No ai processi strumentali. Le sentenze non servono per cavare le castagne dal riccio…

http://www.ideegreen.it/castagne-proprieta-46680.html

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Leggo un recente provvedimento del Tribunale di Milano in cui si afferma chiaramente che non ogni questione può essere portata in tribunale, ma che soprattutto, è dovere dell’avvocato svolgere un ruolo “protettivo” del minore, arginando il conflitto invece che alimentarlo.

Sono anni che lo penso e lo scrivo. Non sono solo…E’ già qualcosa!

Il Tribunale elenca a titolo di esempio alcuni casi di controversie portate all’attenzione del giudice quali il taglio dei capelli del minore, la possibilità per un genitore di delegare un parente per prelevare il figlio da scuola, l’acquisto di un tipo di vestito piuttosto che un altro o la specificazione di dati di estremo dettaglio riguardo ai tempi di frequentazione.

Così come questi casi, anche la richiesta di precisazione del termine “festività pasquali” e i dettagli relativi agli orari, è inammissibile.

Non avrei saputo trovare esempi migliori per spiegare quello che si sta verificando: data l’incapacità delle parti (i genitori in questo caso) e dei loro avvocati nel gestire il conflitto, lo si “tribunalizza” come nota il filosofo Eligio resta nel suo “Diritto fraterno”.

Si vorrebbe così delegare al giudice la risoluzione di tutti quei molteplici ed incessanti contrasti quotidiani che sono ineliminabili in una relazione interpersonale.

Chiediamoci: ma si può andare da un giudice per un taglio di capelli? Davvero pensiamo che l’art. 24 della Costituzione stia lì per consentire questo uso del diritto? O non è forse un abuso?

Un abuso perpetrato – più o meno consapevolmente è difficile dirlo – dai componenti (solo alcuni, non voglio generalizzare..) di quella stessa categoria che si batte il petto per la tutela dei diritti: nobile e degna battaglia e ci mancherebbe! Qualcuno però deve metterci un freno; in mancanza di pinze etiche che blocchino il disco degli interessi meramente personali e nella latitanza di altri interventi istituzionali, non può che essere un giudice a stabilire il limite tra uso ed abuso del diritto.

Il che marca,  a mio personale avviso, una plateale sconfitta per l’avvocato: non lo poteva capire da solo questo limite? O l’ha volutamente ignorato?

E’ una questione di sussidiarietà su due piani diversi:

  1. Lato-avvocato: il professionista forense dovrebbe accedere al tribunale, solo quando tutti gli altri strumenti di gestione del conflitto (servizi sociali, psicologi e/o terapeuti, eventuale ente affidatario, come nel caso di specie, negoziazione, mediazione familiare o civile..) sono risultati inefficaci. Il tribunale dovrebbe essere la meta finale di un percorso, non la prima e unica tappa o, peggio,  una sorta di scorciatoia.
  2. Lato-magistrato: se l’avvocato o l’avvocatura non comprende o non vede i limiti tra uso ed abuso del diritto, allora interviene il giudice a farglieli individuare.

Un’altra domanda: l’avvocato è il fucile o il carro armato legale del cliente?

L’avvocato non sta nel suo studio a vendere coltelli disinteressandosi dell’uso che l’acquirente ne potrà fare. L’avvocato non è un commerciante che dopo aver venduto il suo prodotto, ha finito la sua missione, con la coscienza pulita e il portafoglio un po’ meno vuoto.

L’avvocato, come il chirurgo, si deve sporcare le mani: dovrebbe optare per una soluzione che bilanci gli interessi in gioco. Direi che sta lì.. apposta…Un’operazione complessa e sgradevole, ma che prima o poi va fatta.

Ai clienti, in casi come questo, andrebbe detto con i giusti modi, che il rapporto coniugale si può sciogliere, ma quello genitoriale no e che non potranno immaginare una relazione in cui ogni piccola o grande bega sarà risolta dal giudice………triangolando i figli……………..

Già conosco l’obiezione forense: “Non è questo che i clienti si vogliono sentirsi dire! E se l’avvocato glielo dicesse, i clienti andrebbero subito a cercare un altro avvocato“.

Ah dimenticavo: l’Italia è una Repubblica fondata sul conflitto d’interessi….

Che poi non è nemmeno vero: il cliente prima o poi scoprirà come stanno davvero le cose e si andrà a lamentare – ovviamente – dal proprio avvocato (che magari proporrà una immediata impugnazione dell’abnorme provvedimento…).

C’è un modo per salvare capra e cavoli, ma  è un’altra piccola rivoluzione e si chiama consenso informato scritto:

Caro cliente se vai in tribunale per una cosa del genere ci sono probabilità minime e comunque inferiori al ….% che la tua domanda venga accolta con conseguente mancata risoluzione del problema in cui sei coinvolto. Questo comporterà un esborso pari ad euro….. (la cifra va messa) per spese legali del sottoscritto avvocato e/o per quelle di controparte…

Ovviamente a leggere questo (che non è una chiacchiera, ma un documento..) il cliente, già preda delle proprie emozioni negative verso la controparte, verrà investito da un senso di rabbia mista a frustrazione e farà per alzarsi dalla sedia con fare stizzito: a quel punto si potrebbe aggiungere: “Vedi caro cliente io ti capisco umanamente, ma la realtà giuridica non la posso cambiare e non può farlo nessuno. E’ tuo diritto andare da un mio collega e farti dare un altro parere: a tal proposito però ti dò un consiglio gratuito: se ti indicherà chance di vittoria superiori alle mie, fattelo mettere per iscritto, come ho fatto io: se non lo farà, chiediti perché...

Dimenticavo una cosa: io non sono un avvocato “normale”: ho letto più libri di comunicazione, negoziazione e gestione del conflitto che di diritto….

La strategia “consenso informato+gestione_emotività_del_cliente” ha richiesto qualche anno per esser emessa a punto.. Non non l’ho partorita in un attimo..

Vi posso assicurare che non c’ho mai perso un solo cliente: se investite del tempo a parlare con lui (però dovete essere un po’ professionisti anche in tema di comunicazione…) riuscite a fargli capire come stanno effettivamente le cose: la trasparenza sul lungo periodo paga sempre.

Togliere le castagne dal riccio è compito prima di tutto del cliente che non può rinunciare alle proprie responsabilità: non essendo tuttavia un professionista, magari non ha le competenze per gestire il proprio conflitto. Quindi subentra  l’avvocato che all’inizio si pungerà un po’ le dita, ma poi, piano piano, diverrà sempre più abile.

Se invece badate solo ad un piccolo interesse immediato e non siete interessati ad un orizzonte temporale ampio, o temete per i vostri polpastrelli, lasciate perdere…

P.S. Qui trovate una copia del mio personale consenso informato che aggiorno di continuo sulla base delle “stranezze” che la vita forense mi propina…

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