Costruire una cultura del conflitto

Leggo sul CorriereL’eredità che uccide due fratelli“. “Il minore ha ucciso il maggiore con un martello, poi si è tagliato la gola. Alla base della lite, eredità e gestione dei campi“, questa la sintesi del giornalista.

Ecco – penso –  l’ennesimo esempio di conflitto irrisolto finito in tragedia“.

Nel prosieguo dell’articolo è scritto che “.. la lite che ha portato alla tragedia non sarebbe stata per motivi di denaro, bensì per futili motivi….  I due litigavano infatti spesso anche per motivi legati alla gestione dei campi e delle proprietà di famiglia: dal tipo di semina da fare all’uso degli attrezzi”

Futili motivi?? Sobbalzo mentalmente: qualcuno uccide il fratello e poi si ammazza (tagliandosi la gola..) e noi (la società “normale”  costituita di giornalisti medi, avvocati medi, uomini medi…) pretendiamo pure di sapere cosa e accaduto e cosa ha prodotto un risultato del genere: addirittura aggiungendoci  l’aggravante dei “futili motivi”.

Ovviamente non so se l’uso del termine “futili motivi” implichi il senso tecnico-giuridico di cui all’art. 61 del codice penale, ma, di certo sembra rendere ancora maggiore la responsabilità dell’assassino: mi chiedo dunque se l’omicidio sarebbe meno grave se, invece che per sementi, fosse stato commesso per denaro.

Chi stabilisce cosa è futile? Io credo che nella mente di quell’uomo che ucciso se stesso e suo fratello, fossero tutt’altro che futili.

Mi chiedo soprattutto: ma siamo sicuri che il problema siano le proprietà o il denaro? Chiunque sa come funziona un conflitto sa anche che il motivo “di merito”, il disaccordo o contrasto, può non essere il vero o solo problema di due che litigano. Credo che questo sia ancor più probabile in una lite tra fratelli dove non possono non rilevare i rispettivi vissuti, le esperienze e le emozioni correlate. In una relazione – non scelta, ma “imposta” dall’amore dei genitori o dal caso.. – cioè che non funzionava.

E cosa ne sappiamo noi (come pure il giornalista) di cosa passava per la testa dell’omicida? Quello che è futile motivo per me può essere un gravissimo motivo per un altro. Non sto ovviamente giustificando l’omicidio, ma – al contrario – solo far capire che l’epilogo drammatico può, purtroppo, essere il risultato di un processo mentale iniziato molto prima. Un conflitto incancrenito in cui la morte dell’altro e la propria sono in un momento apparsi nella mente del fratello minore come la soluzione del proprio conflitto. E, purtroppo, sotto un profilo essenzialmente pragmatico non si può non concordare: il conflitto è finito. Non c’è più, perché non esistono più i soggetti in esso coinvolti.

Così è la vita, si potrebbe dire.. Cose che succedono.. Non ci si poteva far nulla?

E’ vero?

Mi piace (a livello di riflessione intellettuale-professionale) e nel contempo mi sconvolge (umanamente) invece pensare che se c’erano di mezzo soldi e proprietà, forse quel conflitto è stato – o poteva plausibilmente essere – intercettato da qualcuno: dai vicini, dai parenti o forse da un avvocato o da un commercialista.

Non voglio colpevolizzare nessuno beninteso: qui il problema è che il conflitto è un qualcosa di personale in cui nessuno se la sente di intervenire: se hanno sentito, i vicini, non sapevano come intervenire (e non hanno fatto nulla) e lo stesso può valere per gli altri.

Manca, insomma nella nostra società moderna, quella che William Ury (antropologo, uno dei più grandi esperti internazionali di studio del conflitto, con esperienze ultraventennali e co-fondatore del PON – Program On Negotiation – presso l’Università di Harvard) definisce la “terza posizione” quella di uno o più soggetti che sono in grado di accogliere ed elaborare il conflitto.

Noi tutti potremmo essere la “terza posizione”. Ed io come avvocato ne sento ancor di più il peso perché so che anch’io potrei assumere tale posizione, provando ad evitare la pericolosissima escalation del conflitto che può avere anche esiti letali.

Un altro esperto di conflitto (economista austriaco che ha collaborato anche con l’UNESCO), Friedrich Glasl, infatti, ha elaborato 9 diversi stati del conflitto: gli ultimi 3 implicano l’uso della violenza e – non è un caso.. – l’autodistruzione.

 

Siccome è plausibile che questioni di denaro, proprietà e simili – più o meno futili –  motivi possano approdare sulla scrivania di un professionista sarebbe auspicabile che costui avesse un minimo di conoscenze in materia di conflitto interpersonale.

Altrimenti continueremo a leggere cronache del genere ed a considerare che non ci si può far nulla. :-(

Usando come stringa di ricerca “eredità fratelli uccide” tornano alla memoria altri simili tragici eventi l’anno scorso e  quello prima ancora, nel 2008, nel 2007….

L’eredità che uccide“: titolo giornalisticamente evocativo, ma artefice del pericolosissimo fenomeno di semplificazione dei problemi complessi. La complessità, l’ignoto, spaventa e l’uomo ha bisogno di certezze.. ma a ben riflettere l’unica certezza è quella di non averne..

Io non so se si avrebbero meno omicidi per cause – vere o apparenti – legate all’eredità e non è questo l’oggetto della mia riflessione: mi limito a pensare che un conflitto intercettato nella fase nascente ha molte più probabilità di essere risolto. Si tratta, cioè della mancanza di una cultura del conflitto che andrebbe curata sin dalle scuole, perché il conflitto è fisiologico attesa la complessità della mente umana e dei rapporti interpersonali. In alcuni casi può diventare patologico.

Qualcuno lavora in questa direzione: il 23 novembre 2011 Paolo Vergnani (psicologo e terapeuta, grande esperto di conflitto) tiene una conferenza dal titolo “Sopravvivere al conflitto” nell’ambito del progetto “Crescere imparando a gestire il conflitto” rivolto alle scuole superiori di Milano. Un esempio da seguire.

 

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