Archivio tag: commercio elettronico

legge di stabilità 2015 : e-book iva al 4%

Finalmente con la legge di Stabilità 2015 il Governo ha posto fine ad una disparità di trattamento nelle vendite di libri, che aveva penalizzato non poco le vendite dei cosiddetti e-book. Infatti, fino ad ora i soli libri presenti nella Tabella A parte II iva al 4% erano quelli tradizionali e per i libri in formato elettronico, il venditore era costretto ad applicare l’aliquota al 22%, con un evidente penalizzazione del commercio elettronico di libri. Tale divergenza  contravveniva alle disposizioni Ocse sulla necessità di non prevedere forme di tassazione del commercio elettronico specifiche e di utilizzare la tassazione già presente per le cessioni di beni  analoghi senza internet.

La nuova territorialità delle prestazioni on-line e il M.O.S.S.

Con il regolamento di esecuzione ue n. 1042/2013, come noto la territorialità Iva delle prestazioni B2C è destinata a cambiare. Il provvedimento del Consiglio Europeo ha previsto, infatti, lo spostamento degli obblighi di versamento dell’Iva nel paese del destinatario della prestazione a partire dal 1° gennaio 2015.  Per le prestazioni svolte con mezzi elettronici, cosiddetto Commercio elettronico diretto, il prestatore, sia esso Ue o extra-Ue, dovrà versare l’Iva, nel paese del committente. Così, ad esempio, un piccolo rivenditore di musiche on-line sarà obbligato ad identificarsi, dal punto di vista Iva, in ogni Stato in  cui effettua le sue vendite, a meno che non scelga di adottare il regime opzionale dei Mini One Stop Shop (Mini Sportello Unico IVA). Questo regime facoltativo prevede la possibilità per il piccolo rivenditore Ue di identificarsi nello Stato membro in cui ha la sede e di effettuare i versamenti Iva al solo Stato membro, quest’ultimo provvederà a girare l’Iva agli stati Ue di provenienza del consumatore finale. Anche il piccolo rivenditore extra-Ue sarà tenuto a versare l’Iva in tutti gli Stati in cui eseguirà la sua prestazione, in questo caso il rivenditore extra-ue, se vorrà accedere al regime opzionale dei M.O.S.S., dovrà procedere all’identificazione in un solo stato membro da lui prescelto e tramite questo Stato effettuerà i versamenti dell’Iva. L’ Agenzia delle Entrate ha reso possibile la registrazione al regime Mini One Stop Shop già dal 1 ottobre 2014, anche se sarà valida solo per l’anno d’imposta 2015, in quanto solo dal 1° gennaio 2015 entrerà in vigore la nuova territorialità. L’opzione è facoltativa, ma sarà valida per l’esercizio di opzione e per i due successivi in tutti gli Stati membri Ue.

 

L’Europa applica le linee guida dell’Ocse in materia di commercio elettronico

Nel luglio 2001 l’Ocse ha pubblicato un articolo sul “Oecd Observer” in merito alle conferenze sull’ITC ed il commercio elettronico. In questo articolo si spiegava come il motore del commercio elettronico è la “fiducia del consumatore e degli utilizzatori del commercio elettronico”; e si poneva l’accento sulle seguenti azioni che avrebbero portato all’incremento di tale fiducia:

  • Aumentare gli strumenti di difesa del consumatore, come l’utilizzo della ADR Alternative Dispute Resolution e la tutela della privacy;
  • Revisionare e valutare,  attraverso workshops,  i progressi del primo anno nell’attuazione “Linee guida per la tutela dei consumatori nel contesto del commercio elettronico”  stilate nel Dicembre 1999;
  • Studiare metodi di pagamento elettronici sicuri;
  • Diffusione delle informazioni per favorire processi decisionali dei consumatori consapevoli;     
  •  Un “Codice delle leggi a tutela dei consumatori, delle politiche e degli usi e consuetudini vigenti nei paesi membri dell’OCSE”   Continua a leggere

La Conferenza “Card, internet and mobile payments” ed il futuro del commercio elettronico.

Con la Conferenza per pagamenti con carta, Internet e Mobile tenutasi il 4 Maggio 2012 a Bruxelles, la Commissione Europea ha aperto il dibattito in merito alla proposta del Libro Verde sui pagamenti nella Comunità Europea pubblicato l’ 11 gennaio 2012. Come noto la Green Card è una proposta operativa che una volta esaminata dai paesi membri può diventare proposta legislativa comunitaria. Lo scenario futuro che si prospetta attraverso questa linea guida della Commissione Europea prevede l’avvento di un nuovo sistema di pagamenti integrato in tutti i paesi aderenti, tramite carte di credito e prepagate, internet e smarthphone.

Già dal 2002 il progetto di creazione di un’area per i pagamenti comunitaria, denominato SEPA (Single European PAyment Area), è stato dato in gestione dalle banche centrali,  ma dagli interventi alla Conferenza emerge che oggi trova maggior vigore, in quanto motore per la crescita dei paesi aderenti,  come sostenuto da Joaquin Almunia (Vice Presidente della Commissione europea responsabile per la politica di concorrenza) e da Daniela Russo (Direttore Generale Pagamenti e infrastrutture di mercato della Banca centrale europea) nei loro discorsi alla Conferenza di Bruxelles.

Ma perché una proposta del 2002 dovrebbe oggi trovare maggior appoggio alla sua realizzazione dato che fino ad ora si è parzialmente realizzata? E questo come darà impulso al commercio elettronico? Per rispondere Daniela Russo (BCE) si rifà ad un’intervista a Christine Lagarde (Direttore Generale dell’FMI), quando afferma che la crisi europea non ha altra soluzione che quella di  incrementare l’integrazione e questo vale anche per i pagamenti. Ne deriva che una integrazione dei mezzi di pagamento, servendosi delle nuove tecnologie, determina una maggiore facilità per i cyber-utenti di effettuare i loro acquisti on-line con efficienza e sicurezza.

L’integrazione e la modernizzazione dei pagamenti al dettaglio è una necessità di pubblico interesse, in quanto recenti studi hanno dimostrato che la migrazione ad un efficiente sistema elettronico di pagamenti permette di risparmiare risorse pubbliche, ma soprattutto di incrementare la crescita, il consumo  ed il commercio, in particolare quello elettronico.

Per far si che il SEPA sia portato a termine è necessario, secondo Daniela Russo, che:

  • le banche siamo in grado di trattare larghe masse di dati del SEPA payment, in particolare gli SDD.
  • si diffonda la consapevolezza che il SEPA porta benefici a tutti i livelli, anche quelli più operativi e non solo nelle grandi corporation IT.
  • i produttori di software competano attivamente, in libera concorrenza, per dare un reale supporto alle banche nella gestione del SEPA.

La BCE reputa che la migrazione al SEPA dovrà essere univoca in tutti i paesi, per poter garantire i benefici agli utenti finali e si sta adoperando per individuare gli strumenti più adatti per supportare la trasparenza pan-europea del processo di migrazione SEPA(ad esempio attraverso un sito web che compari in forma tabellare la situazione del SEPA nei diversi stati).

Ma quali sono gli ostacoli che fino ad ora hanno impedito la migrazione al SEPA?

L’unico vero grande ostacolo è dato dalla diffidenza dell’utente nei nuovi strumenti di pagamento, da qui nasce la necessità di contemperare l’efficienza e la sicurezza delle operazioni in internet o tramite servizi mobili. Nel 2010 è stato creato il Secure pay, un forum europeo sulla sicurezza dei pagamenti dal quale sono scaturite una serie di raccomandazioni sulla sicurezza dei pagamenti via Internet ed una consultazione pubblica su queste raccomandazioni è stata lanciata il 20 aprile 2012. Ma qualsiasi altra iniziativa, anche di tipo governativo, è ben accetta. Perché il nodo fondamentale dell’integrazione è la condivisione di tutte le parti coinvolte dei benefici che questa porterà.

Da questi interventi prestigiosi emerge dunque un futuro in crescita per il commercio elettronico, soprattutto in vista della integrazione dei pagamenti nell’area euro, secondo quanto stabilito dalla Green Card: Card, internet and mobile payments e dalla Conferenza di Bruxelles del 4 maggio 2012.

Problematiche della tassazione del commercio elettronico negli USA

Negli ultimi tempi è in corso un lungo ed al quanto articolato dibattito da parte di tutti gli Stati sulla opportunità di non far fuggire dalla cd. “scure fiscale” anche il “cyberspazio”. 

E’ fin dal 1994, con la proposizione della ” Bit Tax”, che i paesi Ocse cercano una via univoca per contemperare tre diversi interessi :

– consentire la massima diffusione al commercio elettronico;

– consentire agli stati interessati dal commercio elettronico di imporre la propria tassazione;

– non creare una sovrapposizione di imposizione fiscale tra gli stati coinvolti nello scambio a danno del consumatore finale.

Gli Stati Uniti, patria del commercio elettronico, sono stati il primo paese ad avere affrontato questo tema, ma ad oggi non sembra che abbiano trovato ancora una strada univoca.

I governi degli stati federali americani hanno da subito intuito che la tassazione tradizionale, aveva i suoi limiti, ma che altrettanto deleteria per la diffusione del commercio elettronico sarebbe stata l’introduzione di una tassazione specifica. Nel 1992 tramite una sentenza della  Corte Suprema nella causa Quill-North Dakota si è stabilito che la tassazione deve avvenire secondo i meccanismi delle vendite per corrispondenza (mail order business); e  nel 1998 il Congresso americano ha steso  un atto, l’Internet Tax Freedom Act (ITFA),  con il quale si enunciano i tre principi citati, come principi fondanti della tassazione dell’e-commerce negli USA.  Sostanzialmente, si statuisce l’impossibilità per i paesi venditori di rivendicare l’applicazione di qualsiasi forma di tassazione, lasciando che sia il paese di destinazione della merce  o lo stato dell’acquirente, a seconda se si tratti di commercio elettronico indiretto o diretta, a provvedere alla tassazione della transazione. Nonostante questo intervento abbia posto quest’ultima regola fondamentale, i governi dei singoli stati hanno continuato la loro battaglia per accaparrarsi una fetta della base imponibile proveniente dall’e-commerce statunitense, che nel 2009 vedeva gli scambi commerciali complessivii attestarsi a 3,371 miliardi di euro. Ed infatti è fin dagli albori del “cyberspazio” che la Corte Suprema si trova a dover dirimere questioni di territorialità fiscale sempre più articolate, ma con un unico intento, tassare la cd. New Economy. Nel 2002 apparentemente sembra che gli Usa approdino ad un unica tassazione, con la sottoscrizione da parte  di 49 Stati degli Streamlined Sales and Use Tax Agreement (SSUTA). Questi accordi stabiliscono le seguenti regole operative per la regolazione della tassazione delle transazioni online:

1 Un’unica tassa sul commercio elettronico per tutti gli stati  membri;

2La statuizione di una categoria nuova di prodotti denominata “beni digitali”, distinta dai “beni materiali” e dai “servizi”;

3 Una sola percentuale di tassazione, con la sola eccezione dell’addizionale per alimenti (food and drugs);

4L’abolizione delle tasse locali sulle vendite on line sorte nel frattempo;

5 Regola base per stabilire la territorialità della tassazione è l’individuazione del codice di avvimento postale del compratore. Solo attraverso lo zip code si stabilisce la giurisdizione della tassazione;

6Regola base per la tassazione del commercio indiretto è il luogo di consegna della merce, mentre per il commercio elettronico diretto è lo stato di residenza dell’acquirente;

7 Obbligo per tutti gli stati membri di creare un sistema di registrazione on line per tutti i venditori, per raccogliere le tasse sulle transazioni online, consentendo un’unica registrazione in tutti gli stati membri. 

Purtroppo però la questione dell’univocità di trattamento fiscale del commercio elettronico negli USA non si è risolta, inquanto gli accordi SSUTA sono solo un accordo e non un obbligo legislativo. Gli Usa necessitano, come anche il resto del mondo (Europa compresa), di una legiferazione del Congresso ed un intervento diretto del Dipartimento del Tesoro, che ponga degli obblighi a carico di tutti gli Stati non solo dei 49 membri del SSUTA. Inoltre, la natura di accordo fa si che molti stati si trovino nell’impossibilità di esercitare il proprio diritto alla riscossione delle tasse perchè rischiano di incorrere in sanzioni molto pesanti per violazioni inerenti il Codice della Privacy. La registrazione unica, infatti, determina la raccolta di dati sensibili sullo stato economico delle persone, ed è una registrazione di tipo volontario che si presta ad essere eluso nel momento in cui il venditore si ponga in Internet con l’intento di eludere la tassazione.