Cervello malato? …riduzione di pena!

D’impatto!.. non è possibile definire in modo diverso, l’effetto che suscita la lettura di una recente sentenza del Gip di Como.
Non mi stupisco affatto che nel team difensivo della Albertani ci sia anche il neuroscienziato Giuseppe Sartori. Difatti, condivisibile o meno l’impostazione, il prof. Sartori si sta dimostrando promotore, o meglio.. capo d’ariete ;-).. nella introduzione delle nuove tecniche di psichiatria forense nel processo penale.


Molti di Voi avranno avuto già occasione di leggere (e commentare?) la sentenza della Corte d’Appello di Assise di Trieste datata ottobre 2009, che ha riconosciuto efficacia probatoria alle neuroscienze cognitive.
Riassumiamo brevemente i fatti. L’imputato algerino era accusato di aver ucciso un altro extracomunitario dopo una lite per delle offese arrecate dalla vittima all’omicida. In questo caso, la questione cruciale riguardava -non essendo in discussione la colpevolezza- lo stato di mente dell’imputato al momento del fatto.
La Corte di Assise in primo grado, pur riconoscendo la sussistenza del vizio parziale di mente, non aveva concesso la riduzione di pena di un terzo. Palesando le perplessità dell’impianto accusatorio.
La mancata riduzione di legge era stato proprio uno dei motivi di appello dell’imputato, che ha indotto la Corte ad approfondire la questione disponendo una nuova perizia, affidata al prof. Giuseppe Sartori ed al prof. Pietro Pietrini. Il quesito concerneva la capacità di intendere e di volere al momento della commissione del reato.
Il nuovo caso riguarda invece la storia di Stefania Albertani. La donna causò il dissesto finaziario dell’azienda di famiglia, sottraendo fondi di nascosto. Quando i suoi inganni vennero scoperti, uccise la sorella, tentò di bruciarne il corpo, e falsificò una confessione per far ricadere la responsabilità degli ammanchi su di lei. I sospetti dei genitori la spinsero a tentare di strangolare anche la madre nel 2009.

La sentenza, pronunciata alla fine di maggio dal Gip di Como, ha riconosciuto la condanna a venti anni, ma non l’ergastolo come chiedeva il PM perché l’imputata è stata ritenuta incapace di intendere e di volere.
In entrambi i casi (ed in particolare nell’ultimo, considerato che si tratta di una consulenza prodotta dalla difesa..) le risultanze del profilo neuro-psicologico tracciato da un team di psicologi, psichiatri e genetesti hanno accertato la sussistenza di un disturbo di personalità, attraverso degli strumenti fino ad ora sconociuti alle aule di giustizia.

  • Nel primo caso l’indagine psichiatrica ha evidenziato una importante patologia di stampo psicotico, in un soggetto con disturbo di personalità con tratti impulsivi-asociali e con capacità cognitive-intellettive ai limiti inferiori della norma.
  • Nel secondo è stato riconosciuto che la Albertani soffre di un disturbo dissociativo di personalità e si era costruita un proprio mondo immaginario: ne discende un grave deficit di intelligenza sociale e dell’abilità di scegliere in situazioni critiche la soluzione più adeguata.

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