Modelli e miti moderni: l’infallibilità.

Non mi riferisco al Minotauro oppure a Pandora e forse qui inizia il problema: gli antichi parlavano e scrivevano di miti. Noi invece, oggi, li subiamo o li releghiamo nell’inconscio.

Parto da lontano per agganciarmi ad un tema di stretta attualità oggetto di un recente convegno di cui si è occupato anche il Corriere della Sera in questi giorni (“Pochi medici sanno dire : «Ho sbagliato». Un indagine svela l’atteggiamento dei dottori se qualcosa va storto in sala operatoria“)

Ognuno di noi ha in testa dei modelli della realtà e quando gli accadimenti vi si conformano proviamo sensazioni positive e che creano benessere, quando, invece, ciò che ci capita se ne discosta, è contrastante o semplicemente è imprevisto (ma non imprevedibile) stiamo male, ci sentiamo disorientati, smarriti o arrabbiati.

E’ difficile non cadere nel qualunquismo, ma ci provo: abbiamo tante certezze in testa che, invece, tali non sono. Ce lo dice la realtà, la cronaca. La vita. Eppure ogni giorno andiamo avanti “come se” tali certezze ci fossero e quando ci accorgiamo che così non è..entriamo nel panico.. o siamo sopraffatti dalle emozioni.

Così i miti moderni non sono dichiarati e forse per questo sono più subdoli e consolidati: sono molto vicini ad un abitudine (o struttura mentale) e pertanto non vengono messi in discussione. Anzi ci iriamo quando qualcuno o qualcosa ci costringe a metterli in discussione.

Già, qualcuno o qualcosa..

Se fosse qualcosa, però, non sapremmo con chi prendercela, rimanendo frustrati ed insoddisfatti. Più facile allora cercare un qualcuno: il Responsabile.

Come si costruisce il mito della salute: basta guardare la pubblicità sui giornali, la televisione, i cartelloni pubblicitari. Tutti belli tonici, senza un filo di grasso in perfetta forma. Mi chiedo e vi chiedo: i vostri amici, vicini, colleghi di lavoro sono tutti dei modelli? Credo proprio di no, eppure, non sono le persone normali che fungono da modello nel nostro cervello..ma – appunto.. scusate il bisticcio di parole – i modelli. Aspiriamo dunque ad essere belli e star bene. Lecito, ci mancherebbe: lasciamo stare il bello per pensare al benessere: che succede quando manca? Andiamo dal medico, certo. Ma chi è costui?

Un “mago” che deve rimetterci a posto,  il possibile parafulmine delle nostre frustrazioni per la devianza della nostra esistenza dal modello sperato..o semplicemente un uomo?

Un uomo che fa un mestiere, come molti altri e che quindi, è soggetto a commettere errori: ma quanti sono disposti a riconoscerlo e a tollerarlo quando l’errore si verifica?

Non si sta facendo l’apologia della negligenza o imperizia, attenzione: sto solo dicendo che l’errore è umano.

Il medico lo sa, il paziente, dovrebbe saperlo, ma fa difficoltà ad accettarlo, specie se il primo non lo ammette. Ma il medico non lo ammette, perché teme di non essere compreso.

Ed allora che succede? Che il medico tace; in questo silenzio, però, le aspettative del paziente  non scemano affatto ed anzi si consolidano con effetti deleteri. Il paziente si sente tradito anche se, a ben vedere, c’è una  certa dose di auto-inganno: è il paziente che si è creato aspettative ottimistiche o è il medico che non è riuscito a rappresentare bene il suo modello della realtà?

Caspita! La cosa si complica, anche il medico vuole essere bello, in buona salute e soprattutto bravo: a nessuno piace pensare di poter sbagliare!

Ah i miti!

Così né il medico né il paziente parlano dell’aspetto più delicato: la possibilità di errore.

Così il paziente entra in sala operatoria convinto che il medico non dissimilmente dal meccanico, toglierà quello che c’è da togliere, metterà dei “pezzi” nuovi e tutto sarà come prima..

E se invece sarà diverso?

Ecco che non possono che nascere due spiegazioni diverse:

per il paziente: è il medico che ha errato, nella scelta del pezzo o nelle modalità usate, non vedo altre spiegazioni

per il medico: ho fatto tutto il possibile, ma per come s’era messa la situazione non potevo fare miracoli

E la situazione qual era? Beh’ innanzitutto il medico non è un meccanico, il corpo umano non è fatto di viti e bulloni.

Ognuno ha percepito qualcosa, ma quante sono le “cose” in comune? Il paziente non ha nemmeno idea di quante cose potrebbero andare storte in un intervento, mentre il medico si, ma non può mettersi a parlare di ciò con tutti i pazienti che sta per operare…

E allora? Speriamo che tutto vada bene.

E se invece va male? Siamo preparati? Un dato emerge da questa ricostruzione: né il medico né il paziente sanno come affrontare l’evento infausto.

E’ possibile parlarne dopo?

Certo, ma è tutto più difficile e complicato. Invece, paradossalmente, al primo errore, – quello di aver trascurato di parlare delle cose che possono andare storte – se ne aggiunge un altro: non ammettere l’errore, minimizzare, addirittura non parlare.

Non comunicare,  insomma, né prima, né dopo.

Eppure come insegnava Watzlawick, non si può non comunicare: ed infatti il non averne parlato prima, insieme al non parlarne dopo, comunicano molti messaggi tutti negativi al paziente che così vede – apparentemente – confermati i suoi sospetti…

Comunicare è difficile: c’è poco da fare…

E comunicare “cose brutte” è ancora più difficile. Dunque proprio laddove ci vorrebbe più perizia nel comunicare, la comunicazione difetta..

Non c’è da meravigliarsi che poi vi siamo tante azioni legali contro i medici. Il fatto è che la sentenza non potrà cambiare né la sorte degli eventi, né riuscire laddove le parti non sono riuscite: comunicare efficacemente una rappresentazione condivisa della realtà.

In una parola comprendersi. Soprattutto umanamente.

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