Corte di Giustizia UE: è davvero diritto all’oblio ?

Preparando il mio intervento al seminario di formazione   sui rapporti tra stampa e giustizia organizzato dall’ordine dei Giornalisti delle Marche in collaborazione con l’Ordine degli avvocati di Macerata,  al teatro Annibal Caro di Civitanova Marche, ho raccolto diversi materiali che mi hanno consentito di osservare la discussione intorno al (cosiddetto..) “diritto all’oblio”, sotto diversi punti di vista.

Con l’occhio del giurista si fanno certe considerazioni, mentre con quelle del giornalista se ne fanno altre: se consideriamo però che il diritto dovrebbe essere oggettivo e cioè uguale per tutti, forse dovremmo sforzarci di trovare una visione unitaria.

Semplificare è pericoloso, ma anche doveroso: è troppo facile dire che la questione giuridica è complessa, che coinvolge diversi istitui e profili…

Provo allora a sintetizzare su alcuni punti fondamentali:

  • se la sentenza della Corte di Giustizia ha davvero sancito il diritto all’oblio
  • se i motori di ricerca possono essere effettivamente responsabili della circolazione dei contenuti forniti da altri
  • se i motori di ricerca debbano autonomamente rimuovere i link a detti contenuti.

1. E mia opinione che il diritto all’anonimato o ad essere dimenticati in quanto tale e come declinazione di una autonoma fattispecie giuridica non esista.

La sentenza dei Giudici di Lussemburgo non lo afferma, statuendo infatti un principio diverso: i riferimenti (link) a contenuti non più attuali, rilevanti e pertinenti che incidano sulla dignità e reputazione dell’interessato in casi particolari in cui non esista un prevalente diritto da parte del pubblico possono essere rimossi. Questo non significa che la notizia originaria scomparirà: rimarrà dove è sempre stata, solo che sarà più difficile (ok praticamente impossibile) reperirla, a meno di faticose e/o scomode ricerche d’archivio.

Che poi “di fatto” sia più facile essere dimenticati è un discorso diverso: si tratta di un eventuale effetto, ma non del presupposto.

I principi giuridici (simili in tutta europa) sono infatti quelli della autodeterminazione informativa, della correttezza, completezza, esattezza dei dati e quello di opposizione “per motivi legittimi” (v. il nostro art. 7 codice privacy). Niente di sconvolgente direi, roba che alberga nell’ordinamento da una ventina di anni, solo che ora è stato declinato in maniera diversa coinvolgendo i motori di ricerca e non i giornali che anzi nella sentenza vengono espressamente salvaguardati:

“Inoltre, il trattamento da parte dell’editore di una pagina web, consistente nella pubblicazione di informazioni relative a una persona fisica, può, eventualmente, essere effettuato «esclusivamente a scopi giornalistici» e beneficiare così, a norma dell’articolo 9 della direttiva 95/46, di deroghe alle prescrizioni dettate da quest’ultima, mentre non sembra integrare tale ipotesi il trattamento effettuato dal gestore di un motore di ricerca. Non si può dunque escludere che la persona interessata possa, in determinate circostanze, esercitare i diritti contemplati dagli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 contro il suddetto gestore del motore di ricerca, ma non contro l’editore della pagina web.” ( punto n° 85 della sentenza)

2. I motori di ricerca: questi “neutrali“… verrebbe da pensare. Ma siamo certi che sia così?

Certo dal punto di vista del valore informativo non aggiungono nulla al contenuto creato da altri, ma sotto il profilo della visibilita della notizia hanno un potere enorme. La semplice operazione di  linkare una notizia, significa trattare i dati dei soggetti coinvolti – almeno per la legge – ed anche questa non solo non è una novità, ma è un pilastro della normativa sulla privacy. Basta leggere l’art. 4 del codice per capire come qualsiasi cosa qualcuno faccia con i dati di qualcun altro significhi trattarli (forse resta fuori il solo “pensare ” ai dati…).

Questo è stato scritto nella sentenza… che si limita ad applicare la direttiva 95/46 che all’art. 2, lett. b), contiene la seguente definizione di trattamento:

“trattamento di dati personali” (“trattamento”): qualsiasi operazione o insieme di operazioni compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la conservazione, l’elaborazione o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’impiego, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, nonché il congelamento, la cancellazione o la distruzione;

Si può forse negare che Google, come qualsiasi altro motore di ricerca, organizzi i dati? O che li elabori e li consulti? O che li metta a disposizione? Per non parlare del raffronto e dell’interconessione, considerato quel che fanno spider e crawler vari…

Un motore di ricera effettua un trattamento di dati e per giunta, senza il consenso dell’interessato, quindi bisogna stare “in campana” direi…

In che veste tratta questi dati? L’interessato non gli ha conferito alcun incarico e neppure il giornalista o l’autore dell’articolo o del post. Eppure li tratta e nel farlo si prende delle libertà: come organizzare i dati, quali memorizzare e quali no, dove e come conservarli…Insomma tutte attività che difficilmente non rientrano nella definizione di responsabile contenuta sempre nell’art. 2, lett. d), della direttiva 95/46 :

“responsabile del trattamento”: la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o qualsiasi altro organismo che, da solo o insieme ad altri, determina le finalità e gli strumenti del trattamento di dati personali.

L’attività del motore di ricerca si somma, quindi a quella del fornitore di contenuti (la direttiva precisa, infatti “da solo o insieme ad altri”) ed aggiungo io, per fortuna, altrimenti, in forza dei diversi, spacchettamenti, segmentazioni, citazioni, rinvii, link e via discorrendo, l’interessato avrebbe estrema difficoltà ad ottenere tutela. Non per nulla l’attività di trattamento dati è considerata una attività pericolosa (v. art. 15 del codice): se mio figlio prende la pistola che io custodisco in maniera impropria e se la porta a scuola e l’insegnate che se ne accorge gli lascia tenere l’arma sul banco senza fare nulla per impedirgli di usarla, la mia responsabilità di genitore e maldestro proprietario di armi si somma e non si dividide con quella dell’insegnante. A garanzia dei diritti della vittima è preferibile avere più soggetti a cui chiedere giustizia: è un principio “classico” nel nostro ordinamento che prevede  la responsabilità solidale tra tutti coloro che hanno concorso nella causazione del danno.

Ed è piuttosto difficile negare il concorso o l’efficacia causale del motore di ricerca che anzi, è uno strumento indisponsabile per consentire al pubblico di conoscere il sito web in cui quella particolare notizia si trova.

Dicevano i latini “cuius commoda, eius et incommoda“; Google può benissimo far soldi indicizzando le pagine di terzi, ma ciò facendo, diventa cor-responsabile dei danni che l’indicizzazione contribuisce a determinare

3. A questo punto vien da chiedersi: chi deve valutare quando i dati meritano di non essere più messi in evidenza dai motori di ricerca? Anche in questo caso la legge (e non la Corte..) prevede che quando l’interessato vuole opporsi ad un trattamento  per motivi legittimi può rivolgersi al titolare. Art. 8 del solito codice. 

Ben ha fatto dunque Google ad adeguarsi alla legge (e non alla sentenza…), anzi vien da chiedersi perché non l’abbia fatto prima. Perché la cultura e la mentalità non sono ancora sufficientemente allineati ai costumi giuridici del vecchio mondo, come si è – strategicamente IMHO – scusato l’amministratore  Larry Page, il quale — riporta il Corrirere dell Sera di qualche giorno fa – in un’intervista al Financial Times  avrebbe dichiarato: «Impareremo a essere più europei».

Certo, il pragmatismo nordamericano potrebbe comportare il facile accoglimento delle richieste di rimozione dei link, anche per evitare costose resistenze in incerti e lunghi – ossia prettamente italici – giudizi.

Tanto rumore per nulla, dunque?

A me sembra proprio di sì, anche se più d’uno  (Severgnini, Riotta, Fusco) si è preoccupato della liberta di espressione, cronaca e stampa. A ben vedere però i giornali “godono” dei servizi dei motori di ricerca, ma non sono motori di ricerca. Si riduce la cassa di risonanza, chiaro.

Ma se i giornali diventano motori di ricerca, a mio avviso, non possono invocare le guarentigie previste per la libertà di stampa.

O no?

Forse emergono più evidenti i limiti del giornale e della stampa nell’era del web…

Magari di questo ci sarà da discutere…

Nel frattempo una parola magica, che compare espressamente nella sentenza, c’è ed è bilanciamento, giacchè non prevale sempre il diritto dell’interessato a “nascondere” la notizia, come non prevale sempre il diritto del pubblico a leggerla all’infinito.

C’è caso e caso: non facciamo di tutta l’erba un fascio.

Se poi Google, per prudenza (commerciale..) vorrà accogliere di buon grado le richieste di cancellazione, significa che non dovremmo permettere le richieste?

La persona, nell’ordinamento viene prima dei profili economici. E Google è un azienda commerciale… Gli altri motori di ricerca non saprei…

 

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