Economia dell’acqua, petrolio, conflitti e mediazione.

Una delle poche cose buone che si possono vedere in televisione sono i documentari. In particolare trovo assai interessanti quelli di History Channel. In uno degli ultimi episodi intitolato “I 6 profeti dell’apocalisse” si ritrovano esperti di diverse estrazioni che si chiedono se il sistema globale capitalista-finanziario (specie americano) moderno sia sostenibile e sopportabile o se, invece, la recente crisi economica non sia che un antipasto di quel che ci attende…

In questa sede non voglio certo fare la Cassandra, né la contro-Cassandra, quanto condividere con voi un pensiero, tanto semplice quanto non considerato, espresso da uno di questi 6 “profeti” (termine molto televisivo..): l’uomo per la sua stretta sopravvivenza ha bisogno di acqua, non di petrolio. L’esperto è Jhon Cronin che non è proprio l’ultimo arrivato nel suo campo.

Io però mi occupo di un altro campo e vorrei usare il suo pensiero (almeno per come l’ho capito): lui si occupa di acqua mentre io vorrei applicare il tutto al conflitto.

Ecco come.

Dunque, oggi senza petrolio non si muoverebbe il trattore con cui il contadino lavora la terra sui cui pascola la mucca o il maiale che ci mangiamo o su cui nasce la frutta e la verdura di cui ci nutriamo; non si muoverebbe l’autocarro che trasporta tali beni dal negoziante al quale ci rivolgiamo, né l’auto che lì ci trasporta.

Bene, ma se fossimo nel bel mezzo del deserto, non potremmo certo berci una bella tazza di petrolio…

Ovvio, quasi stupido? Ok, proviamo a spostarci dai discorsi sull’economia di sussistenza dalla quale ci siamo mossi ormai da qualche secolo; non sto predicando il ritorno alle origini né voglio essere un novello Cincinnato (anche qualche riflessione sul punto…). Pensiamo ai nostri bisogni naturali, primordiali, di sussistenza a livello non materiale, ma intellettuale o emotivo. In quest’ultimo ambito non ci sono state grossi rivoluzioni, tecnologiche, industriali o dell’informazione…

Non siamo bestie (anche se talvolta queste ultime potrebbero lamentarsi del paragone..) abbiamo una ragione, il controllo, l’intelletto, siamo esseri razionali.

Sicuri?

E’ vero che il mondo, la società e le persone – in fondo in fondo – sono perfettamente razionali e sono pertanto in grado di risolvere i loro problemi con la ragione?

Come si conciliano questi due mondi: razionale, calcolo ed analisi con sentimenti, emozioni e sensazioni? Ed a quale facciamo riferimento quando entriamo in conflitto con qualcuno?

Non  è che il nostro petrolio relazionale è il processo in tribunale? Nel senso che ci serve una tecnologia – a filiera lunga.. – per risolvere i nostri problemi interpersonali (id est conflitti più o meno grandi).

Ma l’equivalenza all’acqua mi affascina: qual’è quella cosa di cui l’uomo non può fare a meno per sopravvivere con gli altri? Siamo animali sociali, eppure, diventiamo sempre più egoisti o individualisti, non ci preoccupiamo degli altri.. tanto più che essi non si occupano di noi. Perfetto! Il classico schema terribilmente fallimentare di ogni conflitto: chi fa il primo passo? Nessuno , è ovvio e così le cose non possono che peggiorare.

Il petrolio finirà, ma il processo no.. si potrebbe dire: può darsi.

Ma io ho un altra idea. Il processo non è che l’ultima e più sofisticata trovata dell’uomo moderno (non quello delle caverne) per risolvere con una forza legale i conflitti, senza ordalie o scontri. E se, invece, non li risolvesse? Anzi li creasse? Dopo tutto in un processo si usano informazioni, dati, nessuna emozione o comprensione umana, solo fredde norme di diritto che dovrebbero albergare nel cervello razionale dell’uomo medio. D’altronde il petrolio inquina, è risaputo…

Le neuroscienze – non la psicologia, con tutto il rispetto per gli psicologi – ci insegnano che molti dei nostri comportamenti sono il risultato di processi sub-coscienti o pre-corticali: succede con i neuroni-specchio o nel funzionamento delle emozioni (qualche indicazione qui).

Un bel problema.

Gulp! Non è che stiamo usando un petrolio che forse nemmeno funziona bene.. 😯

Temo davvero che stiamo perdendo il controllo delle relazioni con i nostri simili delegando spesso la risoluzione dei nostri problemi a qualcun altro: leggi, giudici, sentenze, avvocati. Mettere un sacco di spazio e di meccanismi, mezzi, strumenti, pezzi.. tra noi e la risoluzione dei nostri problemi è davvero una strategia vincente…?

Stiamo diventando tutti iper-professionali, con competenze tecniche elevatissime, specialisti: pochi detentori di conoscenze complesse che però non sono scienze, ma discipline o tecniche. Cose che possono fallire, ma… speriamo.. che succeda a qualcun altro.

Dipendiamo continuamente dagli altri: chi produce il petrolio, il medico che ci cura, l’ingegnere che progetta etc… Almeno la struttura (o sovrastruttura) giuridico-processuale potremmo usarla quando serve davvero?

 

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *