Quando il diritto non basta: un week-end con la prova nel processo penale.

Si è svolto nei giorni 4, 5 e 6  il convegno: La prova nel processo penale. Scienziati e Giuristi a confronto verso una giustizia migliore. Grande successo di pubblico (circa 250 iscritti) in gran parte proveniente anche da molto lontano, a testimoniare l’interesse per i temi trattati e la qualità dei relatori.

Non è possibile in un solo post dare contezza di tute le problematiche sollevate, quindi, senza pretesa di completezza vorrei  provare a fare un… mini-spaccato dell’evento.

Il taglio dato dal prof. Gulotta (avvocato, psicologo e psicoterapeuta), che con lo staff della Fondazione ha organizzato il convegno, sembrava fatto apposta per occupare uno spazio particolare in questo sito: fin dall’inizio, infatti è emerso che uno dei problemi dell’applicazione pratica del diritto è legato al fatto che nelle facoltà di giurisprudenza si insegna solo..diritto e quando non è diritto è: “filosofia..del diritto o sociologia, ma pur sempre del diritto…“.

Per me che, nel mio piccolo, penso ed affermo da tempo alla necessità di una formazione “diversa” per il giurista del XXI secolo, è stata un’occasione fondamentale per ottenere un feed-back positivo: prima del diritto e del processo, infatti, viene la persona che “funziona” secondo regole che tutto sono,.. meno che giuridiche…

Ecco, lo spaccato potrebbe essere questo: riassumere in poche righe queste “regole”. L’uomo, infatti, (imputato, reo o vittima) agisce  (solo) in base al libero arbitrio, o i suoi pensieri e comportamenti sono “determinati” (in qualche – diversa – misura) da altro?

Di noi, in ognuno di noi, alla fin fine c’è molto poco: siamo il frutto dell’educazione che abbiamo ricevuta, di quanto abbiamo assorbito dai genitori, parenti, amici, compagni; della cultura che abbiamo “respirato”, della società e dei luoghi in cui abbiamo vissuto.

Ma dopo la psicologia, sociale o comportamentale (solo per citarne alcune..), sono arrivate le neuroscienze: beh.. scoprire (o solo riflettere) sul fatto che “mente” e “cervello” sono due entità distinte..potrebbe creare qualche problema. Sentire che certi comportamenti possono derivare – se non in tutto, almeno in parte –  dai geni o da alcune lesioni a livello cerebrale, potrebbe mettere in crisi certi meccanismi giuridici..

Nulla di nuovo beninteso sotto il profilo scientifico (tranne alcuni discorsi in tema di neuroscienze..); il nuovo è dare una rilevanza giuridica a tutto questo…scoprire che una Corte d’Appello ha recepito discorsi simili alla “genetica comportamentale”…Non che un gene sia l’unico responsabile di certe azioni, ma che un fattore di rischio, lo rappresenta di certo: come dire che chi ha il colesterolo e la pressione alti e fuma, ha più probabilità di essere colpito da un infarto..

Il libero arbitrio.. comincia ad assumere connotati un po’ diversi..

Quando si scopre che il cd. “weapon effect” colpisce la gran parte dei soggetti minacciati da un’arma (succede spessissimo, infatti che costoro ricordano la pistola, ma hanno un ricordo  vago di chi l’impugnava…), vien da ripensare all’attendibilità della testimonianza.. A maggior ragione se il teste è un bambino.. che ha molto meno capacità di critica ed è assai più esposto a domande inducenti (per non dire suggestive).. O quando si scopre che secondo la Cassazione le domande effettuate dal giudice, non essendo tecnicamente poste nell’ambito dell'”esame”, non possono per definizione essere suggestive (anche ce in realtà lo sono…).

Anche scoprire che la soglia di punibilità per la legge oscilla in europa dai 7 ai 18 anni lascia abbastanza perplessi, quando per la scienza non può avere un siffatto range..specie se si considera che il cervello è in formazione fino all’età di 25 anni circa (e questo vale per lo scienziato portoghese, come per l’italiano o l’olandese, nonostante i relativi ordinamenti giuridici prevedano soglie di punibilità molto diverse..).

Questo uno spaccato “a caldo”, poi magari a freddo mi verrà in mente dell’altro… comunque è stata una grande occasione di sentire relazioni di elevato spessore provenienti da ambiti apparentemente distanti. L’ interdisciplinarietà e la multidisicplinarietà, d’altronde,  sembrano essere sempre più inevitabili..

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