dell’ esportatore italiano in ambito UE

E’ dell’ ottobre scorso l’ultima, sorprendente novità in tema di giurisdizione, che trae spunto dalla vicenda di un esportatore italiano che si trovi ad operare in un contesto comunitario.

Essa è contenuta in un’ ordinanza emessa ad opera della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite- che vuole che l’esportatore italiano- al fine di recuperare il proprio credito in caso di insolvenza del debitore-debba rivolgersi al giudice dello Stato del compratore.

E’ quanto ha statuito l’ordinanza n. 21191 del 5 ottobre 2009.

Ma sino ad oggi quale disciplina…?

Facendo un piccolo passo a ritroso, noteremo come la materia sia da sempre regolata dal Regolamento CE 44/01 sulla competenza giurisdizionale. Esso statuisce con chiarezza come, in materia contrattuale, se manchi una clausola di deroga del foro formalmente valida e qualora si voglia agire contro un soggetto comunitario, il giudice competente sia quello dello Stato in cui si trova tale soggetto.

Segue, all’art 5, una deroga a tale principio in forza della quale, qualora si tratti della compravendita di beni, sarà possibile citare un soggetto comunitario anche dinanzi al giudice del luogo in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto.

Tale inciso è stato poi nel tempo oggetto di duplice interpretazione per cui per “luogo di consegna” può intendersi:

1.quello estrapolato seguendo un’accezione giuridica

2.oppure quello che scaturisce da un’interpretazione resa in senso economico e fattuale.

La prima interpretazione trova la sua fonte più autorevole nella Convenzione di Vienna del 1980 che stabilisce che il luogo di consegna coincide con quello in cui i beni sono stati consegnati al primo vettore per il trasporto al compratore, salvo diverso accordo tra le parti

Purtuttavia i Tribunali italiani, all’atto di riempire di significato il termine “luogo di consegna”, si sono ultimamente mossi in senso contrario, preferendo aderire piuttosto alla seconda interpretazione fattuale del concetto di “luogo di consegna”.

E dunque, in conclusione, si fa attualmente riferimento al luogo in cui i beni vengono fatti entrare nella materiale disponibilità del destinatario, a prescindere dal diverso luogo in cui eventualmente il vettore sia stato incaricato della presa in carico delle merci.

Conclusioni certamente opposte rispetto a quelle indicate dalla Convenzione di Vienna: giudice competente a conoscere delle domande fondate su un contratto di compravendita internazionale sarà, perciò, quello ove si trova il luogo finale di destinazione delle merci.

Ma cosa cambia in concreto…?

In buona sostanza, l’imprenditore italiano che esporta, per recuperare il credito vantato si vede oggi costretto ad agire di fronte al giudice straniero, sotto la cui giurisdizione si è perfezionata la consegna delle merci.

Questi, per sintetizzare i punti salienti della fattispecie in esame:

1.un’impresa straniera ordina delle merci ad una ditta italiana per un cospiquo corrispettivo

2.quest’ultima provvede alla consegna delle merci al vettore presso il proprio stabilimento

3.ricevuto la merce, la ditta straniera non paga

4.l’imprenditore italiano avvia allora un’azione giudiziaria in Italia per il recupero del proprio credito

5.la straniera eccepisce in giudizio il difetto di giurisdizione del giudice italiano

6.la Corte di Cassazione conferma l’eccezione, impone al venditore italiano di rivolgersi al giudice straniero per il recupero del proprio credito.

A questo punto che soluzione adottare…?

Ebbene, non resta che consigliare all’ esportatore italiano di agire in via preventiva al fine di “plasmare”i propri contratti in maniera oculata, cercando di inserire all’interno degli stessi e dunque in un ‘apposita clausola, un luogo di consegna o un foro competente che, il più delle volte finirà per esser non gradito alla controparte….

L’importanza della lingua del contratto internazionale

L’aspetto linguistico, ovvero la scelta in merito alla lingua da utilizzare nella redazione/stesura di un contratto internazionale, è troppo sovente trascurato o in taluni casi addirittura del tutto ignorato dall’impresa che si avvicini ad un nuovo mercato estero.

Bisogna, infatti, tenere presente un dato fondamentale: nella più parte dei casi i 2 venturers commerciali si accingono a redigere il contratto internazionale in una lingua che non è la propria e in questa ipotesi è chiaro come il rischio maggiore possa derivare dal pericolo che insorgano incomprensioni dovute al fatto che le due Parti parlino, appunto, due linguaggi diversi.

Ma vi è più: allorquando, come è sempre auspicabile, la lingua utilizzata sia l’inglese essa sarà -con grossa probabilità-la lingua madre solo di uno dei due contraenti (es: impresa inglese e impresa italiana) il quale, inevitabilmente, finirebbe con l’esser avvantaggiato sull’altro.

Orbene, spesso nella pratica viene chiesto all’operatore/avvocato,consulente/giurista da parte dell’ azienda- se sia possibile redigere il contratto facendo ricorso a due lingue diverse.

Ciò può dar luogo a seri problemi interpretativi e perciò stesso è- in linea teorica- assolutamente sconsigliabile poiché per citare un esempio, l’ignoranza della lingua utilizzata nella redazione del testo contrattuale potrebbe comportare l’annullabilità dello stesso per errore (in tal senso valgano: Pretura di Torino 16 gennaio 1995, in I Contratti-1995, p. 479-Tribunale di Vallo della Lucania 21 ottobre 1987, in rassegna Diritto Civile, 1989, 454). Purtuttavia se, nonostante tali considerazioni, le parti decidessero comunque di redigere il contratto utilizzando diverse versioni linguistiche sarà necessario, allora, stabilire innanzitutto quale sia la versione che “farà fede”, ossia quella che prevale. Ciò risulta fondamentale al fine di sapere con sicurezza a quale testo ricorrere in caso di dubbi circa l’interpretazione del contratto (meglio se la lingua è l’italiano o, in ogni caso, una lingua di cui comunque l’imprenditore locale abbia un buon livello di conoscenza).

Dunque, in conclusione, un contratto potrà essere bilingue, come nell’esempio sotto riportato, ma in tal caso sarà d’ obbligo chiarire che la controparte è consapevole del fatto e dichiari espressamente di avere buona conoscenza dei contenuti del contratto stesso.

Esempio n. 1: “Le parti sono consapevoli e prendono atto di aver richiesto che il presente contratto venisse redatto unicamente nella lingua inglese.”

English Version: “The Parties herein after acknowledge that they have requested that this agreement between them should be drawn up in the english language only.”

Esempio n. 2: “Il presente contratto viene sottoscritto in 4 esemplari: 2 in inglese e 2 in italiano, ciascuno dei quali costituisce un originale del medesimo contratto.”

Simona P.