Giustizia “alternativa” in campo penale.. ?

Sarà forse il caldo romano di queste prime giornate di luglio a confondermi un po’ le idee.. Ma “infiltrata” (si fa per dire..) nella platea del corso Il diritto penale minorile organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura (ed aperto al libero foro 😉 ) ho avuto modo di non “appisolarmi” ed anzi lasciarmi risvegliare da alcuni interessanti spunti di riflessione.
Ho, in particolare, ascoltato molta (buona) teoria in merito alla possibilità di “usufruire” della mediazione penale in un sistema processuale che impedisce alla persona offesa dal reato di prendere parte “al gioco delle parti”.
Ed al contempo ho, con il medesimo interesse, udito gli operatori del diritto (giudici e pm) constatare, desolati, il fallimento di una procedura che, almeno sulla carta, sembrava invece efficacissima.
Riflettiamo sulle possibili ragioni di tale evidente discrasia.
Troppo spesso figure professionali non adeguatamente preparate si “improvvisano”  mediatori. Ho sentito che alcuni uffici territoriali dei servizi sociali si occupano della eventuale procedura mediazione..?
Divago solo un attimo per farvi notare che le competenze richieste agli avvocati specializzati in diritto minorile (sia in campo penale che civile) sarebbero: giuridiche (in quanto si tratta sempre di difesa tecnica), psicologiche (perché la pena ha una dimensione rieducativa e riparativa) e, dulcis in fundo, comunicative.
L’avvocato deve essere in grado di mettere in atto una comunicazione che sia acquisitiva (quando di tratta di accertare il fatto-reato) ed educativa, quando instaurando la relazione con il minore indagato o imputato deve spiegare e far comprendere le procedure.
Un altro aspetto molto interessante riguarda i tempi della mediazione. Al contrario di quella che è la mia esperienza in mediazione civile (ove il trascorrere del tempo è spesso un aspetto vincente, facendo “sbollire gli animi”), chi ha tentato la mediazione penale lamenta che venga proposta in udienza preliminare e, dunque, troppo “tardi”.
Le vittime del reato ormai elaborato e distanti troppo spesso non esprimono neanche la volontà di partecipare agli incontri. Ciò per non rivivere e non essere nuovamente coinvolte nella rielaborazione del ricordo di tale esperienza, comunque, traumatica.
Infine, si riflette sulle modalità di conciliare l’obbligo di segretezza del mediatore (rispetto a quanto accaduto in mediazione) e la necessità per il tribunale dei minorenni di avere conoscenza della condotta tenuta dal minore imputato durante gli incontri di mediazione.
Anche questo un aspetto, a mio avviso, molto stimolante.
Nel processo minorile, infatti, stante la sua dimensione rieducativa, si può addivenire ad una definizione anticipata (rispetto alla fase dibattimentale) anche prendendo spunto dalla valutazione della condotta successiva tenuta dal minore.
Anzi, la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto (ex art. 27 DPR 448/88) può fondarsi su una cd. irrilevanza successiva. Il minore deve dimostrare di aver compreso l’illecito compiuto, le conseguenze dannose per la vittima, essersi pentito, aver cercato di riparare: tutto ciò potrà mostrarsi attraverso il racconto del comportamento tenuto successivamente alla commissione del reato da parte del minore, anche eventualmente in sede di mediazione.
In ultima analisi vorrei riflettere sul progetto di legge (C.5019 del 29 febbraio 2012) che intende estendere l’applicazione della sospensione del processo per messa alla prova anche agli adulti. Ciò al fine di deflazionare il contenzioso.
La garanzia del cambiamento nel comportamento umano è possibile solo ove vi sia un percorso di educazione alla responsabilità: e questo vale tanto per i minori quanto per i maggiorenni.
Ove il progetto di messa alla prova non sia personalizzato, adeguato e finalizzato al reale mutamento di specifici schemi di comportamento si risolve, inevitabilmente, in una perdita di tempo (nonché economica per lo Stato).
Di conseguenza è doveroso auspicare ogni e qualsiasi strumento deflattivo e che permetta la rieducazione e la riabilitazione dei soggetti che hanno commesso dei reati, ma sempre con il sostegno di figure professionali specializzate, aggiornate e preparate al difficile compito che le attende.

Un pensiero su “Giustizia “alternativa” in campo penale.. ?

  1. elga profili

    La prospettiva di introdurre tali strumenti va ponderata accuratamente, perchè si rischia che il rimedio si riveli peggiore del male. E’ necessaria una preparazione adeguata degli operatori come riportato nell’articolo, altrimenti ci troviamo come nella mediazione obbligatoria civile, come mediatori anche chi di tutela dei diritti non ne capisce nulla.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *