D. lgs. 110/2010 e atto pubblico informatico. Come si esibisce un originale digitale?

L’art. 65 della l. 69/2009 prevede l’emanazione di un decreto legislativo per consentire ai notai di redigere e conservare atti pubblici in formato elettronico.

Ciò è possibile tramite l’uso della firma digitale. In data 2 luglio è stato, infatti, emanato il d. lgs. 110/2010 (qui il testo integrale in .pdf). In estrema sintesi queste le innovazioni principali già in vigore:

  • rilascio delle copie (art. 68-ter);
  • attestazione di conformità di copie e di documenti formati su qualsiasi supporto (art. 73);
  • rettifica di errori mediante certificazione dello stesso notaio (art. 59-bis).

Per le altre disposizioni bisognerà, invece, attendere i decreti attuativi.

La materia era già stata oggetto di intervento legislativo ad opera della l. 246/2005, attuata solo molto parzialmente (in particolare non risultano attuate le previsioni relative alle sanzioni relative ad eventuali falsità).

Una riflessione, proprio sull’attestazione di conformità. L’art. 73 prevede, ora:

Il notaio può’ attestare la conformità’ all’originale di copie, eseguite su supporto informatico o cartaceo, di documenti formati su qualsiasi supporto ed a lui esibiti in originale o copia conforme.

Il riferimento ad originale formato su qualsiasi supporto, consente di immaginare, ad esempio, una attestazione di conformità relativa ai libri contabili digitali (magari per ottenere un decreto ingiuntivo): come potrà (o dovrà) in questo caso essere esibito l’originale ?

E’ chiaro, infatti, che, per attestare, la conformità, il notaio dovrà esaminare l’originale, ma come?

Teoricamente dovremmo chiederci se la domanda sia del tutto pertinente, considerato che nel dominio dell’informatica non c’è differenza tra originale e copia, poiché i bit sono tutti uguali e proprio gli stessi sia sull’originale che sulla copia, ma tant’è…

Immaginiamo che i dati “in originale” siano stati creati e memorizzati in un server o in un qualsiasi computer che abbia un software gestionale che consente proprio alla tenuta della contabilità: il notaio dovrebbe accedere a questo server o computer personalmente e fisicamente?

O potrebbe “accontentarsi” di vederne una copia magari su CD-ROM, su memoria USB o ancora di collegarsi telematicamente al sistema informatico?

O, ancora, potrebbe “accontentarsi” di esaminare il relativo documento informatico sottoscritto con la firma digitale del commercialista o dello stesso imprenditore?

A tali domande si potrebbe rispondere (tesaurizzando i rilievi fornitimi gentilmente dal notaio Zagami) rilevando che occorre esibire un documento informatico “originale”, munito di tutti i contrassegni, prescritti dalla legge, che lo rendono tale e che possono essere verificati dal notaio.

Ad esempio, per quanto riguarda i libri sociali o i libri contabili, il documento da esibire dovrà essere munito di firma digitale, marcatura o riferimento temporale, e quando applicabile, la ricevuta di trasmissione dell’impronta all’agenzia delle entrate.

Non sussistono, poi, ragioni o previsioni che impongano che il notaio di accedere fisicamente al server. E’ sufficiente esibire un duplicato informatico del documento, purché autonomamente verificabile (nel senso che deve essere oggetto di una firma separata). Comunque, non sembra poteri escludere che il notaio possa accedere direttamente, anche in via telematica, ad un documento posto in un server connesso ad internet, e da questo estrarre il documento informatico originale.

Pare doversi escludere, invece che la firma del commercialista possa servire ad alcunché o produrre alcun effetto, in quanto non si tratta di un pubblico ufficiale.

La firma dell’imprenditore, in certi casi, rappresenta uno degli elementi prescritti per fornire validità alle scritture. Ma non può certo essere una firma apposta successivamente, al solo scopo dell’esibizione del documento. Dovrebbe infatti trattarsi della firma apposta nel momento in cui è richiesta dalla legge, solitamente quello della formazione della registrazione del libro o periodicamente.

Un pensiero su “D. lgs. 110/2010 e atto pubblico informatico. Come si esibisce un originale digitale?

  1. Avv. Clemente Latour

    Gentilissimo Andrea,
    come sicuramente saprà dall’esperienza della computer forensics ogni file (quindi anche quello originale) ha una sua carta d’identità che in campo informatico viene definito hash.
    L’algoritmo di hash elabora qualunque mole di bit (in informatica si dice “digerisce tutto ciò che gli viene dato in pasto”). Si tratta di una famiglia di algoritmi che soddisfa questi requisiti:
    L’algoritmo restituisce una stringa di numeri e lettere a partire da un qualsiasi flusso di bit di qualsiasi dimensione (può essere un file ma anche una stringa).
    L’output è detto digest.
    La stringa di output è univoca per ogni documento e ne è un identificatore. Perciò, l’algoritmo è utilizzabile per la firma digitale.
    L’algoritmo non è invertibile, ossia non è possibile ricostruire il documento originale a partire dalla stringa che viene restituita in output.
    Quindi per verificare se ci si trova di fronte ad una copia identica dell’originale basta guardare il valore dell’hash che deve essere identico per i due file.
    Se il file non ha lo stesso valore di hash dell’originale, questi non è ad esso conforme. La verifica potrebbe passare in maniera trasparente (non c’è bisogno di esaminarne il contenuto, aprirlo e leggerlo) ma ci si potrebbe collegare al server che ha l’originale e che permetterebbe solo questo tipo di operazione (verifica dell’hash) così garantendo la riservatezza dei dati ed al tempo stesso l’accesso in copia di questo.
    La copia esibita dal commercialista potrà trovare conferma nella verifica dell’hash.
    Se il valore coincide, siamo di fronte allo stesso flusso di bit.
    Non crede che potrebbe essere una buona soluzione al problema?

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