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Scelte e decisioni: razionalità o emotività?

Pensare che una discussione su una questione tecnica (di scelte, di materiali o di prezzo) sia possa o debba risolvere solo in maniera razionale, potrebbe risultare limitativo. Non si può, infatti, di certo negare che emozioni come la collera, la vergogna, l’invidia o molte altre ancora, svolgano un ruolo attivo sia nella fase di nascita del conflitto che nella fase di ricerca di una soluzione di un qualsiasi problema.

Nella ricerca di una soluzione è facile immaginare quali effetti possono produrre le emozioni durante una riunione o un colloquio: se una o entrambe le parti provano ira, odio, risentimento, paura o altri sentimenti, è ovvio che il loro modo di comunicare e di negoziare ne risentirà più o meno intensamente.

In entrambi i casi, pertanto, può essere utile acquisire qualche nozione in materia.

Come funzionano le emozioni?

Si discute se le emozioni possono essere considerate universali (ossia uguali per tutti gli uomini che si trovano nella stessa situazione o condizione) o se invece esistano diverse varietà di emozioni come mostrano alcuni studi antropologici. Per comodità, considereremo le emozioni come sentimenti tipici provati da tutte le persone che vivono una medesima esperienza, pur consci che si tratta di un discorso scarsamente rigoroso sotto un punto di vista eminentemente scientifico.

Ciò che più interessa in questa sede non è, infatti, un analisi delle tipologie delle emozioni, quanto invece capire alcuni meccanismi fondamentali e causali.
Per far ciò occorre volgere l’attenzione alle scienze biologiche ed alla psicologia. Come chiarito dagli esperti “molte se non la maggior parte delle emozioni umane sono suscitate da credenze la cui complessità appare al di fuori della portata degli animali” .

Le nostre emozioni dipendo cioè da ciò che noi crediamo. Si tratta, dunque del risultato di un processo cognitivo che conduce a fare pareri o valutazioni sulle base informazioni che abbiamo ricevuto o che crediamo di aver ricevuto.

Si può allora cominciare chiedendoci perché l’emozione è così forte da prendere talvolta il sopravvento e perché, conseguentemente è così difficile da gestire.

La spiegazione è essenzialmente “biologica”. Il nostro cervello funziona, infatti, in un modo che può essere schematicamente rappresentato come nel disegno che segue.

Uno stimolo emotivo, provoca l’attivazione di due distinte vie per mediare i segnali sensoriali e le reazioni.
La prima la “via alta” raggiunge “le aree cerebrali in grado di operare verifiche cognitive” , mentre la seconda, la “via bassa” connette direttamente l’amigdala che è una formazione che ha un ruolo centrale nelle reazione emotive.

Ciò che rileva in questo schema è che la via bassa è assai più veloce di quella alta: esperimenti su animali di laboratori hanno dimostrato che i segnali corticali verso l’amigdala sono il doppio più veloci di quelli che raggiungono la corteccia sensoriale. Considerato che quest’ultima è la sede in cui viene elaborato un pensiero cosciente (e rende l’uomo consapevole delle proprie scelte ed azioni) e facile comprendere come, in realtà, mentre il pensiero “razionale” sta “lavorando” l’organismo ha già predisposto o messo in atto una reazione che non è frutto di elaborazione cognitiva, ma solo una risposta puramente emotiva.

Questo meccanismo è dovuto all’evoluzione e serve a consentire reazioni immediate quando non c’è molto tempo per ragionare (scarica di adrenalina, fuga o blocco, come conseguenze di una paura improvvisa). E’ un fenomeno connesso alla sopravvivenza: meglio prendere paura per nulla che non rendersi conto di un pericolo.

Ma genera effetti non voluti nel mondo moderno, in cui questo meccanismo di “protezione” rischia di innescare reazioni immediate, ma errate.

Tratto da: Jon Elster, Emozioni forti, Il Mulino (2001)

NOTA. Il filmato produce degli stimoli emotivi legati all’orrore che suscitano alcune immagini, alla pietà per le vittime, al dramma della guerra; il tutto è acuito da un sottofondo melanconio o fors’anche ossessivo o inquietante. Non è facile trovare le parole per descrivere delle sensazioni e pur volendoci provare ci accorgiamo che prima viene l’emozione e poi la riflessione.

NOTA LEGALE. Le immagini utilizzate per realizzare il filmato sono tratte da sito worldwariitcms realizzato dagli studenti della Twelve Corners Middle School, Brighton, New York,; dai siti (salvo errori e/o omissioni): http://media.photobucket.com/image/cimitero%20militare%20nettuno/laterradimezzo/Croci-in-fila.jpg, http://www.historyplace.com/worldwar2/timeline/pearl.htm; http://hawaii.gov. La musica è una composizione originale realizzata utilizzando jingle e loop presenti nel software per Mac GarageBand

Gandhi e la competenza relazionale

Queste bellissime parole sono un ottimo esempio per provare a comprendere l’importanza di quelli che – con linguaggio un po’ freddo e tecnico – sono definiti aspetti relazionali di una comunicazione, di una discussione, di un conflitto, di una negoziazione, in definitiva di un rapporto umano.

Mi piace almeno pensare che la competenza a trattare le persone e la capacità di costruire relazioni che funzionano, di cui tanto oggi si parla e si avverte la necessità, possano essere assimilate o anche semplicemente confrontate con il pensiero del Mahatma.

La società moderna ha molto dilatato, fin quasi a perderlo, il senso o l’importanza della spiritualità, ma questo non dovrebbe autorizzare ad essere aridi o astiosi.

Per più di un motivo – cultura, psicologia ed emotività: racchiusi nel cd. principio di reciprocità – si tende a trattare gli altri nel modo in cui loro ci trattano: attenzione, però, questo non significa essere autorizzati ad essere aggressivi con chi lo é.

Al contrario, se vogliamo trattare qualcuno gentilmente, perché ci interessa davvero “avvicinare i nostri cuori” per poterci comprendere e confrontare, dobbiamo superare l’aggressività dell’altro.

Diversamente occorrerà solo gridare sempre più forte finché nessuno sentirà e capirà nulla dell’altro, senza risolvere i problemi.

Non siamo tutti Gandhi; però potremmo provare.. D’altronde se non si mira ad obiettive elevati, i risultati non potranno che essere scarsi..

Harry Patch


Fast Tube by Casper

John Henry (Harry) Patch (Combe Down, 17 giugno 1898 – Wells, 25 luglio 2009) è stato un supercentenario inglese. Fu all’età di 111 anni il più longevo uomo vivente nel Regno Unito e il 3° uomo più vecchio del mondo; detenne tali primati dopo la morte, il 18 luglio 2009 di connazionale Henry Allingham, conservandoli perciò solo per una settimana. È rimasto l’ultimo soldato al mondo ad aver combattuto nelle trincee del fronte occidentale (fonte wikipedia).

Ubuntu, Mandela, gestione dei conflitti e bit.

Ubuntu è il nome di una “distribuzione” (ossia un tipo di sofware) open source o free, libero o gratuito basato su Linux. L’aspetto più caratteristico è da rintracciare non tanto e non solo nel fatto che è distribuito gratis (chiunque lo può “scaricare” liberamente da internet), ma nel suo essere un sistema “aperto” sul quale tutti i programmatori che sono in grado farlo possono lavorare, interagendo sul codice sorgente (le istruzioni che fanno “girare” il programma) al fine di migliorarlo e implementarlo.
Come si può leggere nel sito web della comunità che lavora al progetto in Italia (www.ubuntu-it.org), Ubuntu è nato come sviluppo di Debian che, a sua volta “è un progetto volontario di sviluppo di una distribuzione GNU/Linux. Debian nasce più di dieci anni fa ed è cresciuta fino a coinvolgere oltre 1000 membri con lo status di sviluppatori ufficiali, e numerosi altri volontari e collaboratori. La sua espansione è arrivata a circa 17.000 pacchetti di software e documentazione Free e Open Source”.
Domanda: se il software è libero e gratuito,  cosa spinge un migliaio di persone a lavorare gratis per regalare un sistema operativo a degli estranei? Continua a leggere