Siamo troppo evoluti?

Risolvere i ConflittiLa domanda potrebbe sembrare insensata, retorica oppure suonare come un ossimoro.

A me invece sembra solo.. la realtà…

Questo almeno è quello che mi è passato per la mente incrociando il bellissimo libro di William Ury, che ho appena finito di leggere, con un toccante documentario dal titolo “Ai confini della civiltà” ambientato in Alaska.

A prima vista sembrerebbe che in queste terre lontane, in cui si pratica un’economia di pura sussistenza basata sulla caccia e strettamente legata alle risorse naturali, vivano popolazioni meno civili di noi che dobbiamo solo recarci al supermercato o in qualche locale per mangiare o dormire.

A ben vedere, però, il titolo potrebbe essere letto esattamente al contrario: non potremmo essere forse noi ai confini della civiltà?

L’episodio di oggi era incentrato sulla morte di George scomparso durante una battuta di caccia lungo un fiume in disgelo (qui alcuni clip in inglese). E’ stato incredibile notare la reazione delle persone: tutta la comunità del villaggio di Tanana – circa 200 abitanti – si è stretta intorno ai parenti di George. Non si è trattato di una visita di cortesia o di porgere le condoglianze, stringere qualche mano per poi tornare alle proprie occupazioni.

No: la comunità ha accolto il dolore e a cercato di trovare un modo per conviverci e superarlo.I protagonisti del documentario, che negli altri episodi apparivano un po’ rozzi e rudi, impegnati in una vita assai dura in cui sembrava esserci poco spazio per l’emotività, si sono rivelati in tutta la loro umanità.

C’è stato chi si è occupato di andare a caccia di un alce per organizzare diginitosamente il tradizionale Potlatch (una cerimonia funebre che contempla anche un pasto in comune) chi ha pensato alla bara, chi a confezionare abiti per il defunto e chi ha scavato la fossa nel duro terreno gelato.

Nessuna delega a terzi; ognuno si accollato il suo ruolo di fronte alla tragedia ed uno dei protagonisti ha detto che era “il primo passo verso la guarigione”.

Tutto molto diretto, duro, ma umano. Profondamente umano.

Non ho potuto evitare di riflettere che io non conosco nemmeno tutti quelli che abitano intorno a casa mia….

Ho pensato che se succede qualcosa da noi, nessuna comunità dà alcun supporto simile: sì, intervengono amici e parenti, ma poi subentra una pletora di delegati (pompe funebri, addetti del cimitero etc..). Spesso non c’è nessuna rete sufficientemente stretta e profonda da poter accogliere il dolore di una morte. Mi sembra tutto molto freddo e formale…

Quella stessa rete di cui parla Ury nel suo libro: una comunità che svolga un ruolo di supporto nei momenti difficili (quella che lui chiama “Terza parte”) con sistemi niente affatto sofisticati o moderni, ma assolutamente efficaci. Certo di fronte alla morte o alla violenza bisogna mettersi in discussione in prima persona, affrontare la dura realtà direttamente, senza delegare ad altri.

Oggi, in questo modo che pensiamo evoluto non c’è più alcuna comunità, c‘è la società: troppo ampia e sfilacciata per funzionare altrettanto bene.

Non sto affatto pensando come era meglio ai vecchi tempi; non voglio minimamente fare qualunquismo; voglio solo stoppare un attimo questo pazzo mondo e chiedermi dove diavolo siamo arrivati.

Non avremo forse superato un invisibile limite?

L’antropologo Robin Dunbar ritiene che non si possono conoscere nel vero senso della parola più di 150 persone (numero di Dunbar): mi sento proprio di condividere questo pensiero.

Forse la visione di Zygmunt Bauman di una società liquida è troppo pessimista e non mancano episodi di autentica solidarietà anche oggi, come ha notato Alberoni: sia come sia, siamo proprio animali sociali che ogni tanto si dimenticano di esserlo…

Se non vogliamo o possiamo pensare alla morte, pensiamo a come gestiamo i nostri conflitti: senza nessun supporto della comunità, senza rispetto o considerazione reciproci, anzi, sempre più accanitamente competitivi, divisi e soli.

Sono sempre più convinto che – oggi più che mai – abbiamo molto  da imparare, ad esempio, da come i Boscimani risolvono i loro conflitti: nascondendo le frecce avvelenate (perché nessuno si faccia male) e parlando, parlando e parlando, finchè non si trova una soluzione.

Non illudiamoci che l’indifferenza o le carte bollate siamo meno pericolose delle frecce: forse non uccidono, ma ci trasformano come persone.

Troppo evoluti per essere umani?

 

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