Diritto, giudici, cervello, emozioni e .. alimentazione. Due chiacchiere con il prof. Sartori

Il giorno 9 marzo di quest’anno si è svolta, per iniziativa del CIRSFID, una giornata di studi in onore di Enrico Pattaro, docente di Filosofia del diritto presso l’Università di Bologna. All’incontro era presente, fra gli altri, il prof. Giuseppe Sartori, ordinario di neuroscienze cognitive e di neuropsicologia clinica all’Università di Padova, che ha assunto il ruolo di Consulente Tecnico d’Ufficio nei processi penali definiti con alcune sentenze “storiche” che segnano l’ingresso delle neuroscienze dei tribunali (v. le decisioni di Trieste,  Como  e Cremona).
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare il prof. Sartori con il quale abbiamo brevemente parlato:

  • del ruolo delle emozioni nei processi decisionali
  • della rivisitazione del concetto di libero arbitrio
  • della rilevanza dei fattori ambientali e culturali nelle decisioni e nei comportamenti.


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Nel corso dell’interessante discussione è stata indicata una recente ricerca pubblicata sul PNAS (a breve pubblicheremo una sintesi in italiano)  che dovrebbe insinuare più di un dubbio nei giuristi, specie quelli positivisti.
Non per niente il prof. Pattaro si è occupato di realismo giuridico che, in qualche misura, si discosta dalla visione e dell’approccio dei giuspositivisti che di solito non si preoccupano né dell’impatto e né della ricaduta concreta e pragmatica delle norme giuridiche. Di questi ultimi aspetti si preoccupano, invece, i realisti che tendono a valutare la validità della norma proprio sulla scorta della sua efficacia  sulle persone (così mi pare di aver compreso o mi piace pensare di aver compreso…).
Semplificando di molto si potrebbe dire che da un lato si pensa che il giurista (sia un avvocato, un accademico o un magistrato) interpreti ed applichi le norme giuridiche utilizzando solo il ragionamento logico-razionale e gli strumenti ermeneutici forniti dalla legge, mentre dall’altro si pensa che vadano valutati anche (ma non solo) tutti quei fattori non giuridici, tra cui gli stati emotivi e fisici, che sono comunque in grado di influenzare i processi cognitivi e dunque anche le attività cerebrali-intellettuali sottese all’interpretazione del diritto.
Non è possibile generalizzare o semplificare, ma ricerche come quella segnalata dal prof. Sartori, sembrano suggerire l’opportunità di iniziare a valutare l’importanza di aspetti che di norma non vengono minimamente considerati, quasi che il giurista sia un freddo e insensibile computer, sfornito di emozioni e dal funzionamento cerebrale diverso da quello delle persone comuni. Le decisioni e le scelte di queste ultime, infatti, dipendono (talvolta in maniera determinante) da stati mentali inconsci (processi sub-corticali o che seguono la cd. via bassa come la definisce J. LeDoux nel suo “Cervello emotivo”).
A giudicare dai risultati sembra proprio che il glucosio, il metabolismo, l’umore, il sentimento o le emozioni abbiano un impatto anche sui giudici. Anzi a dirla tutta: perché i magistrati dovrebbero far differenza? Non si sta infatti parlando di forza di volontà, preparazione o competenza, ma di chimica ed elettricità nel cervello, ormoni e biologia dell’intero organismo umano. Che non è stato progettato dalla natura per prendere decisioni razionali.
Difficile credere che possano far differenza, avvocati, medici ingegneri etc.. etc…
E’ pur tuttavia una questione di cultura e di formazione; è infatti possibile, con conoscenze e comportamenti idonei, imparare a riconoscere quei segnali (v. i cd. marcatori somatici di cui parla il neuroscienziato A. Damasio nel suo “L’errore di Cartesio”) che il nostro corpo in qualche modo ci invia e che ove ignorati o confusi possono “compromettere” o “indirizzare” i processi decisionali. Niente di esoterico o misterioso, anzi un qualcosa di assolutamente umano e naturale che però non fa parte del bagaglio delle professioni tecniche: l’ansia, la rabbia e la paura, ma anche lo stress o la carenza di zuccheri nel sangue, possono orientare i nostri comportamenti, ma non hanno una medesima matrice, né possono essere trattati nella stessa maniera. Anche se potrà sembrare strano esistono corsi di alfabetizzazione emotiva e proprio da questi si potrebbe partire.

Per poi concludere che forse è il caso di riflettere attentamente prima di affidare le sorti della nostra vita o delle nostre aziende al giudizio – non sempre “spassionato” – di un giurista che in perfetta buona fede non è in grado di controllare consapevolmente tutto quel che accade nel suo cervello.

Insomma, quando se ne può fare a meno, forse conviene farne davvero a meno…

2 pensieri su “Diritto, giudici, cervello, emozioni e .. alimentazione. Due chiacchiere con il prof. Sartori

  1. MJ

    Ottimo spunto come sempre. Un campo di studio estremamente avvincente ed affascinante, sia nella sua valenza prettamente scientifica sia per i risvolti pratici più immediati.
    Se si analizza la natura umana al microscopio ci si rende conto di quanto ancora grezzo e primitivo sia il diritto, inteso come assetto normativo; per quanto evoluto, così superficiale da essere incapace di cogliere la vera essenza delle cose.
    Il diritto penale, in particolare, sembra quasi la sciabola con cui il chirurgo si deve ingegnare di eseguire un delicatissimo intervento a cuore aperto, dove avrebbe piuttosto bisogno di un bisturi: errori e danni collaterali, che si traducono nell’inefficacia stessa dell’intervento, sono la regola.

  2. Andrea B. Autore articolo

    Grazie a te per l’apprezzamento e l’efficacia del commento: bisturi contro sciabola rende bene l’idea!
    Hai proprio messo il dito nella piaga (per restare in ambito medico…): l’inefficacia dell’azione. Sia la prevenzione-repressione carceraria che la condanna in sede civile sembrano misure davvero impotenti in certi casi. Eppure il sistema va avanti come se niente fosse; i giuristi sembrano non accorgersi che le ricerche scientifiche impattano fortemente con quel mondo di relazioni umane che pretendo di regolare con regole astratte vecchie e talvolta malscritte, usate da persone e dunque… da un componente del problema che pretendono di risolvere..

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