La pubblica amministrazione nella nuvola: corsi e ricorsi storici tra opportunità e dubbi giuridici.

Da qualche anno si sta pensando ad un computer senza grande memoria né programmi applicativi che dovrebbe attingere tutto quel che occorre direttamente in remoto attraverso internet. A ben vedere qualcosa di non troppo diverso da quanto accadeva prima degli anni ’80 con i mainframe. L’avvento di Windows e la logica client-server l’hanno fatta da padrone per circa 30 anni ed ora..forse in quel futuro (o in quel passato) ci siamo praticamente arrivati (o tornati..).

Pian piano infatti stiamo tutti entrando nella nuvoletta e con qualsiasi mezzo: immagini e documenti sempre disponibili (a patto che ci sia una connessione ovviamente..) attraverso il fisso, il portatile, il tablet o il telefonino.

Se per l’utente singolo si tratta di una gran comodità, per le imprese e la P.A. si tratta di molto di più: risparmi di spese e momento di cambiamento.

Questo è almeno quanto è emerso all’incontro di ieri pomeriggio presso la Sala Conferenze della Biblioteca Nazionale a Roma, organizzato dalla  School of Management del Politecnico di Milano.

Le organizzazioni che gestiscono molti utenti e molti dati per rendere servizi all’esterno, infatti, possono trovare giovamento dalla dismissione della gestione diretta ed interna di server, infrastrutture ed applicazioni.

Affidarsi alla nuvola significa, infatti, trasferire ad altri una serie di oneri, recuperando nel contempo risorse.

Spesso, infatti, soprattutto gli enti, sono organizzati secondo lo schema “un’applicazione un server” con sottoutilizzo della risorse informatiche e necessità di tante macchine quanti sono gli applicativi; ciò comporta data center di una certa dimensione con conseguenti costi. Secondo quanto riferito da Vincenzo Spagnoletti (Director Datacenter/Secure Power and Partner Sale, APC by Schneider Electric) solo il costo del condizionamento dell’aria nei locali in cui sono istallati i server vale il 50% della spesa complessiva del TCO. Su un arco di vita di 10 anni per un server da 400 watt si tratta di circa 400 euro/anno per l’alimentazione e di quasi il doppio per il raffrescamento dei locali.

Nell’ottica dei cd. shared services, di cui si parla già da qualche anno, inoltre, diminuire il numero dei data center significa poter uniformare il servizio e beneficiare di economie di scala (tutti i comuni erogano al cittadino servizi almeno in parte assolutamente identici): secondo una ricerca dello stesso Politecnico meneghino in Italia ci sono 1033 data center a servizio delle amministrazioni centrali, 2521 per le amministrazioni locali e 317 per la sanità, sui quali sono attivi server in cui, in oltre il 50% dei casi girano applicativi in Cobol.

La nuvola consentirebbe, quindi, di virtualizzare i server (evitando sprechi di risorse informatiche) e razionalizzarne l’uso, liberando, peraltro risorse umane che, non più occupate alla manutenzione delle macchine o delle infrastrutture, potrebbero divenire strumenti di innovazione.

Ma non è tutto oro quel che luccica.

A livello giuridico, almeno, residuano, infatti alcuni rilevanti interrogativi.

Specie in relazione agli adempimenti dati dal d. lgs. 196/2003 si tratta, infatti, di considerare:

  • dove sono collocati fisicamente i server (in ipotesi di trasferimento di dati all’estero scattano una serie di cautele e limiti che non operano se il trattamento è effettuato entro i confini nazionali, ai sensi degli artt 42-45 del d. lgs. 296/2003);
  • come e se è possibile effettuare la nomina di un responsabile in capo al soggetto che rende i servizi cloud;
  • l’accesso agli elenchi degli amministratori di sistema, sempre presso il soggetto che eroga i servizi (richiesto dall’apposito provvedimento del Garante per la tutela dei dati personali, punto 4.3);
  • se è possibile procedere alla verifica ed alla registrazione delle attività dei predetti AdS (sempre secondo i punti 4.4 e 4.5. del citato provvedimento del Garante;
  • il livello garantito dei servizi (che muterà a seconda che si tratti di private o public cloud) e tutto quanto ne consegue in termini di disponibilità dei dati, continuità operativa.

Da non sottovalutare infine la qualità e stabilità della connessione – da cui dipendono tutti i servizi – che potrebbe non essere affatto uniforme sul territorio nazionale e risentire della presenza di un unico incumbent (Telecom, almeno per quanto riguarda le linee in rame…) mettendo ancora una volta in evidenza il problema del digital divide nel nostro Paese.

Ci sarà di che riflettere e discutere, magari al prossimo incontro del 29 novembre “Cloud computing summit per la pubblica amministrazione“.

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