Conflitto e accordo. Tutto e il contrario di tutto…

Appena ho sentito la notizia della liberazione del soldato Shalit ieri sera al telegiornale , mi sono immediatamente immaginato alcuni possibili titoli di giornali: “1 israeliano vale 1.000 palestinesi…“.

Ed in effetti…

Non conoscevo il sito loccidentale.it, ma grazie a Google, ho potuto rintracciare un titolo che suona proprio come l’avevo immaginato: “Mille palestinesi per un soldato israeliano: uno scambio poco morale“.

Non è minimamente mia intenzione schierarmi o criticare l’opinione di nessuno: la mia è solo una riflessione sul metodo.

Per avere una panoramica sui pro ed i contro basta anche leggere la notizia su diversi giornali: l’articolo sulla Stampa è diverso da quello che compare sul sito de Il Giornale. Anche la posizione del pezzo nella home page è diversa (potere della meta-comunicazione…).

L’esercizio che propongo è semplice (che non vuol dire facile…)  e non mira minimamente a proporre una soluzione, ma solo ad evidenziare come ogni evento può essere visto inteso in un modo o nel modo esattamente opposto. A meno che ognuno delle due parti non inizi ad osservare l’evento (l’accordo così come qualsiasi altro fatto accaduto) da un diverso punto di vista, nulla potrà mai cambiare. E la storia ci sta dimostrando che, come spesso accade, costruire è più difficile che distruggere: è semplice fare la guerra, giustificando il proprio punto di vista ed ignorando quello dell’avversario. L’avversario  fa altrettanto ed il conflitto irrisolvibile è servito.

Notare che le prime 3 questioni (fondo arancione chiaro) sono assai in alto neolla cd. scala dell’inferenza e sono le fondamenta del conflitto: da sole, queste definizioni non apportano alcun valore informativo. Anzi sono il risultato (e dunque l’effetto, non la causa) di culture, valori, principi, vissuti ed esperienze diverse che non possono che essere profondamente antitetici.

Dunque per fare dei passi avanti è bene confrontarsi scendendo dal livello macro, a quello micro: analizzando il singolo fatto, la singola implicazione. Si scoprono, così cose interessanti: spesso a questo livello di confondono i piani:

  • benefici di breve periodo con quelli medio o lungo periodo
  • problema di merito (singolo accordo) o conflitto relazionale
  • problema oggettivo o soggettivo
  • volontà di superare il conflitto ed incapacità di abdicare al sentimento di “vendetta”
  • rapporto di causa-effetto di ogni accadimento

La soluzione ideale non può esistere, se prima, non ci si confronta su questi ( molti altri aspetti).

A questo punto forse c’è stata troppa sofferenza, troppo dolore e troppa distruzione per poter superare il passato. Ma se non si cambia prospettiva si resta inesorabilmente schiavi del proprio passato. Pregiudicando non solo il proprio futuro, ma anche quello della successive generazioni.

Dunque,  quello israeliano-palestinese è un esempio troppo complesso, ma è senz’altro una dimostrazione negativa di cosa occorre fare per non risolvere un conflitto.

Teniamolo a mente quando ci troveremo nel nostro prossimo conflitto.

E non pensiamo che il paragone sia esagerato: il piccolo conflitto ed il grande conflitto rispondono, si muovono ed evolvono con le stesse logiche e dinamiche di base come è stato ben messo in evidenza da  Thomas Schelling (Nobel per l’economia nel 2005 insieme a Robert Aumann).

Tutto inizia con un piccolo passettino che non lascia nemmeno intravedere la soluzione. Ma se nessuno compie quel passettino, possiamo star certi che non ci sarà mai nessuna soluzione.

Una questione di cultura del conflitto: per chi vuol saperne di più segnalo ancora il bellissimo video di William Ury (antropologo, uno dei più grandi esperti internazionali di studio del conflitto, con esperienze ultraventennali e co-fondatore del PON – Program On Negotiation – presso l’Università di Harvard).

 

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