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Quanto diritto scorre nelle nostre vene…?

Dopo aver appreso alcuni rudimenti sul funzionamento dei conflitti interpersonali, ho cominciato a pensare che sia possibile approcciare la professione legale considerando e lavorando non solo sul setting giuridico-giudiziario, ma anche su quello relazionale.

Ogni professionista sarà in grado di valutare tutte (o gran parte delle) le implicazioni di un caso in termini di diritto e di legge: quanti però sono in grado di vedere al di là o, meglio, al di sotto?

Una controversia giuridica coinvolge sempre due centri di autonoma soggettività giuridica: poco importa che si tratti di persone fisiche private, di società o di pubbliche amministrazioni. Qualsiasi rapporto infatti si svolge tra persone fatti di carne, ossa, percezioni, emozioni e sentimenti. Tutte “cose” che raramente trovano spazio nei manuali adottati nelle facoltà di giurisprudenza e questo, ad avviso di chi scrive, pare proprio una “stranezza”. Se il diritto è una scienza sociale, se le norme giuridiche sono norme di comportamento volte ad assicurare una convivenza civile, democratica, in diversi casi solidaristica, se la Persona è uno dei cardini della nostra Carta Fondamentale, se nel codice civile esiste “l’uomo medio”, si possono ignorare le conoscenze “minime” circa il “funzionamento” delle interazioni tra persone?

Quanto è giusta, produttiva e meritevole la visione solo giuridica della controversia o di un negoziato se non si considera l’altra faccia della medaglia?

Ogni persona può, infatti, vantare i diritti riconosciuti dall’ordinamento, ma chi si preoccupa della sua “salute” relazionale?

Dei suoi patimenti e delle sue esigenze non giuridiche ?

La mancanza di risposte a queste domande e la mancanza di cura per le questioni sottostanti, non fa che peggiorare la situazione dei rapporti tra le persone, tanto è vero che da qualche tempo si parla di tribunalizzazione dei conflitti o pangiustizialismo: insomma tutto finisce in tribunale, che così diventa un enorme ed intasato frullatore in cui una questione su un frustolo di pochi metri quadrati (con possibili, grandi problemi relazionali tra gli antagonisti) viene trattata come una ipertecnica questione in materia di obbligazioni con causa astratta.

Due le spiegazioni che si propongono.

  • Innanzitutto l’ignoranza in senso rigorosamente latino: all’aspirante avvocato (almeno nel corso di studi accademici) non vengono di norma trasferite conoscenze che non siano di diritto. Di conseguenza non immagina, il nostro esperto forense in erba – ed in questo pare immune da colpa, dunque – che si possano o debbano gestire le persone in maniera diversa dai problemi e, soprattutto, che il codice civile e il diritto positivo in genere, non siano di alcun aiuto a quest’uopo.
  • La seconda riflessione è relativa al fatto che gli avvocati tendono (colposamente o dolosamente dipende dai singoli casi) spesso a privilegiare la soluzione giuridica o giudiziaria, perchè sono avversariali per istinto o per necessità.

Su quest’ultimo aspetto – cercando di essere pragmatici – a livello “micro” si può fare davvero poco, ma sul primo si potrebbe agire, iniziando ad acquisire qualche competenza in materia di aspetti attinenti al funzionamento dei modelli di comunicazione tra persone.

E chi sa che, con il tempo, non si ottenga qualche benefico effetto anche sull’altro aspetto: recuperata un po’ di conoscenza, si potrebbe, forse, anche “invertire la rotta”.

Certo si dovrebbero riconoscere  e separare le controversie “full law”, nate per il processo, da quelle “blended”, in cui la cura di problemi relazionali è la migliore medicina ed il tribunale la peggiore delle terapie.

Il discorso dovrebbe muovere dallo studio della comunicazione, poiché talvolta il conflitto relazionale è la risultante di una serie di problemi connessi all’oggettiva difficoltà di comunicare (quanti conoscono la differenza tra comunicazione analogica e digitale ?), all’incomprensione, alla distorsione di informazione, all’assegnazione di valori semantici arbitrari o puramente soggettivi ai messaggi scambiati: il tutto è poi complicato e non agevolata dalla grande disponibilità di mezzi di comunicazione (stampa, radio, telefono internet, sms etc…) che hanno l’effetto di “trasmettere” più facilmente l’infezione, cioè il conflitto relazionale. In definitiva, quindi, si tratta di mancanza di conoscenza delle norme (non giuridiche) che governano la comunicazione.

Considerato infine che l’organismo umano è una macchina complessa, qualche considerazione sui problemi di percezione e sul funzionamento delle emozioni potrebbe rilevarsi molto utile.

Spesso, dopo tutto questo, viene il diritto. Non prima.

Per passare dalla teoria alla pratica…abbiamo realizzato una nuova pillola formativa in materia di negoziazione per introdurre alcuni concetti che giuridici non sono, ma che possono avere una ricaduta tangibile.

Scelte e decisioni: razionalità o emotività?

Pensare che una discussione su una questione tecnica (di scelte, di materiali o di prezzo) sia possa o debba risolvere solo in maniera razionale, potrebbe risultare limitativo. Non si può, infatti, di certo negare che emozioni come la collera, la vergogna, l’invidia o molte altre ancora, svolgano un ruolo attivo sia nella fase di nascita del conflitto che nella fase di ricerca di una soluzione di un qualsiasi problema.

Nella ricerca di una soluzione è facile immaginare quali effetti possono produrre le emozioni durante una riunione o un colloquio: se una o entrambe le parti provano ira, odio, risentimento, paura o altri sentimenti, è ovvio che il loro modo di comunicare e di negoziare ne risentirà più o meno intensamente.

In entrambi i casi, pertanto, può essere utile acquisire qualche nozione in materia.

Come funzionano le emozioni?

Si discute se le emozioni possono essere considerate universali (ossia uguali per tutti gli uomini che si trovano nella stessa situazione o condizione) o se invece esistano diverse varietà di emozioni come mostrano alcuni studi antropologici. Per comodità, considereremo le emozioni come sentimenti tipici provati da tutte le persone che vivono una medesima esperienza, pur consci che si tratta di un discorso scarsamente rigoroso sotto un punto di vista eminentemente scientifico.

Ciò che più interessa in questa sede non è, infatti, un analisi delle tipologie delle emozioni, quanto invece capire alcuni meccanismi fondamentali e causali.
Per far ciò occorre volgere l’attenzione alle scienze biologiche ed alla psicologia. Come chiarito dagli esperti “molte se non la maggior parte delle emozioni umane sono suscitate da credenze la cui complessità appare al di fuori della portata degli animali” .

Le nostre emozioni dipendo cioè da ciò che noi crediamo. Si tratta, dunque del risultato di un processo cognitivo che conduce a fare pareri o valutazioni sulle base informazioni che abbiamo ricevuto o che crediamo di aver ricevuto.

Si può allora cominciare chiedendoci perché l’emozione è così forte da prendere talvolta il sopravvento e perché, conseguentemente è così difficile da gestire.

La spiegazione è essenzialmente “biologica”. Il nostro cervello funziona, infatti, in un modo che può essere schematicamente rappresentato come nel disegno che segue.

Uno stimolo emotivo, provoca l’attivazione di due distinte vie per mediare i segnali sensoriali e le reazioni.
La prima la “via alta” raggiunge “le aree cerebrali in grado di operare verifiche cognitive” , mentre la seconda, la “via bassa” connette direttamente l’amigdala che è una formazione che ha un ruolo centrale nelle reazione emotive.

Ciò che rileva in questo schema è che la via bassa è assai più veloce di quella alta: esperimenti su animali di laboratori hanno dimostrato che i segnali corticali verso l’amigdala sono il doppio più veloci di quelli che raggiungono la corteccia sensoriale. Considerato che quest’ultima è la sede in cui viene elaborato un pensiero cosciente (e rende l’uomo consapevole delle proprie scelte ed azioni) e facile comprendere come, in realtà, mentre il pensiero “razionale” sta “lavorando” l’organismo ha già predisposto o messo in atto una reazione che non è frutto di elaborazione cognitiva, ma solo una risposta puramente emotiva.

Questo meccanismo è dovuto all’evoluzione e serve a consentire reazioni immediate quando non c’è molto tempo per ragionare (scarica di adrenalina, fuga o blocco, come conseguenze di una paura improvvisa). E’ un fenomeno connesso alla sopravvivenza: meglio prendere paura per nulla che non rendersi conto di un pericolo.

Ma genera effetti non voluti nel mondo moderno, in cui questo meccanismo di “protezione” rischia di innescare reazioni immediate, ma errate.

Tratto da: Jon Elster, Emozioni forti, Il Mulino (2001)

NOTA. Il filmato produce degli stimoli emotivi legati all’orrore che suscitano alcune immagini, alla pietà per le vittime, al dramma della guerra; il tutto è acuito da un sottofondo melanconio o fors’anche ossessivo o inquietante. Non è facile trovare le parole per descrivere delle sensazioni e pur volendoci provare ci accorgiamo che prima viene l’emozione e poi la riflessione.

NOTA LEGALE. Le immagini utilizzate per realizzare il filmato sono tratte da sito worldwariitcms realizzato dagli studenti della Twelve Corners Middle School, Brighton, New York,; dai siti (salvo errori e/o omissioni): http://media.photobucket.com/image/cimitero%20militare%20nettuno/laterradimezzo/Croci-in-fila.jpg, http://www.historyplace.com/worldwar2/timeline/pearl.htm; http://hawaii.gov. La musica è una composizione originale realizzata utilizzando jingle e loop presenti nel software per Mac GarageBand

Le para-giurisdizioni, Striscia la notizia, eBay e..il diritto globale.

L’esperienza umana è passata nei secoli dalla gestione della materia propria della realtà pre-industriale, alla gestione dell’energia nella società industriale, per approdare alla gestione dell’informazione così come manifestatasi nella società post-industriale1. Non sorprende, allora, che la rivoluzione delle telecomunicazioni sia comunemente definita come “terza rivoluzione industriale”, scoppiata subito dopo la seconda2 (connessa all’avvento dell’elettricità, del telefono, del grammofono e della macchina da scrivere), e determinata dallo sfruttamento dell’atomo3 e dalla diffusione dell’informatica4.

Pur con le limitazioni proprie di ogni sintesi e generalizzazione, si può concordare sul fatto che comunicare, in effetti, significa condividere “informazioni” e dunque per cogliere efficacemente i termini minimi che costituiscono l’ossatura della società dell’informazione5 sembra sufficiente far riferimento ai concetti di “contenuto” (informazione, messaggio, dato) e “contenitore” (media, mezzo di comunicazione o vettore).

In questi ultimi anni, però, si è potuto verificare – contrariamente a quello che si potrebbe istintivamente pensare – come la relazione tra i due aspetti sia ambivalente: può dunque accadere che il contenuto sia del tutto indipendente dal contenitore, ma anche che il contenitore influisca sul contenuto dando luogo ad un fenomeno non troppo dissimile dal cd. determinismo tecnologico, in ragione del quale ogni singolo mezzo tecnologico può produrre effetti tipici: per Marshall McLuhan addirittura il medium stesso “è” il messaggio. Pur senza spingersi fino all’esame delle teorie più ottimistiche, pessimistiche o critiche sul punto, basterà notare6 che termini come “industria della cultura “, “manipolazione dei media” o “società unidimensionale” sono in uso da oltre un decennio.

La semplice esistenza di simili problemi dovrebbe essere sufficiente a generare un interrogativo sull’adeguatezza, non tanto del diritto sotto il profilo sostanziale (che prima o poi, riesce a disciplinare – anche se non sempre nel migliore dei modi – ogni meandro della vita umana e le sue continue evoluzioni) quanto sotto quello connesso alla risoluzione delle controversie di natura legale che coinvolgono, interessano ed interagiscono, appunto, con la moderna società dell’informazione. La domanda, in termini di architettura del sistema, coinvolge sia le dinamiche processuali che l’appropriatezza della risposta: ed in effetti se si è di fronte ad una rivoluzione, sembra lecito riflettere sull’adeguatezza – in termini di comparazione formale – di un sistema processuale che per quanto raffinato e sofisticato, non si discosta poi molto, nel suo meccanismo intrinseco di funzionamento, dal giudizio degli antichi romani: reciproche accuse e difese, sempre più scritte e meno orali (con buona pace di Chiovenda) davanti ad un giudice terzo che attribuisce torti e ragioni sulla base di un sistema formale (l’ordinamento giuridico): la classica forma di giustizia avversariale, di natura eterodeterminata.

Viene, insomma, il dubbio, al solo esame in chiave sociologica del fenomeno, che sia sicuramente ritenuta più efficiente – in una visione pragmatica che talvolta sfugge ai giuristi – una segnalazione a “Striscia la Notizia” o alle “Iene” che un provvedimento del tribunale! In altre parole, non si può certo biasimare quell’uomo della strada (che sempre meno sembra trovare ospitalità nelle nostre leggi) che invece di rivolgersi ad un avvocato che a sua volta si rivolge ad un magistrato per discutere, insieme all’avversario, intorno ad una norma creata da altri, si rivolge ad una sorta di sportello unico per attivare una gogna mediatica che gli renda giustizia.

E non si tratta di una boutade. Gli effetti di una informazione che circola ed agisce in una dimensione catodica (LCD non suona altrettanto bene) o mediatica, possono essere pienamente percepiti se si considera il reale ed effettivo potere del feed-back di cibernetica (ri)scoperta.

Non è un caso infatti che si parli di transazioni commerciali all’ombra del diritto di eBay, quasi si trattasse di una sorta di sovragiurisdizione che annulla le differenze degli ordinamenti nazionali, in una comunità in cui chi decide è…la percentuale matematica. In particolare la percentuale di gradimento, di costumer satisfaction, di feed-back, per l’appunto. Il tutto in ambiente trasparente e quasi autopoietico (sperando che domani non esca la notizia di un grande fratello che controllava il DB dei feed-back di eBay!) in cui senza alcuna inter-mediazione di terzi si può valutare la bontà di un acquirente o di un venditore; decidere se includerlo od escluderlo dal novero dei soggetti attendibili. Senza tirare in ballo codici ed aule di tribunale; senza spendere un soldo. Magari un incontrollabile delirio di onnipotenza dell’insieme dei giudizi espressi, comunque ponderato dalla democratica media. Non sarà un sistema perfetto, ma non lascia più insoddisfazione di una sentenza di tribunale in cui vengono compensate le spese legali senza fornire puntuale motivazione.

Il margine di errore o di insoddisfazione è una variabile ineliminabile – per ora e senza utopistiche visioni – in ogni applicazione umana: dunque, si tratta solo di scegliere consapevolmente tra una serie di valori quello ritenuto più adatto al caso concreto.

Viene, infatti, da chiedersi se lo stesso effetto, negli stessi tempi, si potrebbe ottenere con una sentenza!

E se si contesta che la domanda trascende o dovrebbe trascendere dalla competenza del giurista, è opinione di chi scrive, che proprio questo sia il problema: spaccare in quattro il capello giuridico, sia esso sostanziale che processuale, senza (pre)occuparsi della effettiva incidenza del sistema legale/giudiziario sulla realtà fattuale7.

1 G. Buonanno, in http://www.liuc.it/person/gbuonann/iia_easi/Materiale/01LM%20-%20Trattamento%20Informazione.pdf

2 http://www.studenti.it/didattica/approfondimenti/rivoluzione_industriale3.php

3 http://www.storiafilosofia.it/storia/terza_rivoluzione_industriale.php

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_industriale

5 Per info sul termine cfr. http://europa.eu.int/comm/publications/archives/booklets/move/06/txt_it.htm#ch5

6 http://www.tecnolab.tm/saggi/comunicazione/media.htm

7 Così venendo meno ad una delle principali e primigenie funzioni dello ius: quella di essere utile ai cittadini (Digesto, 1.1.11 Paul. 14 ad Sab.; “ius pluribus modis dicitur: (…) altero modo, quoad omnibus aut pluribus in quaque civitate utile est, ut est ius civile (…)“.