Archivio della categoria: Gestione dei conflitti

Il cliente non ha sempre ragione (almeno quello dell’avvocato)

Scorrazzando nel blog dell’amico Tiziano Solignani, scopro che talvolta le cose vanno come dovrebbero andare. E questa è già di per sé una gran notizia!

Il caso:

  • un cliente che vuol avere per forza ragione;
  • un avvocato che si inventa di sana pianta una causa
  • un giudice che condanna per lite temeraria

Parliamo di etica. Continua a leggere

Diritto, avvocati e creatività.. qualcosa non va…

Già da qualche anno, dopo aver partecipato a corsi e letto alcuni libri sul problem solving (tra cui il mitico, ma un po’ impegnativo, “Change” di Watzlawick, Weakland e Fisch, e quelli godibilissimi di G. Nardone) ed aver osservato il comportamento dei colleghi alle prese con la risoluzione di controversie o questioni giuridiche, avevo iniziato a maturare l’idea che il diritto con il suo approccio dogmatico, le sue categorie, classificazioni, tassonomie e concettualizzazioni rischiasse di reprime o deprimere la creatività e la ricerca di soluzioni alternative. La semplice attività di ricerca di precedenti giurisprudenziali, spegne in qualche modo la capacità di analisi autonoma e indipendente, impigrendo un po’ il cervello che, a questo punto, cerca e si aspetta solo che qualche giudice abbia già il risolto il problema in un altro – simile – caso. Continua a leggere

Il dirittto e.. le scimmie.

Il diritto e i giuristi danno per scontate tante “cose” o, semplicemente, le ignorano nel senso più nobile del termine.

Si tratta di “cose” che non sono scritte nei testi di legge, quindi, fin qui nulla di male o di strano, giacché i dettati normativi si interessano di precetti, divieti, sanzioni…

Ma non sono “cose” scritte nemmeno nei libri che i futuri giuristi usano nelle Facoltà (ops.. Scuole come si chiamano ora..) di Giurisprduenza e questo dovrebbe far riflettere, perchè il diritto, da solo, non basta. Non basta conoscere  a menadito istituti o dottrine giuridiche per saper trattare con un cliente, un giudice, un collaboratore, per fare una sentenza corretta; per sapere come funziona la memoria del testimone o il libero arbitrio; non basta per saper comunicare efficacemente; non basta per evitare errori cognitivi o per riconsocere euristiche fallaci; non basta, soprattutto, per comprendere quel fenomeno che il diritto dovrebbe in qualche modo gestire: il conflitto.

Quello di cui vado parlando sono le cd. competenze trasversali che servono in egual misura all’avvocato, al medico, all’ingegnere o al pilota di aerei. File:Wreckage of Air Florida Flight 90 being removed from Potomac River (1982-01-19).jpg

Servono a tutte quelle figure che hanno una grossa competenza tecnica che però da sola non basta per svolgere al meglio la propria professione: non possedere queste competenze può determinare autentici disastri, come nel drammatico caso del volo Air Florida 90 in cui morirono 78 persone, anche a causa di problemi di comunicazione e gestione del conflitto nella cabina di pilotaggio.

E se l’avvocato non uccide nessuno, nondimeno può commettere errori e più frequentemente di quel che si creda, come mostra uno studio durato oltre 40 anni in cui si sono stati documentate aspettative irrealistiche in capo a molti legali.

Una delle  prime “cose” che un giurista dovrebbe sapere attiente – solo per fare un esempio – a come funziona il comportamento degli esseri umani e per far ciò è utile tenere presente alcuni dati:

  • l’uomo condivide con le scimmie oltre il 98% del DNA (vedi Science versione italiana o Molecularlab in cui si riporta la notizia reperita su Nature,)Lo Scimmione intelligente
  • l’uomo ha somiglianze anche con le ostriche come ha scritto sul Corriere della Sera Edoardo Boncinelli, noto genetista, autore col filofoso e matematico Giulio Gioriello di un libro dal titolo assai evocativo: Lo scimmione intelligente
  • l’uomo è una scimmia senza peli o per dirla col famoso zoologo Desmond Morris è una scimmiaLa scimmia nuda. Studio zoologico sull'animale uomo  nuda.
  • l’uomo è un animale; un animale sociale che ad un certo punto della sua evoluzione ha acquisito la capacità di fonare e di sviluppare un linguaggio verbale. Tuttavia è una  conquista assai recente in termini evolutivi avvenuta cioè negli ultimi 200/300.000 anni di una storia iniziata oltre 4 milioni di anni fa.

Tutto questo ha implicazioni enormi sul modo di comunicare, relazionarsi e gestire il conflitto poichè implica meccanismi emotivi ed automatici che sfuggono al controllo razionale e consapevole, come le neuroscienze stanno mostrando.

 

Ricondurre qualcosa di sconosciuto a qualcosa di conosciuto solleva, tranquillizza, appaga e dà anche un senso di potenza. Con l’ignoto si ha anche il pericolo, l’inquietudine, la preoccupazione; il primo istinto è quello di abolire queste spiacevoli situazioni.

Primo principio: una spiegazione qualsiasi è meglio che nessuna spiegazione.

Poiché fondamentalmente si tratta di una volontà di liberarsi da idee opprimenti, non si guarda molto per il sottile quanto ai mezzi per liberarsene: la prima idea con cui ci si spiega l‘ignoto come conosciuto fa tanto bene che la  si “crede vera”  […]

L’istinto delle cause è dunque determinato e risvegliato dal sentimento della paura.

(Nietzsche)

Dallo scontro all’incontro: legami affettivi e conflitti

Sabato prossimo 13 aprile a Senigallia avrà luogo un incontro dal titolo “Legami affettivi e conflitti. Dallo scontro all’incontro” in cui si confronteranno avvocati, professori, psicologici,  psicoterapeuti, assistenti sociali e la Senatrice Silvana Amati.

I formatori dell’Università di Camerino daranno il loro contributo alla costruzione di un linguaggio e di una sensibilità comuni per affrontare tutte quelle situaizoni conflittuali  in cui le norme giuridiche, da sole, rischiano non solo di non essere in grado di risolvere i problemi faniliari, ma di rilevarsi addirittura controproducenti.

Un ruolo particolare (che se ne abbia o meno volontà e consapevolezza) spetta agli avvocati che sono il primo presidio deputato – di fatto – all’accoglienza del conflitto. Un accoglienza che meriterebbe una formazione particolare ed ulteriore rispetto ai saperi ed alle competenze giuridiche che non sono certo fatte per  operare sul piano della relazionalità interpersonale.

Multidisciplinarietà ed interdisciplinarietà uniti per gestire nel modo migliore quel conflitto interpersonale che è profondamente umano e che con umanità va trattato.

Mediazione ed Università: una relazione..nascente

Merito e complimenti a tutti gli organizzatori della Prima Competizione di Mediazione Italiana tenutasi nella giornata di ieri presso l’Università Statale di Milano.

Le squadre delle università partecipanti si sono affrontate in gironi “eliminatori” nella mattinata che hanno consentito di selezionare due finaliste che si sono confrontate alle ore 16:00.

Grande merito anche ai ragazzi, per l’impegno, le capacità e la passione che hanno mostrato nelle diverse sfide. Al di là del risultato finale, tutti sono vincitori perchè hanno fatto una grandissima esperienza, sfoggiando doti non comuni e portando a casa sicuri insegnamenti di vita professioane vissuta. Senza dimenticare gli allenatori e tutti i prof. che hanno formato i ragazzi, a ranghi serrati, accompagnandoli in quella che – anche per loro – era probabilmente un’avventura.

I mediatori erano mediatori veri, competenti e preparati. I giudici erano ugualmente mediatori. Molti erano avvocati. Merito anche a loro, perché hanno fornito un utilissimo feed-back ai ragazzi. Questa è una verifica che serve: sapere dove si sbaglia e come migliorare è fondamentale. Come è essenziale poter vedere come si comportano i concorrenti. E’ bello poter riconoscere che i finalisti avevano una marcia in più.

Da co-giudice della finale devo anche aggiungere che decretare il vincitore non è stato facile: un avvincente testa a testa tra la Bocconi e l’Università di Bologna. Tutti puntuali sulle questioni di diritto che pure non sono state mai state le “vere” protagoniste del negoziato: certo chiarire le diverse posizioni giuridiche è essenziale, un po’ come schierare i propri carri armati. La questione centrale tuttavia è relativa alla decisione di far fuoco con il rischio di auto-annientamento.

Entrambe le squadre hanno denotato una cura particolare della relazione usando toni fermi, ma misurati, da veri professionisti. E’ stato fantastico notare le espressioni facciali dei partecipanti che comunicavano quella sorpresa positiva che è il sale delle mediazione. Toccare con mano il potere dell’ammissione  – sul piano umano e non giuridico –  delle proprie responsabilità negli occhi di chi si sente fare delle scuse. Vedere quasi il suo pensiero: “Mmhh questo non me l’aspettavo.. non credevo che l’avrebbe detto così (chiaramente)…“.

Poter assistere ad un raro esempio di mossa collaborativa: “ecco,… vede noi potremmo mettere a sua disposizione il prodotto difettoso ed anche le parti da sostituire, ma temo che non riusciremo a finire il lavoro in tempo, quindi credo che per rispettare le scadenze, sarebbe il caso che la sostituzione fosse effettuata da un terzo. E siccome questo saerebbe per voi un costo, siamo ovviamente disponibili a rinunciare a  parte del nostro corrispettivo…“. Un’offerta che non si può rifiutare, fatta al momento giusto, nel modo giusto (grandi doti di attori…).. e che magicamente induce una mossa altrettanto collaborativa: “beh, si in effetti, potremmo far fare dei preventivi e magari, con il vostro aiuto, selezionare le imprese più idonee per effettuare la sostituzione..”

Trasformare la relazione da conflittuale a costruttiva è possibile: i ragazzi non venivano premiati per l’esito, ma per la performance. Io credo che abbiano fatto quello che ritenevano “giusto” per raggiungere gli interessi delle parti. Con soddisfazzione di tutti, anche dei legali che sono stati davvero abili ad affilare le armi del duello per poi riporle al momento opportuno.

Una grande lezione di mediation advocacy, rivolta proprio ai professionisti di domani. Non teorizzata, ma provata. Credo e spero che tutti i partecipanti, studiando parallelalmente il processo e la mediazione riescano a comprendere meglio come e quando ricorrere al tribunale.

In maniera equilibrata, senza ideologie e senza le pressioni, le prassi  della quotidianità forense che finiscono, talvolta, per squalificare un procedimento di mediazione il cui funzionamento è in (buona) parte sconosciuto.

Ho sempre pensato che l’ostacolo principale all’utilizzo pieno e consapevole della mediazione in Italia, sia una questione culturale e dunque ben venga quest’iniziativa che coinvolge una delle fucine della cultura: il mondo universitario. Certo non abbiamo – ..ancora …- la possibilità di istituire cattedre di “Teoria della negoziazione” o “Teoria del conflitto”  nelle Facoltà (Scuole) di Giurisprudenza.. ma  forse è solo una questione di tempo 😉

Come ha precisato in apertura di manifestazione il Preside della Facoltà di Giurisprudenza, “la tecnica giuridica, da sola, non è sufficiente per comprendere e risolvere i conflitti

Mi piace pensare, come ha chiosato in conclusione all’evento l’Avv. De Berti, che siamo stati tutti protagonisti e testimoni di qualcosa di importante.

Io c’ero.