Gli arresti domiciliari.. ai tempi di facebook


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Il fatto (tratto da  Cass. II sezione penale, num. 37151 del 29 settembre 2010 depositata il 18 ottobre 2010).

Tizio, collocato agli arresti domiciliari, avrebbe -secondo il PM- violato la prescrizione imposta di non comunicare con persone diverse dai familiari conviventi, comunicando via internet con altre persone tramite facebook.
Il GIP rigettava la richiesta del PM di sostituire la misura cautelare disposta con la custodia in carcere.
Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione avverso tale provvedimento.

Il diritto.
La Suprema Corte ) ritiene fondato il ricorso, censurando -in particolare- la condotta del GIP che non sarebbe entrato nel merito dell’uso fatto in concreto del social network, respingendo -semplicemente- l’istanza.
L’art. 284, comma 2, c.p.p. prevede che

Quando è necessario, il giudice impone limiti o divieti alla facoltà dell’imputato di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.

La generica prescrizione del codice va intesa, dunque, quale

divieto non solo di parlare con persone non della famiglia e non conviventi, ma anche di entrare in contatto con altri soggetti, dovendosi ritenere estesa, pur in assenza di prescrizioni dettagliate e specifiche, anche alle comunicazioni, sia vocali che scritte attraverso internet“.

Non è tutto l’uso di internet ad essere vietato. La “funzione conoscitiva o di ricerca” non importa nessun limite nè divieto, mentre sarà -evidentemente- proibito tentare di mettersi in contatto con l’esterno e/o scambiare informazioni con terzi.
La moderna tecnologia permette, infatti:

un agevole scambio di informazioni anche con mezzi diversi dalla parola, tramite web, e anche tale trasmissione di informazioni, deve ritenersi ricompresa nel concetto di “comunicazione”, pur se non espressamente vietata dal giudice“.

Il divieto, pertanto, riguarderà non soltanto la possibilità di parlare, ma anche ogni forma di comunicazione sia verbale sia scritta o con qualsiasi altra modalità che possa mettere in contatto la persona indagata con gli altri: dagli arcaici pizzini, passando per i gesti, fino alle comunicazioni televisive anche mediate.
I giudici precisano, inoltre, che è compito dell’accusa provare la concreta violazione del divieto di comunicazione, in quanto non può ritenersi presunta dal solo uso dello strumento informatico.

Lo spunto di riflessione.
Anche la Cassazione deve prendere atto della nuova realtà sociale e del repentino cambiamento dei mezzi e delle modalità di comunicazione. Sarà forse doveroso iniziare a riflettere su incidenza e rilevanza -anche penale?- dei social network?

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