Condominio, mediazione e.. scimmie senza peli (?)

Da appassionato del conflitto ho spesso dubitato che l’uomo sia nato per vivere nei condomini e forse ho trovato una conferma ai miei dubbi…

Considerata la prossima entrata in vigore della mediazione obbligatoria per le liti di condominio, quindi, vorrei aggiungere un tassello – .. forse un po’ particolare… – alle diverse cause di lite: oltre ai problemi di percezione e comunicazione ed alle oggettive difficoltà del negoziato faccia a faccia, la controversia in ambito condominiale pare implicare una riflessione di natura antropologica.

Oggi sembra naturale vivere nei condomini, ubicati in grossi palazzoni o larghi quartieri, abitare città in cui imbattersi continuamente con perfetti sconosciuti, sviluppare cioè relazioni tutto sommato… anti-umane.

Con questo brutto termine voglio proprio indicare la scarsa naturalezza del fenomeno: l’essere umano come animale non pare biologicamente pronto a relazionarsi con simili che non conosce e quando è costretto a farlo si creano effetti indesiderati e poco utili alla convivenza.

Non è mia intenzione fare del riduzionismo teorico, né trattare gli esseri umani come quelli animali, confondendo l’etologia dei secondi con quella dei primi, ma solo riflettere sul fatto che gli agglomerati urbani pieni di estranei non sono l’ambiente in cui si è sviluppata la nostra specie umana per la maggior parte della sua esistenza.

Muovo da alcuni presupposti, oramai abbastanza condivisi:

  • che gli esseri umani sono meno razionali di quel che creda
  • che l’uomo non ha piena consapevolezza dei suoi processi mentali
  • che i nostri comportamenti quotidiani e le nostre (apparentemente) irrilevanti decisioni circa i diversi avvenimenti che ci coinvolgono ogni giorno sono il frutto di una non sempre ben riuscito compromesso tra ragione ed emozione.

Sotto il primo punto di vista, gli economisti (Matteo Motterlini, vedi il video)stanno da tempo rimeditando il modello di homo oeconomicus, tutto raziocinio… ,mentre le neuroscienze indicano come alcuni nostri comportamenti siano ben poco deliberati (Libet, Damasio): in sintesi non siamo una macchina poi troppo buona per prendere decisioni (Legrenzi, Salvatori).

A ciò possiamo aggiungere una considerazione che è molto meno banale di quel che sembra: l’uomo è..sostanzialmente una “scimmia nuda”. Le virgolette sono dovute, poiché non si tratta di una mia definizione, ma del titolo di un interessante libro di uno zoologo (Desmond Morris) che oltre 40 anni fa ricordava come l’uomo, in quanto parente stretto della scimmia, sia coinvolto sia nelle lotte tipiche dei primati che in quelle nuove tipiche dell’epoca moderna.

Con i nostri cugini pelosi condividiamo (anche se non ne siamo troppo consapevoli) alcuni interessi per i quali siamo disposti a lottare:

  1. la difesa territoriale del gruppo
  2. la difesa territoriale dell’unità familiare
  3. il mantenimento della posizione gerarchica individuale e personale.

Quella che qui più interessa è la seconda ed in particolare la difesa del “rifugio”. L’autore è molto chiaro:

 “Uno degli aspetti più importanti del territorio familiare consiste nel fatto che questo deve essere facilmente distinguibile dagli altri. Naturalmente, la sua localizzazione separata gli conferisce una caratteristica unica che però non è sufficiente. La sua forma e il suo aspetto generico devono farlo risaltare come una entità facilmente identificabile, così che possa diventare una proprietà “personalizzata” della famiglia che vi abita. Ciò sembra abbastanza ovvio, ma spesso questo aspetto è stato trascurato o ignorato, sia come conseguenza di necessità economiche, sia per mancanza di consapevolezza biologica da parte degli architetti. In tutto il mondo, nei paesi e nelle città, sono state costruite file interminabili di case identiche e uniformemente ripetute. La situazione è anche più grave nel caso dei blocchi di appartamenti. Il danno psicologico arrecato al territorialismo delle famiglie costrette a vivere in queste condizioni da architetti, progettisti e costruttori, è incalcolabile.

Prosegue lo zoologo notando come certamente le famiglie possano procedere ad alcuni interventi al fine di personalizzare il loro rifugio, ma questo non sempre è possibile o sufficiente: pensiamo solo alle limitazioni poste dal decoro architettonico o dalla parzialità degli interventi in ragione della struttura o della tipologia di abitazione. Si tratta in pratica di una sorta di coabitazione forzata indotta dalle esigenze del mercato, dei costruttori, della pianificazione urbanistica: tutti aspetti ai quali non siamo – credo – essere preparati. In termini evolutivi (4-5 milioni di anni) la comparsa del concetto di proprietà è cosa di qualche millennio fa e il condominio è invenzione ancora più recente.

La legge al riguardo non può modificare né i nostri geni né quella sorta di memoria biologica che ci tramandiamo da milioni di anni ed in forza della quale le relazioni sociali si sono sviluppate in scenari profondamente diversi: la storia dell’uomo si è dipanata attraverso la conoscenza diretta dei consimili in una dimensione tutto sommato limitata: il gruppo famigliare e la tribù.

Non so se qualche manciata di anni sia sufficiente a cambiare questo dato.

Considerando quante sono le liti giudiziari e non che hanno ad oggetto rapporti di condominio e vicinato, mi vien da pensare che questo cambiamento non si sia ancora perfezionato…

Concludo notando che in tempi più recenti l’antropologo e psicologo sociale Robin Dunbar ha teorizzato che in considerazione dell’estensione della corteccia celebrare (in cui avvengono le elaborazioni che  investono i rapporti sociali) ci sarebbero delle limitazioni fisiche al numero di contatti (relazioni, rapporti, conoscenze) che una singola persona può effettivamente gestire: 150 (circa). La considerazione è particolarmente rilevante  in relazione ai social network (v. articolo su punto informatico, ad esempio), poiché tutte le “amicizie” che superano tale cifra non rappresentano relazioni stabili; ai nostri fini, invece, il dato conferma che le relazioni più funzionali avvengono tra un gruppo ristretto di persone che dovrebbero…conoscersi abbastanza bene.

Dunque i sintomi principale della malattia sembrano proprio l’indifferenza, la chiusura in noi stessi ed il pensare di poter ignorare gli altri.

4 pensieri su “Condominio, mediazione e.. scimmie senza peli (?)

  1. Moreno

    Condivido pienamente il tuo punto di vista. La nostra specie ha passato la maggior parte della sua storia evolutiva in piccoli gruppi composti da poche famiglie. La conoscenza reciproca in vista della cooperazione era praticamente obbligata. Tale atteggiamento sopravvive ancora nei piccoli paesi, ma non nelle grandi città dove la cooperazione perde di significato alla luce del “potere di acquisto” di determinati servizi. Tant’è che il fenomeno sembra invertirsi nei condomini “sociali” di cui anche in Italia si cominciano a vedere gli esempi. Ovvero, non si costruisce prima il condominio e poi il gruppo, ma prima il gruppo e poi il condominio. Ed è il gruppo a scegliere altri eventuali condomini.
    Quanto alla razionalità umana… ormai anche gli esperti di marketing si sono accorti che la nostra natura è molto più impulsiva di quanto si sospettava. E infatti, ai corsi per venditori (chiamiamoli così), dall’imposizione di un modello tutto spietatezza, pochi sentimenti e orientamento al risultato quantitativo, si è passati a un modello di venditore empatico, capace di interfacciarsi con il cliente e paziente nel dilazionare le vendite in più incontri, se necessario…

  2. Mediamediando

    Penso che la mediazione possa aiutare la composizione delle liti in particolar modo in materia condominiale proprio perché spesso la lite ha motivi che trascendono quelli giuridici.

  3. Andrea B. Autore articolo

    Grazie molte della segnalazione. Sto leggendo in questi giorni “Far la pace tra le scimmie” di Frans De Waal,.. scoprendo che non ci sono poi molti studi sul conflitto interpersonale tra umani.. almeno da osservare direttamente..

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