Responsabilità dei siti per commenti: quel che non ha detto la Corte di Strasburgo

Quando si parla di commenti… i commenti fioccano!

Ecco, si potrebbe sintetizzare così quello che sta succedendo a pochi giorni dalla pubblicazione di una sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) che sta facendo parecchio discutere.

Il contraddittorio, la divergenza di punti di vista e di possibili interpretazioni è il sale della democrazia e più persone vi partecipano, meglio è. Ma quando si parla di diritto può tornare utile anche qualche nozione “tecnica” ossia di come funziona il sistema giuridico: tra opinione personale – atecnica – e riflessioni giuridiche – al limiti dei pareri tecnici – infatti, ce ne corre.

Attenzione: non sto dicendo che di diritto possano parlare solo giuristi o laureati in legge.

Quel che mi preoccupa, anzi è proprio che i non tecnici del diritto possano formarsi liberamente una propria opinione: per fare ciò, però il singolo cittadino deve usare le informazioni indispensabili.

A leggere, non tanto i commenti, ma alcuni articoli,  emergono  però più considerazioni di sintesi che analisi.

Strano, direi: se commentiamo una sentenza, il minimo – sottolineo il minimo – è che tutti l’abbiano letta e l’abbiano compresa.

La prima operazione è relativamente semplice, la seconda non tanto, non per mancanza di facoltà intellettive, ma per carenza di conoscenze professionali.

Provo a condividere, allora, alcuni passaggi che la Corte fa, per lasciar comprendere a ciascuno quel che la sentenza, in realtà ed a ben vedere non dice.

Intanto i fatti.

Nel caso di specie si tratta di 20 articoli infarciti di pochi contenuti costruttivi e molti insulti allo stato puro (fucking shitheads…; aha… [I] hardly believe that that [happened] by accident… assholes fck; a good man lives [long,] a shitty man [a day or two]; fucking bastard)

Prima riflessione: trovandoci domani a che fare con un caso diverso (commenti senza insulti espliciti per essere chiari), non potremo sic e simpliciter applicare il principio in discussione.

Ci dobbiamo infatti chiedere come potrebbe uno stato di diritto non solo tollerare, ma addirittura tutelare una sorta di “diritto all’insulto”, ché di questo si sta parlando. Libertà di espressione, infatti pare legittimare qualsiasi espressione.

Non è così e non può essere così.

I diritti non sono quasi mai assoluti nel senso più pregnante del significato: l’esercizio del mio diritto, infatti, non può andare a scapito di quello del mio vicino, della mia controparte o della collettività. Il diritto, insomma, non può giustificare di per sé alcun tipo di egemonia esclusiva: la parola magica – specie in questi tempi in cui esistono miriadi di diritti previsti dalle legge o ricavati dalla giurisprudenza – è una: bilanciamento.

“81. Quando occorre valutare se sia in discussione la lesione della libertà di espressione in una società democratica nell’interesse della “protezione della reputazione o dei diritti altrui”, la Corte può essere tenuta a verificare se le autorità nazionali hanno raggiunto un giusto equilibrio nella protezione dei due valori garantiti dalla Convenzione, che possono entrare in conflitto tra loro, in alcuni casi, e cioè da un lato la libertà di espressione tutelata dall’art 10, e, dall’altro, il diritto al rispetto della vita privata sancito dall’articolo 8 (vedi Hachette Filipacchi Associés v Francia, no 71111/01, § 43, il 14 giugno 2007;. MGN Limited contro il Regno Unito, no 39401/04, § 142, il 18 gennaio 2011;. ed Axel Springer AG, già citata, § 84).

80.  La Corte ricorda che il diritto alla tutela della reputazione è un diritto previsto dall’articolo 8 della Convenzione come parte del diritto al rispetto della vita privata (vedi Chauvy e altri, citata sopra, § 70; Pfeifer v Austria, non . 12556/03, § 35, il 15 novembre 2007;. ed Polanco Torres e Movilla Polanco contro Spagna, no 34147/06, § 40, 21 settembre 2010). Ai fini dell’applicazione dell’articolo 8, tuttavia, un attacco alla reputazione di una persona deve raggiungere un certo livello di serietà ed essere fatto in un modo da causare un pregiudizio al godimento personale del diritto al rispetto della vita privata (cfr. A. v Norvegia, n. 28070/06, § 64, 9 aprile 2009, e Axel Springer AG contro Germania [GC], no 39954. / 08, § 83, 7 febbraio 2012).” (mia libera traduzione..come le altre a seguire)

Anzi, in questo caso specifico è pure troppo, a ben vedere: con l’insulto non c’è nulla da bilanciare.

Posso bilanciare la mia libertà di espressione con l’altrui decoro o reputazione quando si usano toni accesi, in ambienti concitati, in agoni particolari, ma frasi del tipo “ti piscio in testa, sei un coglione…” che un noto personaggio ha profferito alla volta del suo interlocutore alla televisione pochi giorni fa, mi sembrano fuori da qualsiasi diritto.

Forse sto dimenticando qualcosa o omettendo qualche passaggio, ma per quello che mi pare di aver inteso della e dalla sentenza, i giudici hanno cercato proprio un punto di equilibrio. Nel caso specifico e di nuovo sono costretto a rimarcarlo: non è emerso alcun principio assoluto o approccio egemonico della giurisprudenza che possa fondare – allo stato e al momento – un generale principio di responsabilità di gestori di siti o di blog per commenti in genere.

Che poi un domani, un altro giudice, possa estendere il principio o anche strumentalizzarlo per fondare una responsabilità – più insidiosa – di blogger, può anche accadere: ma non posso accusare oggi la Corte per una decisione che non lo afferma.

Su internet, invece, talvolta tutto viene ridotto ad un aut-aut: concedere o negare la libertà di espressione.

Ciò è – a mio avviso –  sintomo di mancanza di conoscenze tecniche (che non è di certo una colpa o un’offesa, tranne che sia espressamente riferita ad un tecnico) oppure voglia di protagonismo o sensazionalmismo o un modo per ottenere consensi (e non solo), senza escludere addirittura seria e genuina preoccupazione: l’amigdala in effetti è sempre in agguato e guida non solo le nostre azioni, ma anche i nostri pensieri. Quindi riconosco che in perfetta buona fede si possa realmente temere per un futuro giro di vite: ma se io cerco di essere analitico e razionale, non lo posso dedurre da questa decisione. Nè possono considerarlo come un errore tecnico della sentenza.

La sentenza è corretta quando è logica e ben motivata: a me pare che questi caratteri sussistano allorquando si può leggere che oltre al fatto che si è in presenza di puri insulti, il giudice rileva:

1) che si tratta di un sito non artigianale, né casalingo, ma professionale, gestito da una impresa che:

  • ha una azienda cioè un insieme di risorse tecnologiche ed umane

  • persegue fini di profitto

  • ottiene profitto

  • ha le conoscenze (o può dotarsene rivolgendosi all’esterno) per discriminare tra commenti leciti e commenti (chiaramente) illeciti

Di conseguenza la Corte rileva che, in quanto editore professionista, l’impresa richiedente deve avere almeno una certa familiarità con la legislazione e la giurisprudenza, magari ricorrendo alla richiesta di un parere legale. La Corte osserva in questo contesto che il portale di notizie Delfi è uno dei più grandi in Estonia, e anche che un certo grado di notorietà è attribuibile ai commenti inviati nelle sessioni del sito a cioè dedicate. Pertanto, la Corte ritiene che la società ricorrente era in grado di valutare i rischi connessi con le sue attività e che avrebbe dovuto  prevedere, in misura ragionevole, le conseguenze che questi commenti avrebbero potuto comportare. Si ritiene pertanto che l’ingerenza in questione è stata “prevista dalla legge” ai sensi del secondo comma dell’articolo 10 della Convenzione“.

86. La Corte rileva che l’articolo pubblicato sul portale di notizie Delfi affrontava un argomento di un certo grado di interesse pubblico: si discuteva di una compagnia di spedizioni  che con i suoi traghetti rompenva il ghiaccio  sul quale erano presenti diverse strade che consentivano  spostamenti più veloci ed economici, proprio rispetto ai traghetti. L’articolo in sé è era equilibrato: ad un manager della compagnia di navigazione era stata data la possibilità di fornire spiegazioni, e l’articolo nonn conteneva linguaggio offensivo. (…) Tuttavia, l’articolo affrontava un’ attività della società di trasporto che  penalizzava un gran numero di persone. Pertanto, la Corte ritiene che la società ricorrente, pubblicando l’articolo in questione, avrebbe potuto realizzare che ciò avrebbe causato reazioni negative contro la compagnia di navigazione e dei suoi dirigenti e che, considerando la reputazione generale di commenti sulla notizia, vi era un rischio superiore alla media che i commenti negativi potessero superare i confini della critica accettabile e raggiungere il livello di insulto gratuito o di odio. Sembra anche che il numero dei commenti postati riguardanti l’articolo in questione fosse superiore alla media, indicando un grande interesse per la questione tra i lettori e coloro che hanno pubblicato le loro osservazioni. Pertanto, la Corte conclude che la società ricorrente avrebbe dovuto esercitare una certa cautela nelle circostanze del caso di specie, al fine di evitare di essere considerato responsabile di una violazione della reputazione di altre persone“.

  1. che la sanzione applicata (320 euro…) non sembra sproporzionata al danno sofferto dal diffamato;

  2. che la direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico non fonda una assoluta e generica irresponsabilità del provider, specie se il suo approccio non è passivo ma attivo (e mettere in piedi un sistema di commenti richiede una certa attività…);

  3. che la presunta libertà di espressione non può essere invocata dal gestore del sito poiché per sua postulazione non è egli l’autore delle espressioni incriminate;

  4. che il sistema dei commenti è una libera scelta del gestore che quindi ne sopporta anche gli oneri;

  5. se tolleri l’anonimato, ne sopporti anche le conseguenze; se io diffamato non so chi è l’autore e se tu gli consenti di rimanere nascosto, tu rispondi (in parte…) per lui.

92. La Corte è consapevole, in questo contesto, l’importanza dei desideri degli utenti Internet a non rivelare la loro identità nell’esercizio della loro libertà di espressione. Allo stesso tempo, la diffusione di Internet e la possibilità – o per alcuni scopi del pericolo – che l’informazione, una volta reso pubblico rimarrà pubblico e sarò disponibile per sempre, invita alla prudenza. La facilità di divulgazione di informazioni su Internet e la notevole quantità di informazioni non significa che si tratta di un compito difficile quello di individuare dichiarazioni diffamatorie e rimuoverle. Può essere un’operazione comlessa per un portale Internet, come nel caso di specie, ma potrebbere essere un compito ancora più oneroso per una persona offesa, che probabilmente avrebbe ancor minori risorse per il monitoraggio continuo. La Corte ritiene quest’ultimo elemento un fattore importante nel bilanciare i diritti e gli interessi in gioco. Si riferisce anche, in questo contesto, al giudizio Krone Verlag (n. 4) , in cui si è cocnluso che addossare il rischio che una persona diffamata possa ottenere un risarcimento alla società dei media – che di solito si torva in una migliore posizione finanziaria rispetto al diffamatore –  non costituiva  interferenza  sproporzionata con  la libertà di espressione della società di media (vedi Krone Verlag GmbH & Co. KG contro Austria (n. 4), n. 72331/01, § 32, 9 novembre 2006)”.

Ne risulta, pertanto, che la sentenza:

A) non è immediatamente applicabile a siti che non siano professionali, gestiti da imprese o che generino profitto.

B) non ha attuato alcuna censura preventiva né successiva, non ha stabilito né giustificato chiusure del sito o sequestri.

C) non è direttamente rilevante nei casi in cui si sia in presenza di commenti che non contengano insulti

Se poi – e può ben accadere – i principi espressi dalla CEDU dovessero essere invocati in Italia, si potrebbe ulteriormente considerare che in base alla nostra Costituzione ed alla gerarchia di valori che contiene, il discorso ne uscirebbe probabilmente rafforzato. La persona, infatti, è – per fortuna – un gradino sopra qualsiasi aspetto patrimoniale e tra un sito che lucra in un modo o nell’altro anche attraverso i commenti anonimi ed una persona oggetto di scherno, si comprende da che parte dovrebbe pendere la bilancia…

Il che non significa che a questo punto sarebbe violato il diritto di espressione. Sarebbe solo sanzionata la legittimità di una operazione commerciale che – di fatto – non rispetta il prossimo.

Ogni sito potrà dunque continuare a pubblicare, forse inibendo – per massimo scrupolo – i commenti anonimi: non mi sembra un risultato troppo negativo. Oppure rischiare di pagare pur di garantire questo anonimato. A questo mondo sono davvero poche le cose gratuite…e le soluzioni ideali non sempre si trovano.

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