Diritto, avvocati e creatività.. qualcosa non va…

Già da qualche anno, dopo aver partecipato a corsi e letto alcuni libri sul problem solving (tra cui il mitico, ma un po’ impegnativo, “Change” di Watzlawick, Weakland e Fisch, e quelli godibilissimi di G. Nardone) ed aver osservato il comportamento dei colleghi alle prese con la risoluzione di controversie o questioni giuridiche, avevo iniziato a maturare l’idea che il diritto con il suo approccio dogmatico, le sue categorie, classificazioni, tassonomie e concettualizzazioni rischiasse di reprime o deprimere la creatività e la ricerca di soluzioni alternative. La semplice attività di ricerca di precedenti giurisprudenziali, spegne in qualche modo la capacità di analisi autonoma e indipendente, impigrendo un po’ il cervello che, a questo punto, cerca e si aspetta solo che qualche giudice abbia già il risolto il problema in un altro – simile – caso.

L’attività forense processuale, poi, in qualche modo consolida questo approccio cognitivo, poiché costringe ad applicare più volte gli stessi schemi, lo stesso modo di argomentare, consolidando una vera e propria modalità di pensiero.

I problemi dei clienti, sono dall’avvocato passati dentro una invisibile ed ignorata griglia concettuale; questo comporta che la soluzione l’esperto legale raggiunge non è molto dissimile dalla.. pasta che esce dalla macchina per la trafilatura.

E purtroppo non è solo una questione di forma, ma quasi una sorta di deformazione

E’ solo una mia teoria, beninteso, e purtroppo non ho trovato prove della sua correttezza per ora, ma sospetto che esista un concreto rischio per l’avvocato di autocostruirsi un abito mentale, senza nemmeno rendersene conto.

Una sorta di prova di verosomiglianza, però  l’ho avuta l’altro giorno.

Ero in aula con una ventina di colleghi mediatori, tutti aperti, molto motivati, affamati di formazione, disposti a mettersi in discussione al fine di migliorare in un modo o nell’altro nella loro funzione di problem solver.

Dunque, non avevo di fronte una classe di colleghi disinteressati a tematiche non giuridiche o particolarmente avvezzi  e vicini ad approcci processuali, eppure l’esercizio che ho proposto loro ha avuto un esito particolare, specie se paragonato a quello da me osservato in un contesto completamente diverso, ossia in ambito aziendale: stesso gioco,  invece che avvocati, manager di diverso livello e imprenditori.

Non si trattava di un problema da risolvere (e questo è diventato già un primo problema.. paradossalmente..) ma di dare libero sfogo alla creatività. L’unica specifica era: “realizzate due esemplari di un oggetto usando quel che trovare in questa busta”. C’erano dei palloncini da gonfiare, materiale da cancelleria, pennarelli, stecchette di legno e scovolini per pipa. 20 minuti di tempo.

Per i primi dieci minuti, le persone sembravano talmente disorientate e indecise da essere quasi paralizzate. Tutti avevano scritto in faccia: “che facciamo?”

A questo punto – e il debrifing successivo me ne ha dato conferma – hanno cominciato a porsi domande del tipo “ma dobbiamo usare tutti gli oggetti?” oppure “ deve avere una funzione quest’oggetto..” Insomma il dubbio di non aver capito o che ci fosse qualcosa che non andava, emergeva dall’inconscio per cercare di dare una spiegazione ad una situazione insolita..

Ad un certo punto una partecipante ha detto: “Ma qui ci vorrebbe un bambino!” E io gli ho fatto semplicemente notare che tutti solo siamo stati….Eppure ritornare bambini per creare non sembrava più possibile.

Solo verso la fine, sotto la pressione dell’orologio, hanno tirato fuori qualcosa…. di molto simile

3 gruppi su 4 avevano disegnato delle facce sui palloncini e vi avevano appeso sotto qualcosa (il portatovaglioli andava per la maggiore..). l’altro gruppo aveva fatto direttamente dei porta penne e portatovaglioli.. senza palloncino.

Sono rimasto abbastanza sorpreso: lo stesso esercizio in ambito aziendale aveva portato alla produzione degli oggetti più disparati: dal dispositivo anti-colpo di sonno in auto (il palloncino al piegarsi del collo urtava una puntina da disegno, generando uno scoppio che avrebbe svegliato il conducente) al mezzo pubblicitario (palloncini con messaggio pubblicitario gettati dalla finestra..).

La constatazione di questa sorta di “omologazione” ci ha lasciato tutti un po’ stupiti. Il grande insegnamento che ne abbiamo tratto è che occorreranno altri esercizi di pensiero laterale, ginnastica mentale, allenamento insomma!.

Contrariamente a quel che si crede, infatti, la creatività non è sempre e solo innata, ma può essere migliorata (o magari peggiorata…).

Assunto Quadrio (Professore Emerito di psicologia sociale all’Università cattolica del Sacro Cuore) nella prefazione del libro “La creatività scientifica” (di Marcello Cesa-Bianchi,Carlo Cristini, Edoardo Giusti) considera che la creatività anche in ambito scientifico non va più intesa “come un dono “eccezionale” degli individui geniali, ma come il prodotto ad un tempo individuale e sociale (…) l’effetto ultimo non solo di doti individuali ed affettive dell’individuo, ma anche come un’armonica convivenza dell’individuo con il suo contesto culturale”.

Gli autori notano che la creatività scientifica oggi è studiata nei suoi presupposti neuropsicologici, sociali e culturali per concludere che non si tratta di una caratteristica innata quanto invece di un “processo creativo tipico del cervello umano che è naturalmente strutturato per pensare creativamente. Certo non tutte le persone manifestano abilità creative, ma questo non dipende certo da differenze genetiche o innate, dall’avere o non avere un dono di natura, ma dalla concomitanza di fattori diversi”.

Secono lo psicologo M. Ciskszentmihalyi “la creazione è il prodotto dell’interdipendenza di tre diversi fattori fondamentali: l’individuo, con il suo bagaglio di conoscenze e il suo metodo di lavoro; il campo culturale in cui l’individuo lavora con i suoi modelli e le sue prescrizioni; l’ambiente sociale, che offre gli strumenti e le esperienze educative per impegnare le proprie capacità e successivamente giudica i meriti di una perosna e il suo operato”.

Insomma pare proprio che il diritto come strumento, gli studi legali ed i tribunali come contesto.. siano un ricetta perfetta per limitare la creatività che spesso è una delle poche strategie davvero efficaci per risolvere problemi complessi come negoziati o conflitti…

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