Gutemberg, le valvole, internet e la legge che non c’è.

Andrea ButiIl tribunale di Firenze con sentenza del 982/2009 ha stabilito che un sito internet è un prodotto editoriale secondo la legge 62/2001, con la conseguenza che è possibile riconoscere la responsabilità del direttore responsabile in capo a colui che omette il controllo su articoli o notizie di natura diffamatoria ivi pubblicate.

Diversi profili della motivazione non convincono. Si può leggere: “In primo luogo va osservato che l’ultima legge sull’editoria n. 62/2001, di riforma della legge n. 47/1948, ha data una nuova definizione di prodotto editoriale, che estende anche alle pubblicazioni con il mezzo elettronico (internet) la disciplina sulla stampa”.

In vero la legge 62/2001 non ha affatto riformato la legge 47/1948. La legge 62, infatti, è rubricata “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416”.

Ebbene proprio il primo articolo di tale legge prevede: “1. Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Visto che il legislatore si è preoccupato di precisare “ai fini della presente legge” dovrebbe l’interprete (quindi anche il giudice) chiedersi se sia possibile estrapolare il concetto di «prodotto editoriale» ed applicarlo a contesti non regolamentati dalla legge 62. Tale legge, infatti, si occupa di diversi aspetti (trasparenza, sovvenzioni, fondi speciali), ma non riforma in nessun modo la legge 47/1948, anzi l’unico rinvio esplicito è contenuto sempre nell’art. 1 al comma 3: “Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948

L’art. 2 cui si rinvia prevede: “Ogni stampato deve indicare il luogo e l’anno della pubblicazione, nonché il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell’editore.

I giornali, le pubblicazioni delle agenzie d’informazioni e i periodici di qualsiasi altro genere devono recare la indicazione: del luogo e della data della pubblicazione; del nome e del domicilio dello stampatore; del nome del proprietario e del direttore o vice direttore responsabile. All’identità delle indicazioni, obbligatorie e non obbligatorie, che contrassegnano gli stampati, deve corrispondere identità di contenuto in tutti gli esemplari”.

Tanto volendo concedere, come avevo già avuto modo di segnalare, si deve dotare di un direttore (anche non giornalista professionista, magari… ma questa è altra questione) solo il periodico che ha testata registrata: nessuno di questi due aspetti è stato minimamente considerato nella sentenza.

L’obbligo di registrazione di cui all’art. 5 della legge 47/48 richiamato non rileva in questo caso.

Nessuna norma, quindi, equipara espressamente internet alla stampa. Il problema è proprio qui; soprattutto nell’avverbio….

Trattandosi di materia penale, infatti, vigono alcuni principi:

  • il divieto di interpretazione estensiva delle norme (non si può allargare il campo semantico delle espressioni terminologiche usate dal legislatore);
  • il principio di tassatività (la previsione del reato deve essere precisamente individuata dal legislatore e non dal giudice);
  • il divieto di interpretazione analogica (non si possono applicare norme che regolano casi diversi, seppure simili come potrebbe avvenir nell’ambito del diritto civile);
  • il principio del favor rei o, in dubio pro reo (sia a livello sostanziale che processuale, non debbono sussistere ragionevoli dubbi sula colpevolezza e nel caso il quadro probatorio non sia sufficiente: meglio un colpevole a spasso che un innocente in galera);

Nessuno di questi principi sembra essere stato adeguatamente considerato.

Continua la sentenza: “Prodotto editoriale diventa, anche la pubblicazione on line che si avvale appunto del mezzo elettronico e può essere riprodotto facilmente su supporto informatico. Il silo internet, inteso come insieme di hardware e software attraverso cui si genera il prodotto telematico sotto forma di trasmissione di flussi di dati, in quanta prodotto editoriale, ai sensi della l. n. 62/2001, si deve ritenere sottoposto anche ai fini penali alla disciplina sulla stampa. “

Ammesso e non concesso che un commento lasciato in un forum possa essere considerato un “prodotto editoriale” (per dare valore ad un qualsiasi “documento informatico” ci sono voluti diversi anni e diverse leggi e qui, invece, in pochi secondi si risolve il problema…mmhhh) o che lo sia il sito che lo contiene (ancora più arduo considerato che si confonde il contenuto con il contenitore, il supporto, la memorizzazione e la pubblicazione in un unico melting pot informatico-concettuale..); in nessun caso questo legittima l’applicazione della disciplina penale della stampa ed in particola dell’art. 57 c.p. che testualmente prevede: “(Reati commessi col mezzo della stampa periodica) Salva la responsabilita’ dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati, e’ punito, a titolo di colpa, se un reato e’ commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo”.

A fronte di un tale tenore letterale come può ritenersi il moderatore/gestore di un sito o di un forum anchedirettore responsabile” ? Chi l’ha nominato tale ? La pubblicazione è periodica? Aveva le qualifiche personali per esercitare la funzione?

Tutte domande che nella sentenza non sono state nemmeno considerate.

Infine: “Ragionando in questi termini, nel caso di diffamazione commessa con il mezzo di un giornale telematico, non possono non richiamarsi le norme del codice penale in materia di stampa, ossia l’art. 595 co. 3 c.p. e l’art. 57 c.p.”.

Viene quindi introdotto il concetto ed il termine “giornale telematico” sconosciuto al nostro ordinamento: già solo questo appare violato il principio di tassatività e di interpretazione estensiva, (che dovrebbero impedire al giudice di indossare la veste di creatore di diritto). Neppure viene citata la seppur limitata giurisprudenza in materia.

Una considerazione, infine, su un aspetto particolare che emerge nella sentenza: il fatto che per 6 mesi i post diffamatori siano rimasti on-line.

La circostanza è considerata dal giudice una sorta di aggravante (in senso atecnico, ovviamente): l’imputato avrebbe avuto tutto il tempo di cancellare i commenti illeciti, ma non l’ha fatto e questo andrebbe a suo sfavore.

A parte il fatto che prima di poter considerare il tempo per evadere l’obbligo, bisognerebbe dimostrare che l’obbligo esiste…, pare proprio che il fattore “tempo” sia l’unico da considerare, mentre non è affatto così.

Almeno per due motivi.

Innanzitutto bisognerebbe considerare la quantità dei commenti/messaggi da verificare, come ad esempio ha assai correttamente tenuto in debita considerazione il Tribunale di Padova rilevando che “occorre tener conto che, quale webmaster responsabile di un forum, l’imputato riceveva un elevato numero di messaggi da pubblicare sul sito da lui gestito: il grado di attenzione esigibile da dedicare ad ognuno di essi non poteva andare al di là di un controllo prima facie della presenza di espressioni oggettivamente e immediatamente valutabili come diffamatorie” (al riguardo si segnala anche questo articolo).

Inoltre, si deve rilevare come il compito del diritto responsabile si esercita su un giornale che (come detto deve essere periodico) presuppone cioè una “chiusura” ad una certa ora di un certo giotno del singolo numero o del prodotto editoriale: nel caso del sito internet o del forum, l’edizione non viene mai chiusa, è sempre on-line, fluida, dinamica, i commenti possono essere inviati 24 ore su 24.

Infine, seguendo la sentenza fiorentina, il direttore sarebbe responsabile per le affermazioni/notizie che non sono fornite da dipendenti dell’impresa editoriale, dalla redazione o da collaboratori, ma da terzi del tutto estranei e per giunta pure sconosciuti e magari non identificabili: un onere che francamente pare spropositato e non esigibile. Che stipendio (se ce l’ha ovviamente..) dovrebbe pretendere un direttore responsabile del genere? In servizio H24 e parafulmine di una qualsiasi immondizia postata da chiunque! La legge ha una sua logica, un bilanciamento di valori, interessi, oneri ed onori: le norme sono figlie dei tempi e delle società in cui vivono ed operno gli uomini che le emanano.

Qui parliamo di norme che come tecnologia presupponevano e conoscevano solo la stampa a caratteri mobili. Viene allora da chiedersi: si può prendere un articolo del codice penale, creato (Regio Decreto 19 ottobre 1930, n.1938) quando non esistevano nemmeno i transistor (e le valvole termoioniche erano una scoperta relativamente recente…) e trapiantarlo nella società dell’informazione in cui, volenti o nolenti, si può dire quel che si vuole, rimanendo anonimi nella maggior parte dei casi (TOR docet…) mettendo nei guai uno dei pochi “intermediari” rintracciabili ed identificabili?

Non sto affatto giustificando o istigando alla diffamazione, ma quello appena riportato è un fatto: e non si possono violare i canoni interpretativi perchè questo fatto non ci sta bene; non possiamo crearci la regola che la legge non prevede perché “lo riteniamo giusto” o perché “la legge manca”. Siamo uno stato di diritto.

Concludo con una riflessione/provocazione: mi vien da pensare che l’editore di un “giornale telematico” sia – in realtà -la rete internet, poiché è questa che ha sostituito davvero la carta e l’organizzazione che solo l’editore di inizio ‘900 potevano avere a disposizione… perché, allora, non condannare ICANN, RIPE NIC.. ? Se loro non ci fossero, l’informazione diffamatoria non verrebbe stampata (ops..pubblicata.ma tanto sono la stessa cosa..) su internet..lo prevede pure l’art. 57 bis c.p.: “Nel caso di stampa non periodica, le disposizioni di cui al precedente articolo si applicano all’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, ovvero allo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile” (questa norma è assai più recente, è del 1958…c’era pure la televisione…).

4 pensieri su “Gutemberg, le valvole, internet e la legge che non c’è.

  1. Andrea L.

    Da cittadino ti direi: “Ricorso, appello e vittoria”

    Da blogger ti direi: ” Il presente sito non costituisce testata giornalistica e la diffusione di materiale interno al sito non ha comunque carattere periodico ed è condizionata alla disponibilità del materiale stesso -OR- Il presente sito personale non costituisce pubblicazione avente carattere di periodicità, essendo aggiornato a seconda del materiale ricevuto e disponibile per l’inserimento”

    Da tecnocrate di direi: “Siamo nel 2010 e credo che qualcuno non sia suonata la sveglia! Provvediamo?”

  2. Andrea

    Ognuno è responsabile di ciò che scrive, come riportato nelle condizioni di utilizzo della maggior parte dei forum.
    E poi quando un utente scrive un messaggio i suoi dati anagrafici non vengono pubblicati, ma l’ indirizzo ip è sempre rintracciabile. Mi auguro che questa sentenza venga ribaltata in appello…

  3. Andrea B. Autore articolo

    La responsabilità dell’autore, in questi casi, però, non esclude quella del “direttore responsabile” poiché è una responsabilità concorrente: rispondono entrambi non uno solo dei due..
    A meno che l’utente non usi TOR o simili…oppure che qualche AdS o responsabile del traffico non faccia sparire proprio la riga in cui compare l’IP…;-)
    Già lo speriamo in molti..

  4. Pingback: Quando la giurisprudenza ‘posta’.. è buon segno | Dirittomoderno

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