E-commerce e tassazione italiana

I principi di promozione del commercio elettronico sottoscritti dai ministri dei Paesi OCSE nel “OECD Action Plan for Electronic Commerce” tenutosi ad Ottawa nel 1998,  stanno prendendo forma nella realtà economica europea, ma ci sono ancora degli ostacoli da rimuovere, primo fra tutti la tassazione. L’armonizzazione delle tassazioni nei diversi Stati e la necessità di evitare la doppia imposizione fiscale, sono due problemi che l’UE deve ancora risolvere al meglio. Come ben evidenziato da Report di domenica 16 dicembre 2012, le grandi società di e-commerce cercando di ottenere un risparmio fiscale stabiliscono molto spesso la loro sede legale in un paese UE con una tassazione maggiormente favorevole ed attraggono sotto tale tassazione tutto il loro fatturato, anche quello proveniente da altri Stati UE con una maggiore tassazione. Dall’altra parte gli Stati rivendicano ognuno il loro potere impositivo sulle transazioni on line che hanno coinvolto il loro territorio. In un’epoca come quella attuale dove gli Stati sono sempre più alla ricerca di materia imponibile ed i settori in crescita dai quali attingere sono rari, specie nei paesi già sviluppati, l’economia del web, che vale  da solo il 3% del Pil italiano, pari a ben 31,6 miliardi di euro, attrae l’attenzione di tutti gli Stati.  L’e-commerce è diventato il vero motore delle economie consolidate, anche grazie al taglio dei costi di gestione dell’It grazie al “cloud computing” del 70% che ha dato una mano allo sviluppo dell’offerta di prodotti, servizi e contenuti online, sempre più variegata.(fonte: Il Sole24ore mercoledì 29 giugno 2011).

Ma quali sono i criteri adottati dal nostro legislatore per stabilire se una transazione online è produttrice di reddito tassabile direttamente in Italia?

L’Italia, come tutti i paesi OCSE, applica  la Direttiva UE “Quadro giuridico del commercio elettronico nel mercato interno”, del’8 giugno 2000, con la quale si è stabilito che il principio cardine della stabile organizzazione, si ravvisa solo a fronte di un server di proprietà dell’impresa a condizione che la transazione sia gestita autonomamente via Internet. Il server può costituire stabile organizzazione  del content provider, purchè sia nella piena disponibilità (in affitto o in proprietà) del soggetto che svolge l’attività d’impresa. Questo concetto è fondamentale dato che spesso le imprese di servono di un contratto di hosting con un’Internet Service Provider. Le vendite via Internet, ai fini delle imposte dirette, sono dunque tassate in Italia se attraverso il server sono svolte in automatico funzioni tipiche connesse all’attività di vendita( conclusione del contratto, pagamento e consegna della merce acquistata), mentre la sola esposizione di cataloghi, pubblicità o altre informazioni sui prodotti, non qualificano il server come una stabile organizzazione.

I dubbi in merito a tale principio sono molti, primo fra tutti quello del metodo di tassazione scelto. Infatti, ancora una volta ci si riferisce al concetto tradizionale della fisicità, per individuare la territorialità dell’operazione. Così facendo però si consente alle imprese di operare “virtualmente” in un dato Paese, stabilendosi, invece, “fisicamente” e fiscalmente in un altro (ad esempio, un territorio a fiscalità privilegiata). L’altro problema che si genera è la simulata ubicazione di una società, di fatto residente nel nostro Paese, in un più favorevole ordinamento tributario (esterovestizione). Su quest’ultimo punto occorre rilevare l’intervento del nostro legislatore per contrastare tale fenomeno, con il decreto legge n.223 del 4 luglio 2006, che ha modificato l’art. 73 del Tuir, aggiungendo i commi 5-bis e 5-ter. L’enunciato normativo, norma di agevolazione probatoria, ha lo scopo di arginare la costituzione di società estere fittizie, spesso holding intermedie, possedute da soci italiani, per fruire del regime della partecipation exemption e sottrarsi agli obblighi fiscali italiani molto più pesanti.

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