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	<title>Dirittomoderno &#187; Gestione dei conflitti</title>
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		<title>Condominio, mediazione e.. scimmie senza peli (?)</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Da appassionato del conflitto ho spesso dubitato che l&#8217;uomo sia nato per vivere nei condomini e forse ho trovato una conferma ai miei dubbi&#8230;</p> <p>Considerata la prossima entrata in vigore della mediazione obbligatoria per le liti di condominio, quindi, vorrei aggiungere un tassello &#8211; .. forse un po&#8217; particolare… &#8211; alle diverse cause di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft  wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Da appassionato del conflitto ho spesso dubitato che l&#8217;uomo sia nato per vivere nei condomini e forse ho trovato una conferma ai miei dubbi&#8230;</p>
<p>Considerata la prossima entrata in vigore della mediazione obbligatoria per le liti di condominio, quindi, vorrei aggiungere un tassello &#8211; .. forse un po&#8217; particolare… &#8211; alle diverse cause di lite: oltre ai problemi di percezione e comunicazione ed alle oggettive difficoltà del negoziato faccia a faccia, la controversia in ambito condominiale pare implicare una riflessione di natura antropologica.</p>
<p>Oggi sembra naturale vivere nei condomini, ubicati in grossi palazzoni o larghi quartieri, abitare città in cui imbattersi continuamente con perfetti sconosciuti, sviluppare cioè relazioni tutto sommato… anti-umane.</p>
<p>Con questo brutto termine voglio proprio indicare la scarsa naturalezza del fenomeno: l&#8217;essere umano come animale non pare biologicamente pronto a relazionarsi con simili che non conosce e quando è costretto a farlo si creano effetti indesiderati e poco utili alla convivenza.</p>
<p>Non è mia intenzione fare del riduzionismo teorico, né trattare gli esseri umani come quelli animali, confondendo l&#8217;etologia dei secondi con quella dei primi, ma solo riflettere sul fatto che gli agglomerati urbani pieni di estranei non sono l&#8217;ambiente in cui si è sviluppata la nostra specie umana per la maggior parte della sua esistenza.</p>
<p>Muovo da alcuni presupposti, oramai abbastanza condivisi:</p>
<ul>
<li>che gli esseri umani sono meno razionali di quel che creda</li>
<li>che l&#8217;uomo non ha piena consapevolezza dei suoi processi mentali</li>
<li>che i nostri comportamenti quotidiani e le nostre (apparentemente) irrilevanti decisioni circa i diversi avvenimenti che ci coinvolgono ogni giorno sono il frutto di una non sempre ben riuscito compromesso tra ragione ed emozione.</li>
</ul>
<p>Sotto il primo punto di vista, gli economisti (Matteo Motterlini, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fkOry_DoSrM" target="_blank">vedi il video</a>)stanno da tempo rimeditando il modello di <em>homo oeconomicus</em>, tutto raziocinio&#8230; ,mentre le neuroscienze indicano come alcuni nostri comportamenti siano ben poco deliberati (Libet, Damasio): in sintesi non siamo una macchina poi troppo buona per prendere decisioni (Legrenzi, Salvatori).</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2012/01/sicmmia_nuda.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2809" title="sicmmia_nuda" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2012/01/sicmmia_nuda-187x300.jpg" alt="" width="101" height="162" /></a>A ciò possiamo aggiungere una considerazione che è molto meno banale di quel che sembra: l&#8217;uomo è..sostanzialmente una “scimmia nuda”. Le virgolette sono dovute, poiché non si tratta di una mia definizione, ma del titolo di un interessante libro di uno zoologo (Desmond Morris) che oltre 40 anni fa ricordava come l&#8217;uomo, in quanto parente stretto della scimmia, sia coinvolto sia nelle lotte tipiche dei primati che in quelle nuove tipiche dell&#8217;epoca moderna.</p>
<p>Con i nostri cugini pelosi condividiamo (anche se non ne siamo troppo consapevoli) alcuni interessi per i quali siamo disposti a lottare:</p>
<ol>
<li>la difesa territoriale del gruppo</li>
<li>la difesa territoriale dell&#8217;unità familiare</li>
<li>il mantenimento della posizione gerarchica individuale e personale.</li>
</ol>
<p>Quella che qui più interessa è la seconda ed in particolare la difesa del “rifugio”. L&#8217;autore è molto chiaro:</p>
<blockquote><p> “<em>Uno degli aspetti più importanti del territorio familiare consiste nel fatto che questo deve essere facilmente distinguibile dagli altri. Naturalmente, la sua localizzazione separata gli conferisce una caratteristica unica che però non è sufficiente. La sua forma e il suo aspetto generico devono farlo risaltare come una entità facilmente identificabile, così che possa diventare una proprietà &#8220;personalizzata&#8221; della famiglia che vi abita. Ciò sembra abbastanza ovvio, ma spesso questo aspetto è stato trascurato o ignorato, sia come conseguenza di necessità economiche, sia per mancanza di consapevolezza biologica da parte degli architetti. In tutto il mondo, nei paesi e nelle città, sono state costruite file interminabili di case identiche e uniformemente ripetute. La situazione è anche più grave nel caso dei blocchi di appartamenti. Il danno psicologico arrecato al territorialismo delle famiglie costrette a vivere in queste condizioni da architetti, progettisti e costruttori, è incalcolabile.</em> ”</p></blockquote>
<p>Prosegue lo zoologo notando come certamente le famiglie possano procedere ad alcuni interventi al fine di personalizzare il loro rifugio, ma questo non sempre è possibile o sufficiente: pensiamo solo alle limitazioni poste dal decoro architettonico o dalla parzialità degli interventi in ragione della struttura o della tipologia di abitazione. Si tratta in pratica di una sorta di coabitazione forzata indotta dalle esigenze del mercato, dei costruttori, della pianificazione urbanistica: tutti aspetti ai quali non siamo – credo &#8211; essere preparati. In termini evolutivi (4-5 milioni di anni) la comparsa del concetto di proprietà è cosa di qualche millennio fa e il condominio è invenzione ancora più recente.</p>
<p>La legge al riguardo non può modificare né i nostri geni né quella sorta di memoria biologica che ci tramandiamo da milioni di anni ed in forza della quale le relazioni sociali si sono sviluppate in scenari profondamente diversi: la storia dell&#8217;uomo si è dipanata attraverso la conoscenza diretta dei consimili in una dimensione tutto sommato limitata: il gruppo famigliare e la tribù.</p>
<p>Non so se qualche manciata di anni sia sufficiente a cambiare questo dato.</p>
<p>Considerando quante sono le liti giudiziari e non che hanno ad oggetto rapporti di condominio e vicinato, mi vien da pensare che questo cambiamento non si sia ancora perfezionato&#8230;</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2012/01/dunbar.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2810" title="dunbar" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2012/01/dunbar.jpg" alt="" width="107" height="176" /></a>Concludo notando che in tempi più recenti l&#8217;antropologo e psicologo sociale Robin Dunbar ha teorizzato che in considerazione dell&#8217;estensione della corteccia celebrare (in cui avvengono le elaborazioni che  investono i rapporti sociali) ci sarebbero delle limitazioni fisiche al numero di contatti (relazioni, rapporti, conoscenze) che una singola persona può effettivamente gestire: 150 (circa). La considerazione è particolarmente rilevante  in relazione ai social network (v. <a href="http://punto-informatico.it/2795173/PI/News/facebook-150-amici-posson-bastare.aspx" target="_blank">articolo</a> su punto informatico, ad esempio), poiché tutte le &#8220;amicizie&#8221; che superano tale cifra non rappresentano relazioni stabili; ai nostri fini, invece, il dato conferma che le relazioni più funzionali avvengono tra un gruppo ristretto di persone che dovrebbero&#8230;conoscersi abbastanza bene.</p>
<p>Dunque i sintomi principale della malattia sembrano proprio l&#8217;indifferenza, la chiusura in noi stessi ed il pensare di poter ignorare gli altri.</p>
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		<title>Quando la giurisprudenza &#8216;posta&#8217;.. è buon segno</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/quando-la-giurisprudenza-posta-e-buon-segno/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 16:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p> <p>Leggere nelle <a href="http://static.ilsole24ore.com/DocStore/Professionisti/AltraDocumentazione/body/12800001-12900000/12887519.pdf" target="_blank">motivazioni</a> di un sentenza di Cassazione il termine &#8220;postare&#8221; è insolito e&#8230; benaugurante. L&#8217;estensore scegliendo tale neologismo dimostra una sensibilità al mondo dei bit ..non proprio comune nei giuristi.</p> <p>Non sono infatti mancati giudici di merito che non hanno dimostrato di cogliere le evidenti differenze tra il mondo fisico della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="90" height="106" /></p>
<p>Leggere nelle <a href="http://static.ilsole24ore.com/DocStore/Professionisti/AltraDocumentazione/body/12800001-12900000/12887519.pdf" target="_blank">motivazioni</a> di un sentenza di Cassazione il termine &#8220;postare&#8221; è insolito e&#8230; benaugurante. L&#8217;estensore scegliendo tale neologismo dimostra una sensibilità al mondo dei bit ..non proprio comune nei giuristi.</p>
<p>Non sono infatti mancati giudici di merito che non hanno dimostrato di cogliere le evidenti differenze tra il mondo fisico della carta e quello immateriale della rete, dimenticando, nel contempo, alcuni principi giuridici tipici.</p>
<p>La ricostruzione da me <a href="http://dirittodigitale.com/gutemberg-le-valvole-internet-e-la-legge-che-non-ce/">operata</a> quasi un paio di anni fa è stata confermata dai giudici della Suprema Corte che hanno seguito proprio i medesimi (nulla di trascendentale&#8230; anzi tutt&#8217;altro&#8230;) argomenti:</p>
<ol>
<li>carta e bit non sono la stessa cosa; un blog non è un giornale;</li>
<li>la legge non contiene alcuna disposizione per i blog;</li>
<li>in ambito penale non si può operare una interpretazione  analogica: ergo l&#8217;art. 57 codice penale non si può applicare.</li>
</ol>
<div>Il caso concreto aiutava, poiché non si trattava di un articolo di un giornalista, ma di un commento (riferibile a chi?); pertanto, l&#8217;impossibilità di procedere ad un controllo preventivo avrebbe, semmai, dovuto far propendere per un controllo successivo (non previsto, però, da alcuna legge&#8230;).</div>
<div>Ovviamente molto ha pesato il terzo punto ed il fatto che si fosse in sede penale: in ambito civile, il divieto di analogia non c&#8217;è e quindi, in sede di risarcimento danni, la musica potrebbe cambiare. Certo resterebbe la differenza ontologica e funzionale tra carta e bit, ma chissà se basterà.. specie senza un giudice che sappia &#8220;postare&#8221;&#8230; <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' /> </div>
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		<title>Divorziare on-line&#8230;..in Inghilterra</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/divorziare-on-line-in-inghilterra/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 10:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gionata S.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/02/Gionata.jpg"></a>Internet oggi è utilizzato per molteplici attività: con un click si può acquistare un prodotto dall&#8217;altra parte del mondo, inoltrare istanze alla P.A., chattare con chiunque ed ovunque; on line nascono amori, ma, talvolta, la rete è causa della fine di una relazione sentimentale.</p> <p>A breve, in Inghilterra, internet potrebbe assolvere una ulteriore funzione: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/02/Gionata.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2070" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/02/Gionata-150x150.jpg" alt="" width="81" height="81" /></a>Internet oggi è utilizzato per molteplici attività: con un click si può acquistare un prodotto dall&#8217;altra parte del mondo, inoltrare istanze alla P.A., chattare con chiunque ed ovunque; on line nascono amori, ma, talvolta, la rete è causa della fine di una relazione sentimentale.</p>
<p>A breve, in Inghilterra, internet potrebbe assolvere una ulteriore funzione: permettere di divorziare!</p>
<p>Si, proprio così: si potrebbe divorziare grazie ad un click, senza l&#8217;intervento di un legale e tanto meno di un giudice.</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Nell&#8217;epoca delle relazioni lampo, l&#8217;annose procedure di scioglimento degli effetti civili del matrimonio rappresenta un anacronistico strumento</em>.&#8221;</p></blockquote>
<p>E&#8217; questa, forse, la riflessione che ha indotto il conservatore David Cameron ad incaricare la commissione del ministero della Giustizia di predisporre un &#8220;trattamento snellente&#8221; alla normativa disciplinante la procedura di divorzio. Il disegno di legge, frutto di siffatta revisione, è la creazione del &#8220;<em>divorce information hub</em>&#8220;, un network di informazioni sul divorzio, a cui i cittadini possono accedere gratuitamente attraverso il web, per essere edotti delle occorrenze per l&#8217;espletamento della procedura informatizzata.</p>
<p>Il sito offrirebbe, alle coppie che hanno deciso di divorziare, una serie di informazioni che spaziano dagli aspetti burocratici da seguire, ai consigli utili a determinare l&#8217;ammontare da corrispondere a titolo di alimenti. Tutto questo, allo scopo ultimo di consentire alle parti di vedere soddisfatti i propri interessi in tempi rapidi e con esigui esborsi di denaro,  deflazionando, altresì, le corti di giustizia dalle dispute autonomamente risolvibili dai litiganti.</p>
<p>La procedura sopra descritta, se rappresenta una rivoluzione  dal punto di vista normativo, non è tuttavia un novità assoluta&#8230;. Infatti, sin dal 1999 era disponibile in rete un kit contenente tutte le informazioni e la documentazione occorrente per l&#8217;ottenimento della sentenza di divorzio del Tribunale competente.</p>
<p>Così, mentre in Italia ancora oggi si deve, dapprima, ottenere una sentenza di separazione e, trascorsi tre anni dalla stessa, ricorrere al giudice per la pronuncia giudiziale di cessazione degli effetti civili del matrimonio, tutto ciò assistiti da un legale e sopportando costi, più o meno, elevati, già da tempo in Gran Bretagna  i coniugi possono giungere allo stesso risultato autonomamente, con il solo acquisto di un software, chiamato “<a href="http://www.netlawman.co.uk/info/undefended-divorce-timetable.php" target="_blank">Undefended divorce package</a>”, o “Rapidoc” (dalla fusione dei termini “rapid document”, “documento rapido”), introdotto nel mercato dall&#8217;avvocato londinese Richard Cohen.</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Il Lord cancelliere ha affermato che per velocizzare la giustizia bisognava portare su Internet gran parte del lavoro legale &#8220;standard&#8221;</em> &#8211; ha spiegato Cohen al quotidiano inglese The Independent -<em>. Io mi sono limitato a dare il mio contributo</em>&#8220;.</p></blockquote>
<p>In dieci settimane, le coppie inglesi che hanno usato il &#8220;Rapidoc&#8221; sono state 1.800 ed in un solo anno il 6% dei divorzi risultava effettuato utilizzando tale procedura.</p>
<p>Per coloro che necessitassero dell&#8217;assistenza di un legale, nessun problema: oltre al programma &#8220;Rapidoc&#8221;è possibile chiedere l&#8217;assistenza telefonica ad un avvocato, che risponderà per una tariffa di poche sterline al minuto.</p>
<p>Considerato che in Inghilterra già dalla fine del secolo scorso è possibile diventare ex coniugi in sole 10 settimane, con evidenti vantaggi anche sulla macchina della giustizia (derivanti dalla non trattazione delle cause in parola) l&#8217;esperienza dell&#8217;<em>Undefended divorce package</em> e del disegno di legge anglosassone potrebbero divenire uno spunto di riflessione anche nel mediterraneo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Conflitto e accordo. Tutto e il contrario di tutto&#8230;</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/conflitto-e-accordo-tutto-e-il-contrario-di-tutto/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 08:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[negoziazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Appena ho sentito la notizia della liberazione del soldato Shalit ieri sera al telegiornale , mi sono immediatamente immaginato alcuni possibili titoli di giornali: &#8220;1 israeliano vale 1.000 palestinesi&#8230;&#8220;.</p> <p>Ed in effetti&#8230;</p> <p>Non conoscevo il sito loccidentale.it, ma grazie a Google, ho potuto rintracciare un titolo che suona proprio come l&#8217;avevo immaginato: &#8220;<a href="http://www.loccidentale.it/articolo/mille+palestinesi+per+un+soldato+israeliano%3A+uno+scambio+poco+morale" [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Appena ho sentito la notizia della liberazione del soldato Shalit ieri sera al telegiornale , mi sono immediatamente immaginato alcuni possibili titoli di giornali: &#8220;<em>1 israeliano vale 1.000 palestinesi&#8230;</em>&#8220;.</p>
<p>Ed in effetti&#8230;</p>
<p>Non conoscevo il sito loccidentale.it, ma grazie a Google, ho potuto rintracciare un titolo che suona proprio come l&#8217;avevo immaginato: &#8220;<a href="http://www.loccidentale.it/articolo/mille+palestinesi+per+un+soldato+israeliano%3A+uno+scambio+poco+morale" target="_blank">Mille palestinesi per un soldato israeliano: uno scambio poco morale</a>&#8220;.</p>
<p>Non è minimamente mia intenzione schierarmi o criticare l&#8217;opinione di nessuno: la mia è solo una riflessione sul metodo.</p>
<p>Per avere una panoramica sui pro ed i contro basta anche leggere la notizia su diversi giornali: l&#8217;articolo sulla <a href="http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/424404/" target="_blank">Stampa</a> è diverso da quello che compare sul sito de <a href="http://www.ilgiornale.it/esteri/salvato_soldato_shalit_dopo_5_anni_torna_libero/12-10-2011/articolo-id=551189-page=0-comments=1" target="_blank">Il Giornale</a>. Anche la posizione del pezzo nella home page è diversa (potere della meta-comunicazione&#8230;).</p>
<p>L&#8217;esercizio che propongo è semplice (che non vuol dire facile&#8230;) <strong> e non mira minimamente a proporre una soluzione</strong>, ma solo ad evidenziare come ogni evento può essere visto inteso in un modo o nel modo esattamente opposto. A meno che ognuno delle due parti non inizi ad osservare l&#8217;evento (l&#8217;accordo così come qualsiasi altro fatto accaduto) da un diverso punto di vista, nulla potrà mai cambiare. E la storia ci sta dimostrando che, come spesso accade, costruire è più difficile che distruggere: è semplice fare la guerra, giustificando il proprio punto di vista ed ignorando quello dell&#8217;avversario. L&#8217;avversario  fa altrettanto ed il conflitto irrisolvibile è servito.</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/10/shalit.001.jpg"><img class="size-full wp-image-2666 alignnone" title="shalit.001" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/10/shalit.001.jpg" alt="" width="480" height="640" /></a></p>
<p>Notare che le prime 3 questioni (fondo arancione chiaro) sono assai in alto neolla cd.<em> scala dell&#8217;inferenza</em> e sono le fondamenta del conflitto: da sole, queste definizioni non apportano alcun valore informativo. Anzi sono il <strong>risultato</strong> (e dunque l&#8217;effetto, non la causa) di culture, valori, principi, vissuti ed esperienze diverse che non possono che essere profondamente antitetici.</p>
<p>Dunque per fare dei passi avanti è bene confrontarsi scendendo dal livello <em><strong>macro</strong></em>, a quello <em><strong>micro</strong></em>: analizzando il singolo fatto, la singola implicazione. Si scoprono, così cose interessanti: spesso a questo livello di confondono i piani:</p>
<ul>
<li>benefici di breve periodo con quelli medio o lungo periodo</li>
<li>problema di merito (singolo accordo) o conflitto relazionale</li>
<li>problema oggettivo o soggettivo</li>
<li>volontà di superare il conflitto ed incapacità di abdicare al sentimento di &#8220;vendetta&#8221;</li>
<li>rapporto di causa-effetto di ogni accadimento</li>
</ul>
<p>La soluzione ideale non può esistere, se prima, non ci si confronta su questi ( molti altri aspetti).</p>
<p>A questo punto forse c&#8217;è stata troppa sofferenza, troppo dolore e troppa distruzione per poter superare il passato. Ma se non si cambia prospettiva si resta inesorabilmente schiavi del proprio passato. Pregiudicando non solo il proprio futuro, ma anche quello della successive generazioni.</p>
<p>Dunque,  quello israeliano-palestinese è un esempio troppo complesso, ma è senz&#8217;altro una dimostrazione negativa di cosa occorre fare <strong>per non risolvere</strong> un conflitto.</p>
<p>Teniamolo a mente quando ci troveremo nel nostro prossimo conflitto.</p>
<p><a href="http://www.brunomondadori.com/scheda_opera.php?ID=1967"><img class="alignleft size-full wp-image-2669" title="shelling cover" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/10/shelling-cover.jpg" alt="" width="97" height="141" /></a>E non pensiamo che il paragone sia esagerato: il piccolo conflitto ed il grande conflitto rispondono, si muovono ed evolvono con le stesse logiche e dinamiche di base come è stato ben messo in evidenza da  Thomas Schelling (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Schelling" target="_blank">Nobel</a> per l&#8217;economia nel 2005 insieme a Robert Aumann).</p>
<p>Tutto inizia con un piccolo passettino che non lascia nemmeno intravedere la soluzione. Ma se nessuno compie quel passettino, possiamo star certi che non ci sarà mai nessuna soluzione.</p>
<p>Una questione di <a href="http://dirittodigitale.com/costruire-una-cultura-del-conflitto/">cultura del conflitto</a>: per chi vuol saperne di più segnalo ancora il bellissimo <a href="http://www.ted.com/talks/lang/ita/william_ury.html" target="_blank">video</a> di William Ury (antropologo, uno dei più grandi esperti internazionali di studio del conflitto, con esperienze ultraventennali e co-fondatore del PON – <a href="http://www.pon.harvard.edu/" target="_blank">Program On Negotiation </a>- presso l’Università di Harvard).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Diritto, scienza e fantascienza</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 09:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[. a.i.]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>La mia curiosità per come nasce e funziona al conflitto mi porta a fare strane &#8220;scoperte&#8221;. Dopo aver capito che alcune delle nostre scelte sono <a href="http://dirittodigitale.com/scelte-e-decisioni-razionalita-o-emotivita/">dettate da emozioni</a> &#8211; anche se noi le riteniamo perfettamente razionali&#8230;- mi sono chiesto la rilevanza del &#8220;vecchi&#8221; concetti di &#8220;coscienza&#8221; e &#8220;volontà&#8221; presenti nei codici (sia civile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="size-full wp-image-684 alignleft" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>La mia curiosità per come nasce e funziona al conflitto mi porta a fare strane &#8220;scoperte&#8221;. Dopo aver capito che alcune delle nostre scelte sono <a href="http://dirittodigitale.com/scelte-e-decisioni-razionalita-o-emotivita/">dettate da emozioni</a> &#8211; anche se noi le riteniamo perfettamente razionali&#8230;- mi sono chiesto la rilevanza del &#8220;vecchi&#8221; concetti di &#8220;coscienza&#8221; e &#8220;volontà&#8221; presenti nei codici (sia civile che penale), all&#8217;interno del conflitto.</p>
<p>Insomma, dubito fortemente che qualcuno possa litigare dolosamente: è assai più facile &#8211; e molti studi lo dimostrano  - che ognuno si senta  (paradossalmente) attaccato dall&#8217;altro ed auto-giustifichi il proprio comportamento come una difesa piuttosto che come un attacco: sembra un controsenso, ma in realtà è proprio così.. la <em>colpa</em> dell&#8217;inizio del conflitto è sempre di qualcun altro&#8230;</p>
<p>Dunque ogni parte, dal suo punto di vista ovviamente, non si sentirebbe <em><strong>causa</strong></em> del conflitto, ma solo <em><strong>effetto</strong></em> e di conseguenza non responsabile, almeno soggettivamente, di quel che succede nel conflitto, perché la sua&#8230;.sarebbe solo  una riposta all&#8217;attacco.</p>
<p>Ma il diritto è oggettivo.</p>
<p>Come la mettiamo, allora? La legge non può considerare i sentimenti, le credenze o le convinzioni di ciascuno. La legge è uguale per tutti&#8230;</p>
<p>Il fatto è che siamo tutti diversi e difficilmente potremmo omologare i nostri comportamenti quotidiani posto che esista ..una norma che ce lo comanda (le leggi non ci dicono &#8220;come&#8221; litigare, anche se sanzionano alcuni comportamenti di chi litiga: insulti, minacce, offese, violenza&#8230;).</p>
<p>Dunque siamo o non siamo liberi nel nostro litigare?</p>
<p>La risposta non la conosco, ma sono seriamente determinato a cercarne qualcuna e.. a forza di cercare, ho appunto &#8220;scoperto&#8221; che non solo gli animali hanno una certa capacità di apprendimento e facoltà di prendere decisioni in qualche misura autonome, ma anche i robot! Ma nessuno dei due ha una <em>coscienza</em>..</p>
<p>In pratica hanno applicato i principi dell&#8217;evoluzione ad una macchina e questa, in qualche modo, ha appreso come cooperare con altre macchine identiche, creando addirittura un proprio linguaggio.</p>
<p><!--[Fast Tube]--><span id="IOTYb05PGjw" style="display:block;"><a title="Click here to watch this video!" href="http://dirittodigitale.com/diritto-scienza-e-fantascienza/#IOTYb05PGjw"><img src="http://i.ytimg.com/vi/IOTYb05PGjw/0.jpg" alt="Fast Tube" border="0" width="320" height="240" /></a><br /><small>Fast Tube by <a title="Casper's Blog" href="http://blog.caspie.net/">Casper</a></small></span><!--[/Fast Tube]--></p>
<p>Un pezzo di  storia dell&#8217;evoluzione su un pezzo di silicio!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se gli scienziati sono riusciti a fare questo (che apre scenari sconfortanti o entusiasmanti) è perché hanno profondamente studiato l&#8217;evoluzione, cercando di capire come si sono formate le strategie per la sopravvivenza: sono gli stimoli, l&#8217;ambiente, l&#8217;interazione a determinarle anche tramite modifiche nel DNA. Non sereve la <em><strong>coscienza</strong></em> e nemmeno la <em><strong>volontà</strong></em>.</p>
<p>In effetti i robot non fanno altro che replicare  alcuni meccanismi che utilizziamo anche noi &#8211; come specie &#8211; ma in maniera del tutto inconsapevole:</p>
<ul>
<li>il robot va alla ricerca di energia,  condividendo la scoperta della fonte con i sui simili al fine di garantirsi anche una &#8220;progenie&#8221; (replicando l&#8217;omologo del nostro DNA)</li>
<li>l&#8217;uomo va alla ricerca di cibo, lo condivide con i suoi simili al fine di garantirsi anche una progenie (tutto codificato nel DNA)</li>
</ul>
<p>Terribile? Eccessivamente semplificato ? Ok, è solo uno spunto di riflessione.</p>
<p>Morale della favola: ad un certo punto della sua evoluzione l&#8217;uomo ha acquisito la coscienza e consapevolezza di sé. Questo però è accaduto in tempi &#8211; evoluzionisticamente parlando &#8211; <em><strong>recenti</strong></em>: quando gran parte delle strategie-base era già scritta nei geni&#8230;</p>
<p>Ma.. il codice..presuppone la coscienza e volontà! Insomma che fine fa il libero arbitrio.?</p>
<p>Accidenti sento puzza di determinismo, nessuno sarebbe responsabile; tutta colpa dei geni!!</p>
<p>Niente affatto, il problema di non poco spessore nell&#8217;ambito della responsabilità giuridica lo vorrei, anzi, accantonare a favore di qualcosa che ci eviti posizioni &#8220;assolute&#8221; visto che siamo tutti esseri &#8220;relativi&#8221;&#8230;</p>
<p>Quando due litigano, appigliarsi a norme giuridiche che non si preoccupano di cosa passa o è passato (ambiente, esperienze, credenze) per la loro testa non può essere di una grande utilità&#8230;per risolvere davvero il problema.</p>
<p>Quindi  gli effetti indiretti di certi dogmi giuridici  (la libertà &#8220;pura&#8221; prima di tutto) che meriterebbero ben altre riflessioni, possono semplicemente essere &#8211; almeno in parte &#8211; evitati semplicemente cercando di comprendere il comportamento dell&#8217;altro recuperando un&#8217;altra strategia dell&#8217;evoluzione che l&#8217;uomo moderno sembra dimenticare: l&#8217;empatia, intesa come declinazione della cooperazione e della reciprocità.</p>
<p>Quei meccanismi, in fin dei conti, che ci hanno assicurato di esser ancora qui dopo qualche milione di anni.</p>
<p>Ignorare tali meccanismi potrebbe non assicurarci un futuro altrettanto lugno: come nota Andreoli, l&#8217;uomo è &#8211; tra tutti gli animali &#8211; il mammifero che uccide di più in assoluto i suoi simili&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mediazione ideale: con la sanzione la strada è più corta?</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/mediazione-ideale-con-la-sanzione-la-strada-e-piu-corta/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 06:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Il titolo si rifersice al <a href="http://dirittodigitale.com/mediazione-d-m-1452011-la-strada-e-ancora-lunga/">mio pezzo di qualche giorno fa</a> e&#8230; non sono sicuro della risposta</p> <p>Questi i fatti.</p> <p>La legge 14 settembre 2011, n. 148, &#8220;Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="size-full wp-image-684 alignleft" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Il titolo si rifersice al <a href="http://dirittodigitale.com/mediazione-d-m-1452011-la-strada-e-ancora-lunga/">mio pezzo di qualche giorno fa</a> e&#8230; non sono sicuro della risposta</p>
<p>Questi i fatti.</p>
<p>La legge 14 settembre 2011, n. 148, &#8220;<em>Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari</em>&#8221; (GU 216 del 16/09/2011, in vigore dal  17/09/2011), ha modificato l&#8217;art. 8, c. 5, del d.lgs. 28/2010.</p>
<p>Il nuovo testo ora prevede:</p>
<blockquote><p><em>5. Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice puo&#8217; desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell&#8217;articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile. Il giudice <strong>condanna</strong> la parte costituita che, nei casi previsti dall&#8217;articolo 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al <strong>versamento</strong> all&#8217;entrata del bilancio dello Stato <strong>di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.</strong></em></p></blockquote>
<p>Reazioni?</p>
<p>Per coloro che già non amavano la mediazione, si griderà all&#8217;ulteriore scandalo: &#8220;<em>L&#8217;ennesima picconata all&#8217;accesso alla giustizia&#8230;.Un inutile balzello&#8230; Non viene nemmeno rispettata la volontà della parte che ritiene inutile sedersi al tavolo della mediazione&#8230;</em>&#8221;</p>
<p>Per chi, al contrario la vede come un sistema civile ed umano di risolvere i problemi delle persone, si potrà dire: &#8220;<em>Beh così almeno avremo la possibilità di far incontrare realmente le parti. ..Era ora, specie dopo le molte mediazioni che non si sono potute tenere per la mancata adesione. Il 116 c.p.c. era una misura inefficiente..</em>&#8221;</p>
<p>Credo che &#8211; almeno oggi &#8211;  la soluzione ideale non esista . Ogni farmaco ha le sue belle controindicazioni; i mezzi di trasporto sono utili, ma inquinano; l&#8217;operazione chirurgia può avere successo, ma ci sono anche le complicanze. Insomma <a href="http://dirittodigitale.com/modelli-e-miti-moderni-linfallibilita/">come ho già considerato altrove </a>siamo uomini,  imperfetti e fallibili per definizione.</p>
<p>Perché la produzione della legge dovrebbe fare eccezione? Specie in questo momento di transizione in cui il <em>tifo</em> è piuttosto acceso e le parti hanno a disposizione informazioni molto, ma molto diverse (dubito che coloro che sono contro abbiamo mai studiato un minimo la comunicazione, la negoziazione ed il conflitto&#8230;) non può essere diversamente.</p>
<p>Sono di parte, sono fra coloro che credono nella mediazione. Vero, ma provo ad essere neutrale: a me interessa solo che il problema delle persone che litigano sia risolto e se la loro cura è la mediazione, &#8230; se nemmeno si mettono a sedere, questa cura non la potranno mai fare.</p>
<p>Poi, se non troveranno l&#8217;accordo, avranno perso tempo. Mi spiace, effetti collaterali; ci avranno provato, nell&#8217;interesse di tutti (tutti tutti, tutto il paese).</p>
<p>Facciamo il contrario si potrebbe dire? Purtroppo no, non è la stessa cosa. Fare prima il processo e poi cercare un accorso è una delle scelte peggiori, non solo perché il processo distrugge la relazione ed è costoso, ma perché nel frattempo il conflitto può degenerare e gravemente<a href="http://dirittodigitale.com/costruire-una-cultura-del-conflitto/"> come ho sintetizzato qui</a>. Fino a giungere a veri e propri episodi di violenza. Ma se uno non studia un po&#8217; il conflitto, queste cose non le sa..Ed in buona fede, ahimè si possono commettere tragici errori&#8230;</p>
<p>Siccome siamo uomini, esseri intelligenti, dovremmo aspirare al meglio; bene, allora quando si sarà creata una coscienza ed una cultura minima del conflitto, la norma sulla sanzione, la potremmo togliere, ma per ora.. è una medicina cattiva, che temo dovremmo prendere. Speriamo solo che faccia bene..</p>
<p><strong>P.S.</strong> Non siamo l&#8217;unico stato ad avere una sanzione per la mancata partecipazione. In <a href="http://pierluigigilli.blogspot.com/2011/02/la-mediazione-civile-rivoluzione.html" target="_blank">Argentina l&#8217;hanno introdotta da anni</a>; oggi con la mediazione in quel paese risolvono gran parte delle liti. Sono 15 che hanno leggi sulla mediazione, pero.. <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Ed in Inghilterra <a href="http://dirittodigitale.com/italia-e-inghilterra-due-modi-diversi-di-intendere-lobbligatorieta-della-mediazione/">obbligano ad una sessione informativa</a>.</p>
<p>Insomma abbiamo un po&#8217; di compagnia..</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il cervello trino di MacLean: uomini o animali?</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/il-cervello-trino-di-maclean-uomini-o-animali/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 08:43:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[mente]]></category>
		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160;</p> <p><a href="http://www.anobii.com/books/Evoluzione_del_cervello_e_comportamento_umano/9788806056841/012bae1768ef412de9/"></a>Dopo la <a href="http://dirittodigitale.com/bibliografia-per-mediatori/" target="_blank">bibliografia per mediatori</a>, ho pensato potesse essere utile anche una recensione dei libri che ho letto e che consiglio non solo agli aspiranti mediatori, ma anche a tutti quei giuristi che non si sentono a loro agio con  conoscenze solo giuridiche e che ritengono che oltre al diritto, oggi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.anobii.com/books/Evoluzione_del_cervello_e_comportamento_umano/9788806056841/012bae1768ef412de9/"><img class="alignleft size-full wp-image-2587" title="imagemaclean" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/09/imagemaclean.jpg" alt="" width="97" height="168" /></a>Dopo la <a href="http://dirittodigitale.com/bibliografia-per-mediatori/" target="_blank">bibliografia per mediatori</a>, ho pensato potesse essere utile anche una recensione dei libri che ho letto e che consiglio non solo agli aspiranti mediatori, ma anche a tutti quei giuristi che non si sentono a loro agio con  conoscenze solo giuridiche e che ritengono che oltre al diritto, oggi, siano utili anche altre conoscenze, posto che comunque i diritti sono spesso riferiti a persone fatte  di carne, ossa sangue, cervello e mente.</p>
<p>Inauguro questa nuova categoria del blog con una delle diverse letture che hanno accompagnato l&#8217;umido luglio di quest&#8217;anno.</p>
<p>Si tratta di un libro niente affatto nuovo essendo del 1967 (io ho letto la ristampa curata da Vittorino Andreoli per la collana &#8220;Biblioteca della mente&#8221; edita dal Corriere della Sera), ma di una portata innovativa sconvolgente per un avvocato, oltretutto piuttosto &#8220;strano&#8221; come me ed avvezzo a letture non giuridiche e talvolta scientifiche.</p>
<p>Da diversi anni leggo tutto quello che posso per rispondermi a 2 domande;</p>
<ol>
<li>perché le persone litigano</li>
<li>come aiutarle a risolvere il loro conflitto</li>
</ol>
<p>Questo libro tuttavia non parla di conflitto, ma visto che le persone che litigano hanno un cervello, forse cercare di capire cosa c&#8217;è dentro potrebbe essere utile.</p>
<p>E.. caspita se lo è!</p>
<p>Così si capisce quanto abbiamo in comune con gli animali: a dire il vero questa non sarebbe una scoperta se la somiglianza si fermasse alle scimmie, ma scoprire che abbiamo un cervello <em><strong>rettiliano</strong></em>.. beh questo proprio non me l&#8217;aspettavo!</p>
<p>Quella che segue è solo una sintesi estrema (<em>ergo</em> pericolosa) e non vorrei davvero ridurre tutto il lucido, complesso e documentato pensiero di MacLean ad una sola immagine, ma questa è una recensione per il web&#8230; e non posso farla tanto lunga..</p>
<p>Prendo in <a href="http://www.giorgiocarnevale.eu/emozioni.htm" target="_blank">prestito</a> questa grafica che più di molte parole ci aiuta a comprendere come dentro la nostra testa ci sono 3 cervelli:</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-2588" title="cervello trino" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/09/cervello-trino.jpg" alt="" width="177" height="190" /></p>
<div>
<ol>
<li>quello più antico, appunto <em><strong>rettiliano</strong></em> (detto anche tronco-encefalico, in nero, che si spinge giù fino al midollo spinale)</li>
<li>quello &#8220;successivo&#8221; (in termini di evoluzione) <em><strong>paleomammifero</strong></em> (che interessa il sistema limbico)</li>
<li>quello più recente e giovane <em><strong>neomammifero</strong></em> (che interessa la corteccia complessa)</li>
</ol>
<div>Cosa abbiamo in comune con i rettili che, ancora oggi posseggono solo questo tipo di cervello? Mangiamo e ci riproduciamo, ci proteggiamo e andiamo &#8220;a caccia&#8221;.</div>
<p>Con i primati condividiamo molto i più: ci sono specie che hanno una vita sociale (le scimmie regolano questa dimensione ad esempio attraverso il <em>grooming</em>, ossi la spulciarsi reciproco), una gerarchia (v. i lupi) e &#8220;provano&#8221; un qualcosa che non voglio meglio specificare (v. la fedeltà dei cani o le affettuosità del gatto).</p>
<p>E poi ci siamo noi: gli esseri umani. Esseri con un cervello molto più grosso (in termini di peso e volume) e gli unici dotati di linguaggio verbale, autoconsapevolezza e coscienza.</p>
<p>Che però non hanno perso gli altri due cervelli&#8230;</p>
<p>Per fortuna!</p>
<p>Altrimenti scomodare la neo-corteccia per governare una molteplicità di  attività quotidiane comporterebbe tempi assai più lunghi: i cervelli più antichi, infatti, usano una strada (struttura neurale) diversa da quella che si usa nel cervello più recente e che è molto più veloce, anche se spesso è inconsapevole.</p>
<div>Questa stessa strada &#8211; altra interessante scoperta &#8211; è quella usata per veicolare le emozioni.</div>
<div>Ma questo è argomento di una prossima recensione.</div>
<p>Non si tratta di teorie psciologiche, (anche se vengono illustrate ricadute patologiche)  ma, se posso usare l&#8217;espressione, di &#8220;<em>neurscienze ante-litteram</em>&#8220;. Studi su animali (stimolazione elettrica di determinate aree cerebrali ed analisi delle risposte elettriche del cervello, uso di determinate sostanze chimiche) e studi anatomici.</p>
<p>Non si usa un linguaggio ostico o ipertecnico ed a me è parsa una lettura godibilissima; ci sono anche molte immagini e raffigurazioni che aiutano assai la comprensione.</p>
<div>Sono circa 100 pagine, strutturate in 4 capitoli:</div>
<div>
<ol>
<li>Eredità limbica ed eredità rettiliana nell&#8217;uomo</li>
<li>Il cervello limbico dell&#8217;uomo e le psicosi</li>
<li>Nuove tendenze nell&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo</li>
<li>fattori sensoriali e percettivi nelle funzioni emotive del cervello trino</li>
</ol>
</div>
<div>Esseri razionali?.. Non sempre o.. qualche volta, dipende dai casi..</div>
<div>Buona lettura.. <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Diritto e neuroscienze: un connubio.. destabilizzante</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/diritto-e-neuroscienze-un-connubio-destabilizzante/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 08:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[mente]]></category>
		<category><![CDATA[neuroscienze]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p> <p>Senza cadere in facili e pericolose semplificazioni, e, quindi, solo per l&#8217;efficace sintesi che contiene, vorrei usare le parole di Vittorino Andreoli (La violenza. Dentro di noi, attorno a noi) per introdurre l&#8217;argomento: &#8220;Nel Novecento nasce la psicologia del profondo e il comportamento criminale appare il risultato di conflitti tra le varie istanza psichiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></p>
<p>Senza cadere in facili e pericolose semplificazioni, e, quindi, solo per l&#8217;efficace sintesi che contiene, vorrei usare le parole di Vittorino Andreoli (<em>La violenza. Dentro di noi, attorno a noi</em>) per introdurre l&#8217;argomento: &#8220;<em>Nel Novecento nasce la psicologia del profondo e il comportamento criminale appare il risultato di conflitti tra le varie istanza psichiche. Il termine &lt;&lt;volontà&gt;&gt; sparisce dal vocabolario delle scienze comportamentali (anche se rimane nella giurisprudenza</em>&#8220;.</p>
<p>Nessun richiamo a Lombroso e nessuna deriva deterministica: il problema è attuale e complesso e non ho voglia né competenze per prendere posizione, ma sono avvocato (e mediatore) e credo che tutto quello che attiene al funzionamento di un soggetto titolare di posizioni giuridiche (attive e passive) mi debba interessare.</p>
<p>La domanda di fondo è :<em> viene prima il diritto o ci sono meccanismi &#8220;naturali&#8221; assai più efficaci che in qualche modo &#8220;interferiscono&#8221; con l&#8217;applicazione del diritto?</em></p>
<p>Dubito, infatti, che una norma giuridica o un provvedimento giudiziario possano orientare comportamenti soprattutto quando l&#8217;azione è stata il frutto di &#8220;ragionamenti&#8221; non sempre consapevoli. Le ricadute sono molteplici:</p>
<ol>
<li>da un lato, infatti, riprendendo le parole di Andreoli, si potrebbe ridiscutere il concetto di <em><strong>libero arbitrio</strong></em> e con esso quello di  &#8221;coscienza e volontà&#8221; che riposa nel codice penale da circa 80 anni e che sembra non essersi accorto delle scoperte scientifiche (le neuro<em><strong>scienze</strong></em>, come dice il nome, non sono teorie psicologiche) medio-tempore maturate;</li>
<li>di conseguenza sia la responsabilità che la pena dovrebbero essere riviste</li>
<li>usando altri strumenti &#8211; non giuridici &#8211; si potrebbe agire diversamente sul versante dei conflitti generati da comportamenti genericamente ed impropriamente attribuiti (sono parole di Paul Watzlawick) a &#8220;follia o cattiveria&#8221;.</li>
</ol>
<p>Il mio interesse è concentrato sull&#8217;ultimo punto anche se le prime discussioni sono sorte sui primi due: basti pensare alle innovative sentenze di Trieste (nel 2009) ed alla recentissima sentenza di Como &#8211; <a href="http://dirittodigitale.com/cervello-malato-riduzione-di-pena/">di cui avevamo già dato notizia </a>-  in merito alla quale segnalo un interessante <a href="http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/">comment0</a>.</p>
<p>Messi da parte i timori &#8211; connessi ai punti 1 e 2 &#8211; di poter/dover lasciare a spasso gli psicopatici-criminali perché non (del tutto) imputabili, vorrei concentrarmi sulla rilevanza delle recenti scoperte in tema di <em>decision-making</em> che potrebebro essere tranquillamente applicate al tema del conflitto, posto che di continuo e più volte al giorno tutti noi prendiamo decisoni circa il modo di relazionarci con gli altri: dire una cosa piuttosto che un&#8217;altra, usare un tono invece di un altro, dimostrarci empatici, collaborativi o, invece, competitivi od oppositivi con il prossimo.</p>
<p>Gli studi sono al riguardo molto recenti e le conclusioni, quindi, sono tutt&#8217;altro che definitive: più che un punto d&#8217;arrivo, un punto di inizio.</p>
<p>Partiamo dall&#8217;assunto che con <em><strong>cervello</strong></em> intendiamo la componente <em><strong>biologica</strong></em> della nostra testa, neuroni, dendriti,assoni, sinapsi, scambi elettrici e chimici e con <em><strong>mente</strong></em>, invece, facciamo riferimento alla componente <em><strong>psicologica: </strong></em>pensiero, ragionamento, sentimenti.</p>
<p>A questo punto, dove mettiamo le emozioni? Nel cervello o nella mente?</p>
<p>E quanto peso hanno le emozioni nelle nostre scelte quotidiane?</p>
<p>Se pensiamo di essere individui razionali che non si lasciano guidare o sopraffare dalle emozioni, siamo purtroppo in errore. Ed anche abbastanza grave. Non occorre scomodare Freud e la psicanalisi e possiamo lasciar stare anche tutta la psicologia per considerare alcune evidenze scientifiche che emergono usando strumenti sofisticati: risonanza magnetica funzionale (fMRI) o tecniche di <em>imaging</em> cerebrale  o la stimolazione magnetica transcranica (rTMS)</p>
<ol>
<li>il cervello è plastico: la sua struttura neuronale cambia di continuo (Ian H. Robertson);</li>
<li>il cervello è solo in parte determinato dai geni: dunque c&#8217;è dell&#8217;altro che contribuisce alla sua formazione (A. Damasio);</li>
<li>nel cervello si sono notati circuiti o reti neuronali direttamente connessi alla formazione delle emozioni: i relativi processi avvengono senza consapevolezza  (A. Damasio) e si originano nella parte più antica del cervello (P. MacLean)</li>
<li>le emozioni hanno un ruolo determinate nei processi decisionali (A Damasio) e contribuiscono alle elaborazioni razionali (R. de Sousa, P.N. Johnson-Laird e K. Oatley);</li>
<li>la memoria è essenzialmente ricostruttiva: il cervello non registra gli eventi (suoni, rumori, odori, accadimenti, facce paesaggi o oggetti) come dei <em>files</em> in un computer, anche perché cosìsi avrebbe un &#8220;effetto biblioteca&#8221; col rischio di non avere spazio sufficiente per immagazzinare nuove esperienze, ma usa delle rappresentazioni (cd. schemi neurali disposizionali, cortecce visive inferiori, R.B.H. Tootel) che quindi vengono completate nel momento in cui si rievoca o si ricorda. Con tutto ciò che ne consegue a partire dal punto 1: se il mio cervello è cambiato rispetto a quando ho vissuto quell&#8217;esperienza, anche il ricordo rielaborato &#8211; inconsapevolmente &#8211; ne risulterà mutato (A. Damasio,  G. Mazzoni).</li>
</ol>
<p>Non sto parlando di patologie, ma di pura fisiologia: noi tutti che ci riteniamo &#8220;normali&#8221; siamo in qualche misura &#8220;pilotati&#8221; dalle emozioni (C. Darwin) e questa è una strategia evolutiva adattiva di grande successo: studi  hanno provato che lo scambio di segnali elettrici alla base del funzionamento delle emozioni è assai più veloce di quello alla base dei ragionamenti razionali (J. LeDoux) e questo è essenziale per gestire le situazioni di pericolo e soddisfare le esigenze primarie. Ma crea un mucchio di problemi quando non si tratta di assicurarci al sopravvivenza o la prosecuzione della specie.</p>
<p>Insomma siamo animali non del tutto adattati alla civiltà moderna che si districano &#8211; senza nemmeno saperlo &#8211; non sempre bene tra ragione ed emozione. Le nostre necessità sono diverse da quelle dei primati, dell&#8217;<em>homo sapiens</em>, ma anche dell&#8217;uomo del medioevo o dell&#8217;ottocento: non abbiamo problemi di sussistenza eppure abbiamo una testa progettata essenzialmente per questa.</p>
<p>Come notano gli esperti, <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/ha_inventato_macchina_che_smaschera_mentitori/11-09-2011/articolo-id=545059-page=0-comments=1" target="_blank">conosciamo circa il 5% del funzionamento del cervello</a>, eppure tutti pretendiamo di appioppare agli altri intenzioni o rappresentazioni che sono essenzialmente.. nostre!</p>
<p>Entriamo in conflitto con gli altri non solo senza sapere cosa passa nella testa dell&#8217;<em><strong>altro,</strong></em> ma nemmeno nella <em><strong>nostra</strong></em>!</p>
<p>Non sto dicendo che siamo automi, ma solo che sappiamo ben poco su noi stessi e sugli altri: ci vorrebbe forse molta più umiltà e comprensione del prossimo.</p>
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		<title>Costruire una cultura del conflitto</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 07:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Leggo sul <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/9-settembre-2011/eredita-che-uccide-due-fratelli-1901494383604.shtml" target="_blank">Corriere</a> &#8220;L&#8217;eredità che uccide due fratelli&#8220;. &#8220;Il minore ha ucciso il maggiore con un martello, poi si è tagliato la gola. Alla base della lite, eredità e gestione dei campi&#8220;, questa la sintesi del giornalista.</p> <p>&#8220;Ecco - penso &#8211;  l&#8217;ennesimo esempio di conflitto irrisolto finito in tragedia&#8220;.</p> <p>Nel prosieguo dell&#8217;articolo è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Leggo sul <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/9-settembre-2011/eredita-che-uccide-due-fratelli-1901494383604.shtml" target="_blank">Corriere</a> &#8220;<em>L&#8217;eredità che uccide due fratelli</em>&#8220;. &#8220;<em>Il minore ha ucciso il maggiore con un martello, poi si è tagliato la gola. Alla base della lite, eredità e gestione dei campi</em>&#8220;, questa la sintesi del giornalista.</p>
<p>&#8220;<em>Ecco - </em>penso &#8211;  <em>l&#8217;ennesimo esempio di conflitto irrisolto finito in tragedia</em>&#8220;.</p>
<p>Nel prosieguo dell&#8217;articolo è scritto che &#8220;<em>.. la lite che ha portato alla tragedia non sarebbe stata per motivi di denaro, bensì per futili motivi&#8230;.  I due litigavano infatti spesso anche per motivi legati alla gestione dei campi e delle proprietà di famiglia: dal tipo di semina da fare all&#8217;uso degli attrezzi&#8221;</em></p>
<p><em><strong>Futili motivi</strong></em>?? Sobbalzo mentalmente: qualcuno uccide il fratello e poi si ammazza (tagliandosi la gola..) e noi (la società &#8220;normale&#8221;  costituita di giornalisti medi, avvocati medi, uomini medi&#8230;) pretendiamo pure di sapere cosa e accaduto e cosa ha prodotto un risultato del genere: addirittura aggiungendoci  l&#8217;aggravante dei &#8220;futili motivi&#8221;.</p>
<p>Ovviamente non so se l&#8217;uso del termine &#8220;futili motivi&#8221; implichi il senso tecnico-giuridico di cui all&#8217;art. 61 del codice penale, ma, di certo sembra rendere ancora maggiore la responsabilità dell&#8217;assassino: mi chiedo dunque se l&#8217;omicidio sarebbe meno grave se, invece che per sementi, fosse stato commesso per denaro.</p>
<p>Chi stabilisce cosa è futile? Io credo che nella mente di quell&#8217;uomo che ucciso se stesso e suo fratello, fossero tutt&#8217;altro che futili.</p>
<p>Mi chiedo soprattutto: ma siamo sicuri che il problema siano le proprietà o il denaro? Chiunque sa come funziona un conflitto sa anche che il motivo &#8220;di merito&#8221;, il disaccordo o contrasto, può non essere il vero o solo problema di due che litigano. Credo che questo sia ancor più probabile in una lite tra fratelli dove non possono non rilevare i rispettivi vissuti, le esperienze e le emozioni correlate. In una relazione &#8211; non scelta, ma &#8220;imposta&#8221; dall&#8217;amore dei genitori o dal caso.. &#8211; cioè che non funzionava.</p>
<p>E cosa ne sappiamo noi (come pure il giornalista) di cosa passava per la testa dell&#8217;omicida? Quello che è futile motivo per me può essere un gravissimo motivo per un altro. Non sto ovviamente giustificando l&#8217;omicidio, ma &#8211; al contrario &#8211; solo far capire che l&#8217;epilogo drammatico può, purtroppo, essere il risultato di un processo mentale iniziato molto prima. Un conflitto incancrenito in cui la morte dell&#8217;altro e la propria sono in un momento apparsi nella mente del fratello minore come la soluzione del proprio conflitto. E, purtroppo, sotto un profilo essenzialmente pragmatico non si può non concordare: il conflitto è finito. Non c&#8217;è più, perché non esistono più i soggetti in esso coinvolti.</p>
<p>Così è la vita, si potrebbe dire.. Cose che succedono.. Non ci si poteva far nulla?</p>
<p>E&#8217; vero?</p>
<p>Mi piace (a livello di riflessione intellettuale-professionale) e nel contempo mi sconvolge (umanamente) invece pensare che se c&#8217;erano di mezzo soldi e proprietà, forse quel conflitto è stato &#8211; o poteva plausibilmente essere &#8211; intercettato da qualcuno: dai vicini, dai parenti o forse da un avvocato o da un commercialista.</p>
<p>Non voglio colpevolizzare nessuno beninteso: qui il problema è che il conflitto è un qualcosa di personale in cui nessuno se la sente di intervenire: se hanno sentito, i vicini, non sapevano come intervenire (e non hanno fatto nulla) e lo stesso può valere per gli altri.</p>
<p>Manca, insomma nella nostra società moderna, quella che William Ury (antropologo, uno dei più grandi esperti internazionali di studio del conflitto, con esperienze ultraventennali e co-fondatore del PON &#8211; <a href="http://www.pon.harvard.edu/" target="_blank">Program On Negotiation </a>- presso l&#8217;Università di Harvard) <a href="http://www.ted.com/talks/lang/ita/william_ury.html" target="_blank">definisce</a> la &#8220;<em>terza posizione</em>&#8221; quella di uno o più soggetti che sono in grado di accogliere ed elaborare il conflitto.</p>
<p>Noi tutti potremmo essere la &#8220;terza posizione&#8221;. Ed io come avvocato ne sento ancor di più il peso perché so che anch&#8217;io potrei assumere tale posizione, provando ad evitare la pericolosissima <em>escalation</em> del conflitto che può avere anche esiti letali.</p>
<p>Un altro esperto di conflitto (economista austriaco che ha collaborato anche con l&#8217;UNESCO), Friedrich Glasl, infatti, ha elaborato 9 diversi stati del conflitto: gli ultimi 3 implicano l&#8217;uso della violenza e &#8211; non è un caso.. &#8211; l&#8217;<em><strong>autodistruzione</strong></em>.</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/09/scala_glasl.004.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2551" title="scala_glasl.004" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/09/scala_glasl.004.jpg" alt="" width="720" height="540" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siccome è plausibile che questioni di denaro, proprietà e simili &#8211; più o meno futili &#8211;  motivi possano approdare sulla scrivania di un professionista sarebbe auspicabile che costui avesse un minimo di conoscenze in materia di conflitto interpersonale.</p>
<p>Altrimenti continueremo a leggere cronache del genere ed a considerare che non ci si può far nulla. <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Usando come stringa di ricerca &#8220;eredità fratelli uccide&#8221; tornano alla memoria altri simili tragici eventi l&#8217;<a href="http://www.angelilli.it/it/rassegna/apriArticolo.asp?Documento=938" target="_blank">anno scorso</a> e  quello <a href="http://www.lavocedelnordest.it//articoli/2009/03/22/1764/trieste-ucciso-per-leredita" target="_blank">prima</a> ancora, nel <a href="http://degeneration.forumfree.it/?t=26866163" target="_blank">2008</a>, nel <a href="http://www.reportonline.it/200710131942/cronaca/uccide-il-fratello-dopo-una-lite.html" target="_blank">2007</a>&#8230;.</p>
<p>&#8220;<em>L&#8217;eredità che uccide</em>&#8220;: titolo giornalisticamente evocativo, ma artefice del pericolosissimo fenomeno di <em><strong>semplificazione</strong></em> dei problemi complessi. La complessità, l&#8217;ignoto, spaventa e l&#8217;uomo ha bisogno di certezze.. ma a ben riflettere l&#8217;unica certezza è quella di non averne..</p>
<p>Io non so se si avrebbero meno omicidi per cause &#8211; vere o apparenti &#8211; legate all&#8217;eredità e non è questo l&#8217;oggetto della mia riflessione: mi limito a pensare che un conflitto intercettato nella fase nascente ha molte più probabilità di essere risolto. Si tratta, cioè della mancanza di una cultura del conflitto che andrebbe curata sin dalle scuole, perché il conflitto è <em><strong>fisiologico</strong></em> attesa la complessità della mente umana e dei rapporti interpersonali. In alcuni casi può diventare <em><strong>patologico</strong></em>.</p>
<p>Qualcuno lavora in questa direzione: il <a href="http://www.castaspell.it/appuntamenti_dett.php" target="_blank">23 novembre 2011 </a>Paolo Vergnani (psicologo e terapeuta, grande esperto di conflitto) tiene una conferenza dal titolo &#8220;<em>Sopravvivere al conflitto</em>&#8221; nell&#8217;ambito del progetto &#8220;<em>Crescere imparando a gestire il conflitto</em>&#8221; rivolto alle scuole superiori di Milano. Un esempio da seguire.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mediazione, D.M. 145/2011: la strada è ancora lunga&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 07:30:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Questo fine estate porta una serie di correttivi alla disciplina della mediazione, rispondendo, non senza dubbi ed incertezze alle tante critiche rivolte al d. lgs. 28/2010 in generale ed al D.M. 180/2010 in particolare.</p> <p>Ovviamente trattandosi di un decreto, non possono essere toccati i &#8220;pilastri&#8221; posti dalla norma di rango primario e, pertanto, questioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Questo fine estate porta una serie di correttivi alla disciplina della mediazione, rispondendo, non senza dubbi ed incertezze alle tante critiche rivolte al d. lgs. 28/2010 in generale ed al D.M. 180/2010 in particolare.</p>
<p>Ovviamente trattandosi di un decreto, non possono essere toccati i &#8220;pilastri&#8221; posti dalla norma di rango primario e, pertanto, questioni come obbligatorietà e competenza territoriale non sono messi in discussione; modifiche importanti alle indennità, ridotte da 1/3 alla metà ed addirittura a soli 5o euro (al max) quella relativa a procedure &#8220;contumaciali&#8221;. Da un eccesso all&#8217;altro&#8230;</p>
<p>Qualcosa sulle competenze del mediatore (preparazione e tirocinio); un paio di norme &#8220;interpretative&#8221; (derogabilità dei minimi e modalità di pagamento delle indennità) ed una piuttosto oscura sulla determinazione di valore.</p>
<p>Comunque una <a href="http://blog.solignani.it/2011/08/29/guest-post-d-m-1452011-ancora-errori-di-gioventu-ma-non-e-tutto-qui/" target="_blank">prima analisi l&#8217;ho fatta</a> per l&#8217;amico Tiziano Solignani e, quindi, rinvio al mio intervento sul suo <a href="http://blog.solignani.it/" target="_blank">blog</a>.</p>
<p>Di seguito uno schema riassuntivo (cliccare sull&#8217;immagini per ingrandire). <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/guridb/dispatcher?service=1&amp;datagu=2011-08-25&amp;task=dettaglio&amp;numgu=197&amp;redaz=011G0187&amp;tmstp=1314688693824" target="_blank">Qui il link a sito della Gazzetta Ufficiale</a> per il testo completo</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/08/confronto-145.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2530" title="confronto 145" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/08/confronto-145.jpg" alt="" width="682" height="978" /></a></p>
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		<title>Economia dell&#8217;acqua, petrolio, conflitti e mediazione.</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/economia-dellacqua-petrolio-conflitti-e-mediazione/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 18:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Una delle poche cose buone che si possono vedere in televisione sono i documentari. In particolare trovo assai interessanti quelli di History Channel. In uno degli ultimi episodi intitolato &#8220;I 6 profeti dell&#8217;apocalisse&#8221; si ritrovano esperti di diverse estrazioni che si chiedono se il sistema globale capitalista-finanziario (specie americano) moderno sia sostenibile e sopportabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Una delle poche cose buone che si possono vedere in televisione sono i documentari. In particolare trovo assai interessanti quelli di History Channel. In uno degli ultimi episodi intitolato &#8220;<em>I 6 profeti dell&#8217;apocalisse</em>&#8221; si ritrovano esperti di diverse estrazioni che si chiedono se il sistema globale capitalista-finanziario (specie americano) moderno sia sostenibile e sopportabile o se, invece, la recente crisi economica non sia che un antipasto di quel che ci attende&#8230;</p>
<p>In questa sede non voglio certo fare la Cassandra, né la contro-Cassandra, quanto condividere con voi un pensiero, tanto semplice quanto non considerato, espresso da uno di questi 6 &#8220;<em>profeti</em>&#8221; (termine molto televisivo..): l&#8217;uomo per la sua stretta sopravvivenza ha bisogno di acqua, non di petrolio. L&#8217;esperto è <a href="http://www.bire.org/institute/JohnCronin.php" target="_blank">Jhon Cronin</a> che non è proprio l&#8217;ultimo arrivato nel suo campo.</p>
<p>Io però mi occupo di un altro campo e vorrei usare il suo pensiero (almeno per come l&#8217;ho capito): lui si occupa di acqua mentre io vorrei applicare il tutto al conflitto.</p>
<p>Ecco come.</p>
<p>Dunque, oggi senza petrolio non si muoverebbe il trattore con cui il contadino lavora la terra sui cui pascola la mucca o il maiale che ci mangiamo o su cui nasce la frutta e la verdura di cui ci nutriamo; non si muoverebbe l&#8217;autocarro che trasporta tali beni dal negoziante al quale ci rivolgiamo, né l&#8217;auto che lì ci trasporta.</p>
<p>Bene, ma se fossimo nel bel mezzo del deserto, non potremmo certo berci una bella tazza di petrolio&#8230;</p>
<p>Ovvio, quasi stupido? Ok, proviamo a spostarci dai discorsi sull&#8217;economia di sussistenza dalla quale ci siamo mossi ormai da qualche secolo; non sto predicando il ritorno alle origini né voglio essere un novello Cincinnato (anche qualche riflessione sul punto&#8230;). Pensiamo ai nostri bisogni naturali, primordiali, di sussistenza a livello non materiale, ma intellettuale o emotivo. In quest&#8217;ultimo ambito non ci sono state grossi rivoluzioni, tecnologiche, industriali o dell&#8217;informazione&#8230;</p>
<p>Non siamo bestie (anche se talvolta queste ultime potrebbero lamentarsi del paragone..) abbiamo una ragione, il controllo, l&#8217;intelletto, siamo esseri razionali.</p>
<p>Sicuri?</p>
<p>E&#8217; vero che il mondo, la società e le persone &#8211; in fondo in fondo &#8211; sono perfettamente razionali e sono pertanto in grado di risolvere i loro problemi con la ragione?</p>
<p>Come si conciliano questi due mondi: razionale, calcolo ed analisi con sentimenti, emozioni e sensazioni? Ed a quale facciamo riferimento quando entriamo in conflitto con qualcuno?</p>
<p>Non  è che il nostro petrolio relazionale è il processo in tribunale? Nel senso che ci serve una tecnologia &#8211; a filiera lunga.. &#8211; per risolvere i nostri problemi interpersonali (<em>id est</em> conflitti più o meno grandi).</p>
<p>Ma l&#8217;equivalenza all&#8217;acqua mi affascina: qual&#8217;è quella cosa di cui l&#8217;uomo non può fare a meno per sopravvivere con gli altri? Siamo animali sociali, eppure, diventiamo sempre più egoisti o individualisti, non ci preoccupiamo degli altri.. tanto più che essi non si occupano di noi. Perfetto! Il classico schema terribilmente fallimentare di ogni conflitto: chi fa il primo passo? Nessuno , è ovvio e così le cose non possono che peggiorare.</p>
<p>Il petrolio finirà, ma il processo no.. si potrebbe dire: può darsi.</p>
<p>Ma io ho un altra idea. Il processo non è che l&#8217;ultima e più sofisticata trovata dell&#8217;uomo moderno (non quello delle caverne) per risolvere con una forza legale i conflitti, senza ordalie o scontri. E se, invece, non li risolvesse? Anzi li creasse? Dopo tutto in un processo si usano informazioni, dati, nessuna emozione o comprensione umana, solo fredde norme di diritto che dovrebbero albergare nel cervello razionale dell&#8217;uomo medio. D&#8217;altronde il petrolio inquina, è risaputo&#8230;</p>
<p>Le neuroscienze &#8211; non la psicologia, con tutto il rispetto per gli psicologi &#8211; ci insegnano che molti dei nostri comportamenti sono il risultato di processi sub-coscienti o pre-corticali: succede con i neuroni-specchio o nel funzionamento delle emozioni (qualche indicazione <a href="http://dirittodigitale.com/conferenza-internazionale-sulla-mediazione-non-solo-d-lgs-282010/" target="_blank">qui</a>).</p>
<p>Un bel problema.</p>
<p>Gulp! Non è che stiamo usando un petrolio che forse nemmeno funziona bene.. <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_eek.gif' alt=':shock:' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Temo davvero che stiamo perdendo il controllo delle relazioni con i nostri simili delegando spesso la risoluzione dei nostri problemi a qualcun altro: leggi, giudici, sentenze, avvocati. Mettere un sacco di spazio e di meccanismi, mezzi, strumenti, pezzi.. tra noi e la risoluzione dei nostri problemi è davvero una strategia vincente&#8230;?</p>
<p>Stiamo diventando tutti iper-professionali, con competenze tecniche elevatissime, specialisti: pochi detentori di conoscenze complesse che però non sono scienze, ma discipline o tecniche. Cose che possono fallire, ma&#8230; speriamo.. che succeda a qualcun altro.</p>
<p>Dipendiamo continuamente dagli altri: chi produce il petrolio, il medico che ci cura, l&#8217;ingegnere che progetta etc&#8230; Almeno la struttura (o sovrastruttura) giuridico-processuale potremmo usarla quando serve davvero?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Risk analysis e processo: avvocati, probabilità ed errori.</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2011 08:41:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[risk anlisys]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>A mio avviso, cause vinte o perse in partenza non esistono: esistono molte o poche probabilità di vincere o di perdere.</p> <p align="JUSTIFY">Il problema è come effettuare un simile calcolo probabilistico, partendo da un assunto assai sottovalutato, ma matematicamente ineccepibile: le probabilità stimate dall&#8217;uno e dall&#8217;altro dei contendenti – in un mondo ideale – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>A mio avviso, cause vinte o perse in partenza non esistono: esistono molte o poche probabilità di vincere o di perdere.</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema è come effettuare un simile calcolo probabilistico, partendo da un assunto assai sottovalutato, ma matematicamente ineccepibile: le probabilità stimate dall&#8217;uno e dall&#8217;altro dei contendenti – in un mondo ideale – sommate tra di loro dovrebbero portare al 100%.</p>
<p align="JUSTIFY">E qui cominciano i problemi: se infatti si chiedesse all&#8217;avvocato dell&#8217;attore ed a quello del convenuto di stimare le probabilità di vittoria, ognuno effettuerebbe una stima delle sue buone <em>chance</em> superiore al 50%. Il che è matematicamente un bel (e irrisolvibile&#8230;) problema: se uno stima di vincere al 60%, l&#8217;altro dovrebbe considerare di avere solo il 40%; se uno stima il 70%, l&#8217;altro dovrebbe stimare 30% e così via..</p>
<p align="JUSTIFY">Invece l&#8217;esperienza e la pratica hanno portato ad un risultato sorprendente, sintetizzabile nella cd. “regola del 150%”: quel che si ottiene – mediamente – sommando le probabilità di vittoria dell&#8217;attore (75%) e del convenuto (75%, ma anche 80 e 70, 90 e 60 etc..).</p>
<p align="JUSTIFY">Ora, si dirà, &#8220;<em>è normale.. che entrambi pensino di vincere, altrimenti non andrebbero in tribunale</em>&#8220;: bene, ma i conti non tornano e i litiganti dovrebbero realisticamente pensare, riflettere o sospettare che qualcuno si sbagli: in particolare l&#8217;errore facilmente colpirà i legali coinvolti dato che sono loro che effettuano la stima.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma, a chi piacerebbe pensare che il proprio avvocato si sbagli !?</p>
<p align="JUSTIFY">Colui che sente di aver ragione, si sente raggirato, offeso o danneggiato potrebbe mai ammettere che il suo avvocato si sbagli? E lo stesso avvocato del danneggiato, raggirato o offeso, potrebbe ammettere di non riuscire a far ottenere ragione o risarcimento al suo cliente?</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque proviamo per un momento a concentrarci – sbagliando, ovviamente&#8230; &#8211; solo sulla parte razionale del problema, lasciando fuori tutti i problemi personali, di comunicazione, di emotività, di relazione..(che siccome contano e molto, non possono essere affatto lasciati fuori, ma questo è un altro discorso&#8230;).</p>
<ul>
<li>Come valuta il rischio del giudizio un avvocato?</li>
<li>L&#8217;avete mai visto fare dei calcoli a tal proposito?</li>
<li>O fare un elenco di tutte le cose che potrebbero andare storte in un giudizio?</li>
<li>E dopo aver fatto tale elenco, stimare per ogni evento, una probabilità che si verifichi?</li>
<li>E dopo ancora, aver immaginato di conseguenza dei diversi scenari in ragione dei diversi eventi?</li>
<li>Elaborare un albero decisionale?</li>
<li>Procedere all&#8217;identificazione dei pericoli (<em>hazard identification</em>)</li>
<li>O delle sequenze incidentali per la quantificazione o stima del rischio (<em>risk estimation</em>)</li>
<li>Usa tecniche di <strong>FTA </strong>(<em>Fault Tree Analysis</em>) o <strong>ETA </strong>(<em>Event Tree Analysis</em>)?</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">&#8220;<em>Ma lo fanno tutti!</em>&#8220;, si dirà ancora.. ma certo! Non parliamo infatti di avvocati interessati solo alla loro parcella o in conflitto d&#8217;interessi, ci mancherebbe, parliamo di avvocati in buona fede e concentrati solo a tutelare l&#8217;interesse del cliente.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo! Lasciamo quindi fuori tutte quelle ipotesi – invero un po&#8217; spinose da verificare.. &#8211; di avvocati in malafede o in conflitto di interessi..</p>
<p align="JUSTIFY">Quel che mi interessa è ..<em><strong>COME</strong></em> lo fanno!?</p>
<p align="JUSTIFY">In maniera approssimativa e sintetica o effettuando uno studio apposito?</p>
<p align="JUSTIFY">Condividendo l&#8217;analisi ed i criteri con il cliente?</p>
<p align="JUSTIFY">Pensiamo allora a un pilota di aerei: non ha certo voglia di schiantarsi e di uccidere se stesso e tutti i suoi passeggeri, eppure, gli incidenti aerei si verificano.. Stesso discorso per i medici o per tutti coloro che fanno professioni “pericolose”.. In queste professioni, in effetti si cerca di lasciare ben poco al caso; l&#8217;analisi non è approssimativa, ma analitica e scrupolosa. Esistono esperti che studiano e traggono esperienza da ogni incidente per migliorare protocolli e cambiare comportamenti errati.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;<em>Eh, ma l&#8217;avvocato</em> – si potrebbe replicare – <em>non fa una professione pericolosa</em>..&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">A parte il fatto che trattare i dati personali (e un avvocato ne tratta tanti!!) è considerato un&#8217;attività pericolosa ai sensi di legge (v. art. 15 d. lgs. 196/2003: &#8220;<em>Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell&#8217;articolo 2050 del codice civile</em>&#8220;), direi che il problema sta proprio qui: l&#8217;avvocato non è molto avvezzo – e preparato – all&#8217;attività di <em>risk analysis</em> o <em>risk management</em>.</p>
<p align="JUSTIFY">Eppure sbaglia e non di rado: non ho dati statistici, ma non è improprio ipotizzare che diverse cause siano state perse perché non si è immaginato un certo evento o il suo verificarsi è stato sotto- (o sopra) valutato.</p>
<p>Quel di cui sto parlando non è una mia folle idea agostana, frutto di insolazione&#8230;, ma un problema serio che in altri paesi è anche oggetto di studio proprio da parte dell&#8217;avvocatura: e non sto parlando di quella che potrebbe essere definita un “americanata”. <a href="http://www.lawyersweekly.ca/" target="_blank">The Lawyer Weekly</a> è infatti un settimanale Canadese edito dal 1983 che si occupa di migliorare sotto molteplici aspetti la pratica legale (con particolare riferimento alle competenze cd. extra-legali) su cui è recentemente comparso una articolo dal titolo: “<a href="http://www.lawyersweekly.ca/index.php?section=article&amp;articleid=1444" target="_blank">Rise of pricing risk in the legal process</a>” centrato proprio su rischi connessi al processo e sul conseguente impatto economico.</p>
<p>Comunque, americanata o no, negli U.S.A. il problema è stato studiato sin dagli anni &#8217;80 e oggetto di un articolo di Nagel Stuart, dal titolo &#8220;<a href="http://heinonline.org/HOL/LandingPage?collection=journals&amp;handle=hein.journals/oklrv35&amp;div=43&amp;id=&amp;page=" target="_blank">Taking Risks in the Judicial Process</a>&#8221;  pubblicato sull&#8217;  Oklahoma Law Review (1982, 781).</p>
<p>Forse non sarebbe male fare un corso o qualche studio per l&#8217;analisi dei rischi.</p>
<p>Stando a quel che risulta da uno <a href="http://www.blakemcshane.com/Papers/jels_settlement.pdf" target="_blank">studio</a> empirico (ancora U.S.A.) durato circa 40 anni, infatti, l&#8217;avvocato dell&#8217;attore tende a fare errori in oltre il 60% dei casi e quello del convenuto in poco meno del 25%.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-2504 aligncenter" title="risk" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/08/risk.jpg" alt="" width="463" height="174" /></p>
<p>40 pagine piuttosto interessanti&#8230;</p>
<p>Riscontri <strong>pratici</strong> e <strong>concreti</strong> alla mano, comparando &#8211; ad esempio &#8211; le offerte &#8220;formali&#8221; avanzate per evitare il giudizio (ai sensi del codice di procedura civile della California cd. &#8220;998 offer&#8221; ) e quanto poi effettivamente riconosciuto in sentenza.</p>
<p>Qui in Italia non ci sono studi simili – che io sappia – ma i <a href="http://dirittodigitale.com/conferenza-internazionale-sulla-mediazione-non-solo-d-lgs-282010/" target="_blank">neuroni</a> non hanno nazionalità (di questo sono abbastanza sicuro <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  ) e non ho elementi per pensare che il cervello forense nostrano funzioni in modo molto differente..</p>
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		<title>Avvocati (che si credono) buoni negoziatori ?</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/avvocati-che-si-credono-buoni-negoziatori/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 09:42:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Attaccare, difendere e negoziare sono attività molto diverse: la prime due sono facce antitetiche della stessa medaglia e tendono a confermare o demolire una certa richiesta: la responsabilità di qualcuno (l&#8217;accusato) per un illecito commesso nei confronti di qualcun altro (l&#8217;accusatore); la terza invece mira a costruire un consenso alla base di un accordo.</p> [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="81" height="95" /></a>Attaccare</em>, <em>difendere</em> e <em>negoziare</em> sono attività molto diverse: la prime due sono facce antitetiche della stessa medaglia e tendono a confermare o demolire una certa richiesta: la responsabilità di qualcuno (l&#8217;accusato) per un illecito commesso nei confronti di qualcun altro (l&#8217;accusatore); la terza invece mira a costruire un consenso alla base di un accordo.</p>
<p>Sorvoliamo sul problema, pure niente affatto marginale, di quale sia il ruolo principale di un avvocato ed in particolare se esso sia chiamato solo ad attaccare e difendere o anche a negoziare per trovare un classico accordo transattivo (o un accordo conciliativo in sede di mediazione, che &#8211; altro problema &#8211; non sono la stessa cosa…).</p>
<p>Ammettiamo per un momento che l&#8217;avvocato debba anche saper negoziare quando le circostanze del caso lo richiedono e/o il cliente lo preferisce: come procederà la negoziazione? A colpi di retorica ? Nascondendo argomenti scomodi ed esaltando quelli comodi? Nascondendo informazioni? Mostrandosi aggressivi? Provocando? Facendo concessioni? Concedendo poco …o troppo…?</p>
<p>Prima riflessione: cosa intendiamo per negoziazione? Un <em>minus</em> rispetto alla sentenza? Un <em>plus</em>? Qualcosa di equivalente?</p>
<p>Già questo fa molta differenza: se l&#8217;accordo è ritenuto un risultato peggiore della sentenza, è ovvio che non si lotterà molto per ottenerlo ed il rischio che la dinamica  negoziale ricalchi quella processuale è elevato. Una bella arringa a favore delle proprie tesi e un&#8217;affossamento delle ragioni dell&#8217;avversario; un dibattito sterile ed il piede pronto per alzarsi, per non tardare, magari all&#8217;appuntamento successivo, tanto si sapeva che il negoziato sarebbe fallito.</p>
<p>Ma, lasciamo stare quest&#8217;ipotesi di avvocato un po&#8217; troppo &#8220;<em>litigator&#8221;</em> che da il peggio di sé al tavolo negoziale, per considerare il comportamento, invece, di quel legale che considera l&#8217;accordo un valore positivo per il cliente (e per sè…).</p>
<p>Costui non si dimostra troppo aggressivo ed accetta almeno di discutere delle tesi avversarie, anche se poi ritorna ovviamente sulle sue, senza riuscire a fare il &#8220;salto di qualità&#8221;: abbandonare la logica torto/ragione per acquisire quella del &#8220;cosa è più conveniente&#8221;.</p>
<p>Ma, egli è convinto &#8211; in cuor suo ed in perfetta buona fede, anche se questo non basta &#8211; che questo sia il modo migliore per ottenere il risultato e dunque a questo fine aggiunge pure che</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>su questo aspetto il mio cliente è disposto a trattare e, forse, addirittura vi potrebbe pure rinunciare, se potesse ottenere, però X</em>.&#8221;</p></blockquote>
<p>Sembrerebbe un buon sistema per dimostrarsi collaborativi ed invece, è pura <strong>apparenza</strong> che agli occhi dell&#8217;altro suona come una autentica <strong>presa in giro</strong>.</p>
<p>Un esempio reale in una mediazione: l&#8217;avvocato dell&#8217;istante chiede 150.000 euro (non rileva la ragione, ma la composizione della somma) 35.000 per somme non dovute, 100.000 per risarcimento danni. Inizia illustrando il perché i 35.000 non sono dovuti e, fin qui, nessun problema: discussione in punta di fioretto giuridico, tesi contrapposte.. tutto assolutamente normale. Poi passa ad illustrare il danno: la questione è di lana caprina, ma anche questo ci può stare; quello che non va bene è che dopo pochi minuti i 100.000 di danni &#8220;spariscono&#8221; con la frase di cui sopra…</p>
<p>Mettiamoci un momento nei panni della controparte che sente questo discorso, al limite dello schizofrenico; più o meno penserà:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Allora..,  tu avvocato dell&#8217;istante,  mi stai dicendo che vorresti fare un accordo con me: se ti do 35.000 tu rinunci a 100.000. Ma come, mi trascini qui (facendomi pure pagare l&#8217;indennità su 150.000) e scopro che ne vorresti 35.000?</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>Badate che mancano ancora 15.000 all&#8217;appello per arrivare a 150.000, ma il discorso ha preso una piega &#8220;psicologica&#8221; anche se nessuno sembra rendersene conto.</p>
<p>L&#8217;avvocato ha fatto una sorta di &#8220;gioco di prestigio&#8221; che allo spettatore (l&#8217;altra parte) proprio non è piaciuto: nel giro di pochi minuti ha messo sul piatto 100.000  poi li ha subito ritirati. L&#8217;altro pensa &#8211; senza dirlo a parole, ma le espressioni facciali erano abbastanza esplicite…-:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Ma che diavolo di gioco è questo? Con che facilità possono apparire e scomparire 100.000 ? Se è troppo facile, forse la richiesta non è molto seria.. insomma li mette per farmi paura e nel contempo li toglie per dimostrarsi collaborativo? MMmm c&#8217;è qualcosa che non mi quadra..questa non è vera collaborazione.. è para-collaborazione..</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>Il problema si è magicamente spostato dal <em><strong>cosa</strong></em> si negozia al <em><strong>come</strong></em>.. notate ? (ABC della comunicazione, v. qui&#8230;)</p>
<p>E l&#8217;avvocato dell&#8217;istante non solo non se ne è reso conto, ma persevera.. sottolineando:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Vi stiamo regalando 100.000</em>&#8220;..</p></blockquote>
<p>A sentire questo l&#8217;altro sempre più allibito pensa:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Me li stai regalando? E da quando al tavolo del negoziato si fanno regali????.. E po se è così facile regalare 100.000 o per te non sono un gran valore o addirittura non esistono.. e allora tu ti stai prendendo gioco di me: un lupo travestito da agnellino.. Io di certo non mi faccio incastrare da te!!</em>&#8220;</p></blockquote>
<p>Scuro in volto e con i corpo proteso all&#8217;indietro lo spettatore &#8211; assai educato a questo punto &#8211; si limita ad affermare che sarà difficile valutare i 100.000 per cui si concentrerà sulla verifica dei 35.000..</p>
<p>Morali della favola?</p>
<ul>
<li>Chiedere 150.000 per ottenere 35.000 è una buona strategia?</li>
<li>E&#8217; credibile una persona che rinuncia a 115.000 euro per ottenerne 35.000?</li>
<li>Gonfiare e sgonfiare le proprie richieste nel giro di pochi minuti è saggio?</li>
</ul>
<p>Come ricorda Richard Shell (professore di Professor of Legal Studies and Business Ethics and Management alla <a href="http://lgst.wharton.upenn.edu/people/faculty.cfm?id=1150#pp" target="_blank">Wharton University</a>) la negoziazione è un procedimento che si avvia &#8220;<em>quando noi vogliamo qualcosa da qualcun altro o quando qualcun altro vuole qualcosa da noi</em>&#8220;: si può iniziare con un qualcosa che destabilizza o <em>perplime</em> (come <a href="http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4409&amp;ctg_id=44" target="_blank">direbbe</a> Guzzanti&#8230;)  la parte con cui si sta negoziando?</p>
<p>Insomma talvolta si fa il contrario di quello che andrebbe fatto, in chiave pragmatica, ossia al fine ottenere realmente qualcosa..</p>
<p>Il richiamo alla schizofrenia non è fuori luogo: talvolta questa può derivare da un messaggio che contiene un cd. <a href="http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=59" target="_blank">doppio legame</a> (Bateson). Esso di verifica quando si passano messaggi contraddittorio o paradossali come nel caso in cui a parole si dica a qualcuno &#8220;<em>ti amo tanto</em>&#8220;, ma poi con i fatti e gli atteggiamenti si comunica il contrario, magari perché si evita il contatto fisico, si danno poche attenzioni o addirittura si maltratta (a fine di bene, ovviamente) e non pensiamo che siano cose da psicologi: tutti subiamo questi effetti solo che.. non diventiamo pazzi! La cosa, però di certo non ci piace e di conseguenza la persona che ne è l&#8217;artefice.. non ci appare molto gradita. Fareste affari o accordi con chi non vi inspira fiducia, ma dubbio o addirittura irritazione?</p>
<p>Soluzione: evitare di irritare, spiazzare o destabilizzare il soggetto con cui si sta negoziando.</p>
<p>Come? Non bisogna attaccare ed essere aggressivi? Esatto!</p>
<p>Non c&#8217;è un giudice che ci ascolta e nessuno che decide sulla base di quello che diciamo: c&#8217;è però un cliente &#8211; e noi stessi &#8211; che vorremmo fare il meglio per facilitare l&#8217;accordo. <em>Ergo</em> prima di tutto capire come instaurare quel minimo di fiducia indispensabile per poter almeno provare realmente a trovare un accordo.</p>
<p>Come instaurare fiducia, però, è un discorso complesso che non si può affrontare in un post. Posso dirvi che ai corsi di negoziazione e mediazione se ne parla..nelle aule di giurisprudenza.. no <img src='http://dirittodigitale.com/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> </p>
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		</item>
		<item>
		<title>ADR, p.a., danno erariale e transazione (&#8230; mediazione).</title>
		<link>http://dirittodigitale.com/adr-p-a-danno-erariale-e-transazione-mediazione/</link>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 10:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Ricordando Vasco Rossi mi verrebbe da dire &#8220;magari tu volevi fare del bene e hai fatto male&#8230;&#8221; (<a href="http://testi-canzoni.musiczone.it/vasco-rossi/tracks/testo-canzone-la-fine-del-millennio.html" target="_blank">La fine del millennio</a>).</p> <p>Qualche anno fa <a href="http://dirittodigitale.com/adr-e-pubblica-amministrazione/" target="_blank">scrivevo</a> in modo assai cauto di ADR nella pubblica amministrazione preoccupandomi dell&#8217;eventuale danno erariale che si sarebbe potuto contestare a quell&#8217;amministratore che avesse sottoscritto una transazione invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="90" height="106" /></a>Ricordando Vasco Rossi mi verrebbe da dire &#8220;<em>magari tu volevi fare del bene e hai fatto male&#8230;</em>&#8221; (<a href="http://testi-canzoni.musiczone.it/vasco-rossi/tracks/testo-canzone-la-fine-del-millennio.html" target="_blank">La fine del millennio</a>).</p>
<p>Qualche anno fa <a href="http://dirittodigitale.com/adr-e-pubblica-amministrazione/" target="_blank">scrivevo</a> in modo assai cauto di ADR nella pubblica amministrazione preoccupandomi dell&#8217;eventuale danno erariale che si sarebbe potuto contestare a quell&#8217;amministratore che avesse sottoscritto una transazione invece di attendere una (più favorevole, forse&#8230;) sentenza..mentre ora si possono leggere sentenze che condannano perché la transazione è stata raggiunta troppo tardi!</p>
<p>Insomma si sbaglia comunque! Prima per pessimismo ed ora per ottimismo: ma, d&#8217;altra parte, come diceva Paracelso &#8220;<em>è la <strong>dose</strong> che fa il velen</em>o&#8221;&#8230;</p>
<p>La Corte dei conti ha infatti stabilito che</p>
<blockquote><p><em>riconosciuta la colpa grave di Consiglieri comunali che, pur disponendo di elementi informativi che univocamente <strong>evidenziavano la convenienza</strong> per l&#8217;ente di una proposta di transazione formulata dalla controparte ed approvata dalla Giunta municipale, s&#8217;erano rifiutati di deliberare il conseguente riconoscimento del debito fuori bilancio, il danno erariale è stato ritenuto pari alla differenza tra l&#8217;importo erogato per una transazione intervenuta dopo due anni e quello, minore, che l&#8217;ente avrebbe affrontato secondo la proposta originaria. Non sono state accolte le contro-deduzioni della difesa che invitavano a tener conto dell&#8217;arricchimento del Comune connesso alla temporanea disponibilità di somme di denaro, per mancata prova dell&#8217;asserito arricchimento, non avendo i convenuti dimostrato che le somme poi erogate provenivano da depositi fruttiferi e non avendo quantificato il beneficio che l&#8217;ente avrebbe tratto dal prolungato deposito in tesoreria di risorse finanziarie. C. Conti Sez. giurisdiz., 21/01/2008, n. 215,  Giornale Dir. Amm., 2008, 6, 688)</em></p></blockquote>
<p>Forse indiretto come <em>feed-back </em>al mio articolo precedente, ma almeno un segnale: la transazione non è di per se &#8220;pericolosa&#8221; per gli amministratori, ma solo nella misura in cui in base agli elementi disponibili non sia conveniente.</p>
<p>Potrebbero, quindi, considerarsi diversamente quelle questioni, come la responsabilità medica nell&#8217;ambito di Aziende Ospedaliere in cd. <a href="http://salute.doctissimo.it/le-news-della-salute/ansa-sanita-esplode-contenzioso-medici-pazienti-paga-ospedale_2389.html" target="_blank">autotutela</a> (ossia non assicurate) da trattare in mediazione. Anzi a questo punto la mediazione pare proprio la sede ideale per fare un accurato <em>brainstorming</em> circa la convenienza della transazione per la p.a.: il fatto che si tratti una transazione (<em>rectius</em> si un accordo) ottenuta tramite l&#8217;opera di un terzo (il mediatore), inoltre, potrebbe contribuire a disegnare in maniera diversa il problema responsabilità per danno erariale. Nella negoziazione faccia a faccia che normalmente si mette in atto per giungere ad una transazione, infatti, molti dati o informazioni potrebbero risultare &#8220;oscuri&#8221; o non verificati o verificabili in ragioni di tatticismi negoziali o scelte strategiche; con il mediatore, invece, che può avere accesso a tutte le informazioni ed a tutti i dati, il processo negoziale &#8211; così guidato &#8211; pare più efficiente ed equilibrato. Inoltre la possibilità di confrontarsi con un soggetto (il mediatore) che è conoscenza  - almeno virtualmente &#8211; del 100% delle informazioni, può costituire un efficacissimo esercizio di analisi della verosimiglianza dei propri assunti, deduzioni ed inferenze, circa l&#8217;esito del giudizio.</p>
<p>Che sembra essere proprio l&#8217;aspetto che discrimina la responsabilità&#8230;</p>
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		<title>Avvocati, conflitto e persone: quando il diritto non è tutto.</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 09:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea B.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gestione dei conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"></a>Anticipo i primi risultati di un piccolo lavoro di ricerca che abbiamo iniziato da poco e consistito in un sondaggio rivolto ad alcuni avvocati (campione di circa 200 soggetti intervistati).</p> <p>Si tratta di un <a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/Questionario.pdf">questionario</a> con 15 domande, le cui risposte sono state raggruppate in 3 diversi insiemi.</p> <p>Questi i quesiti del primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-684" title="ioi" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2010/02/ioi-e1266168311961.jpg" alt="" width="72" height="85" /></a>Anticipo i primi risultati di un piccolo lavoro di ricerca che abbiamo iniziato da poco e consistito in un sondaggio rivolto ad alcuni avvocati (campione di circa 200 soggetti intervistati).</p>
<p>Si tratta di un <a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/Questionario.pdf">questionario</a> con 15 domande, le cui risposte sono state raggruppate in 3 diversi insiemi.</p>
<p>Questi i quesiti del primo gruppo:</p>
<ol>
<li>Credi che il conflitto relazionale possa prescindere dalle questioni di merito ?</li>
<li>Hai mai avuto la sensazione che oltre al diritto, esista “altro” nel problema portato dal cliente								(emotività, voglia di riscatto o rivincita morale o personale) ?</li>
<li>Credi che esista una emergenza conflittualità in Italia?</li>
<li>L’avvocato si trova  al bivio tra soluzione processuale e non processuale dei problemi delle persone ?</li>
<li>L’avvocato deve occuparsi solo di questioni prettamente giuridiche ?</li>
</ol>
<p>Queste le risposte:</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/Tab2.jpg"></a><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/Tab2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2450" title="Tab2" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/Tab2.jpg" alt="" width="566" height="293" /></a></p>
<p>Si può considerare:</p>
<p>A)  La maggior parte degli avvocati ha idee non del tutto definite sul conflitto relazionale, poiché più del 50% non sa se esso possa prescindere dalle diverse questioni di merito: si litiga <strong>con qualcuno</strong> o <strong>su qualcosa</strong>?</p>
<p>B) Praticamente tutti gli avvocati si rendono conto che c&#8217;è qualcosa oltre al diritto: come reagiscono, però, di fronte a questo? Ne prendono atto, tornando dunque ad occuparsi dei (soli) aspetti giuridici, o si preoccupano del fenomeno conflitto in quanto tale?</p>
<p>C) Oltre il 60% degli intervistati riconosce che esiste un emergenza-conflitto e poco meno si <a href="http://dirittodigitale.com/avvocato-non-solo-giurista-storia-di-una-mediazione-fallita/" target="_blank">rendono conto di essere al bivio</a>: fare causa o fare altro?</p>
<p>D) Più di due terzi dei colleghi riconosce anche che l&#8217;avvocato non debba occuparsi di solo diritto: cioè è coerente con le risposte date in precedenza e si coniuga in maniera significativa con i risultati del secondo gruppo che riguardano le seguenti domande:</p>
<ul>
<li>(domanda n. 14) Credi che le competenze di psicologi possano essere utili nella normale attività forense ?</li>
<li>(domanda n. 15) Credi che le competenze di psicologi possano essere utili nell&#8217;attività forense	 solo in presenza di “patologie”  o per dubbi sulla capacità di agire o di intendere e di volere</li>
<li>(domanda n. 6) L’avvocato, per occuparsi di questioni non prettamente giuridiche, dovrebbe avere  un’apposita formazione ?</li>
<li>(domanda n. 7) Ritieni che la formazione universitaria giuridica dovrebbe essere integrata con competenze non giuridiche								(comunicazione, negoziazione, problem solving, gestione conflitto) ?</li>
<li>(domanda n. 8) Ritieni che la formazione dell’avvocato dovrebbe essere integrata con competenze non giuridiche								(comunicazione, negoziazione, problem solving, gestione conflitto) ?</li>
</ul>
<p>Queste le risposte per il secondo gruppo:</p>
<p><a href="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/tab1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2451" title="tab1" src="http://dirittodigitale.com/wp-content/uploads/2011/06/tab1.jpg" alt="" width="554" height="279" /></a></p>
<p>In sintesi sembra proprio che il campione nel 50% dei casi veda lo psicologo (o la psicologia?) come una risorsa da utilizzare anche al di fuori delle patologie (domanda 15), ma non sa come o quando (v. frammentarietà delle risposte alla domanda n. 14) e sembra anche che per migliorare la sinergia <em>avvocatura-psicologia/problem-solving e gestione conflitto</em> si debba intervenire sin dalla formazione (circa il 60%) in ambito universitario (oltre l&#8217;80%) o in sede di aggiornamento professionale o formazione continua (poco meno dell&#8217;80%).</p>
<p>E pensare che la maggior parte degli insegnamenti universitari e dei seminari/corsi per avvocati si preoccupano soprattutto di diritto, contenuti e merito&#8230;</p>
<p>C&#8217;è di che riflettere.. (intanto stiamo allargando il campione&#8230; )</p>
<p>&nbsp;</p>
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