Cervello e tribunale

Si chiama Implicit Association Test (IAT) ed è un sistema (non assimilabile al poligrafo ovvero alla cara, buona, vecchia macchina della verità per noi-supporter delle fiction più all’avanguardia, ma piuttosto ad una cd. macchina della memoria) per stabilire l’autenticità dei ricordi.
Con il suo 92% di attendibilità (che tuttavia lascia un -consistente e non trascurabile- 8% di sospetto negli addetti ai lavori) entra per la prima volta in Italia in un processo penale, nello specifico in un’aula di giustizia di Cremona, contribuendo a determinare la condanna di un commercialista 52enne nei confronti di una sua giovane stagista che riferiva di aver subito delle molestie sessuali.
Le neuroscienze si erano già affacciate, in due rari casi (Trieste 2009 e Como 2011), nella giustizia penale italiana, ma va sottolineato che in entrambi i processi citati i test furono applicati agli imputati ed al fine di motivare la concessione di attenuanti per eventuali vizi di mente.

L’accusa in questo caso si fonda, come spesso accade in questa tipologia di reato, nelle dichiarazioni della vittima. È doveroso ricordare che, secondo la Suprema Corte,

La deposizione della persona offesa può essere assunta, anche da sola, come prova, purché venga sottoposta ad indagine positiva circa la sua attendibilità. Il procedimento di verifica della credibilità della persona offesa deve essere oggetto di ancor più attenta analisi nei casi in cui ad essa si contrapponga un assetto dimostrativo che se (ma solo formalmente) può apparire neutro, renda perplessa la stessa valutazione degli elementi probatori perché essi nel contesto descrittivo palesato dalla persona offesa dal reato si impongono come momenti che, pur dovendo confermare le dette dichiarazioni, divengono produttivi di fatti preclusivi di una simile scelta dimostrativa. Si allude, più in particolare alla descrizione di episodi di violenza, quali quelli narrati dalla persona offesa che dovevano necessariamente risultare sia alle persone conviventi (la nonna e la zia) sia a quelle che avevano occasione di frequentarla quotidianamente (la maestra e le compagne di scuole).
(così Cassazione penale, sez. VI, sentenza n. 709/2008)

La 17enne di Cremona, nello studio del commercialista per un tirocinio, era al computer quando l’uomo l’aveva palpeggiata tentando anche di infilarle la mano nei pantaloni.
Accusa e difesa si scontrano sulla dinamica della scena (la stagista al computer ed il commercialista alle sue spalle), sulla tempistica e sulla attendibilità della ragazza.
Il giudice per dipanare la matassa, chiama in causa (manco a dirlo.. ;-)) il prof. Giuseppe Sartori, docente di neuropsicologia clinica all’Università di Padova. Egli ha il compito di stabilire se la ragazza presenti un danno psichico e se questo sia effettivamente imputabile ai fatti in contestazione.

Perizia, diremo dunque, anomala. Normalmente quello che si chiede al perito è di quantificare il danno psichico: ciononostante, secondo gli esperti, esso può anche essere simulato, in particolare quando in gioco ci sono interessi economici.
Ricordiamo, difatti, che nel caso in esame (e come spesso accade) la vittima del reato è anche costituita in giudizio quale parte civile. Ciò sta a significare che essa partecipa al giudizio chiedendo al magistrato, oltre alla condanna, un risarcimento del danno subito a causa della condotta contestata all’imputato.
Per condurre questa valutazione il prof. Sartori si è avvalso, come dicevamo all’inizio, dello IAT per trovare conferme al racconto della ragazza, che consenziente ed “ornata” di sensori in testa collegati con un computer (che restituisce l’immagine diagnostica da risonanza magnetica del cervello) deve classificare nel modo più veloce ed accurato possibile una serie di frasi nelle categorie vero-falso e versione della difesa-versione dell’accusa.
Analizzando i tempi di reazione necessari a fornire le risposte, si può ottenere una valutazione che presuppone la logica della compatibilità dei ricordi: minori sono i tempi di reazione, maggiore è l’attendibilità.
Nel caso di Cremona l’esame IAT non è servito come prova, ma quale conferma di un quadro probatorio complessivo. Il giudice ha ritenuto valido il test, considerandolo un contributo di attendibilità alle dichiarazioni ripetutamente espresse dalla vittima, e ha condannato il colpevole ad un anno di carcere, oltre 25mila euro di risarcimento alla parte civile e l’interdizione perpetua da qualunque incarico in scuole di ogni ordine e grado, e da ogni ufficio o servizio in strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.

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