Capire senza giudicare. Il valore della mediazione

La sentenza che mette fine ad un processo civile riesce a soddisfare le esigenze delle parti coinvolte nella misura in cui il loro bisogno sia “giuridico”; non lo risolve in tutti quei casi in cui il problema è – in tutto o in parte “relazionale”, ossia connesso alla “considerazione” che ogni parte litigante ha dell’altra; quando si ha a che fare con problemi di comunicazione, di emotività, di percezioni, di elaborazioni unilaterali e soggettive della realtà che ci circonda.

Il che può accadere assai spesso: quante delle liti che finiscono in tribunale si possono considerare prive di “questioni personali”? Quante questioni di condominio, confini, per non parlare di divisioni immobiliari o ereditarie riguardano solo il diritto? E quante invece nascondono anche gravi problemi di invidie, incomprensioni, desiderio di rivalsa (per non dire vendetta…)?

Non è possibile dare una risposta a priori, ma evidentemente solo ex post, cioè analizzando il singolo caso: in ogni caso l’analisi andrebbe fatta da chi sa cosa cercare…

E se il “cercatore” è abituato, cioè formato, solo per “trovare” problemi giuridici, come può trovare altro? E come può usare strumenti che non siano giuridici?

Si giunge così, al vero valore aggiunto della mediazione: gestire e risolvere – quando è possibile – in maniera efficace ed efficiente il conflitto interpersonale che è qualcosa di molto diverso da una controversia di puro diritto.

Tutto ciò si riverbera direttamente sulle competenze e capacità del mediatore – sinteticamente indicate nel D.M. 180/2010 – che sembrano tanto assomigliare  sempre più spesso a quelle oggi definite “trasversali” e che comunque non fanno parte del classico corso di studi del giurista, ma neanche dell’economista.

Di cosa stiamo parlando?

Di scienze cognitive, psicologia, analisi dei processi decisionali e negoziazione, ossia di come funzionano:

  • le percezioni sensoriali ed il nostro cervello che non si limita a recepire la realtà, ma la (ri)costruisce in una maniera piuttosto soggettiva. Essa è quindi il risultato della creazione di veri a propri “filtri” (dal funzionamento spesso automatico e dunque inconsapevole) che non lasciano passare tutti le informazioni, ma solo alcune;
  • le elaborazioni mentali che seguono le percezioni e che sono, assai più spesso di quel che si possa pensare, condizionate anche pesantemente dalle emozioni che, a loro volta, possono essere il frutto  di credenze,  euristiche poco accurate o veri e propri stereotipi e pregiudizi.

Il tutto potrebbe essere rappresentato come segue:

In pratica ognuno di noi (e dunque anche le parti coinvolte in una lite) utilizza una propria personale “scala dell’inferenza”: pur partendo da un medesimo fatto si giunge ad una diversa rappresentazione mentale che porta a conclusioni “naturalmente” differenti (le scale sono divergenti e non convergenti: di conseguenza un certo tipo di conflitto è del tutto fisiologico).

Ma anche di comunicazione: tutti pensiamo che sia facilissimo comunicare e, invece, chiunque abbia studiato un po’ al riguardo potrà rendersi conto di quanto sia difficile. Specie se parliamo di comunicazione efficace o costruttiva. Quella distruttiva ad esempio è quella che si verifica tipicamente nel conflitto che, a questo punto si può intuire, è un fenomeno che prescinde spesso dal diritto e che, in tale ipotesi, non solo non può essere risolto con una sentenza, ma che può essere addirittura aggravato ed esasperato con conclusioni talvolta gravi.

Quando non riusciamo a spiegare il comportamento altrui – che è un modo di comunicare – , infatti, siamo soliti pensare che questo qualcuno sia pazzo o cattivo. E se invece riflettessimo su quanto (poco) lo conosciamo, sui sui problemi, sulle sue paure o esigenze e sulla capacità comunicativa di entrambi?

Per non parlare della negoziazione basata sugli interessi (Shell, Fisher, Ury e Patton), della escalazione del conflitto (Glasl) o di economia emotiva (Motterlini).

Questo è il grande potere della mediazione: provare a capire come e perché le parti arrivano a certe considerazioni sulla lite o sull’avversario, ma senza giudicare. Ricostruire un canale di comunicazione efficace per tentare negoziazioni produttive di accordi. Riuscire proprio laddove le parti o i loro consulenti (non appositamente formati) hanno fallito.

La diversità è un grande valore che andrebbe tutelato e che, invece, talvolta viene“fresato” con una sentenza.

Significative al riguardo le parole di Mandela: “Le persone sono persone per mezzo di altre persone”.

Un pensiero su “Capire senza giudicare. Il valore della mediazione

  1. Gian Marco Boccanera

    Spesso infatti troviamo che sotto la controversia giuridica vi sono motivazioni squisitamente psicologiche: di rivalsa, di vendetta, di egemonia, di errata percezione di comportamenti altrui interpretati come lesivi nel proprio senso dell”onore” , etc.
    Da tempo, per far capire ai Colleghi ancora scettici la differenza sottile che esiste tra CONCILIAZIONE e TRANSAZIONE, uso un termine ad hoc. METACONTROVERSIALE (!!!)
    Con la transazione le parti si accordano suddividendo la torta data, ovvero cercando soluzioni simmetriche al PETITUM, ovvero a ciò che appare dalla controversia, perchè ne costituisce il richiesto. Spesso , però, la controversia viene basata “solo giuridicamente” sul PETITUM , mentre fonda la sua ragion d’essere su motivazioni più profonde, più intime , che non si vuole che costituiscano oggetto della controversia, o che non ne potrebbero, giuridicamente, costituirne oggetto. E’ la sfera dell’ EXTRAPETITA o ULTRAPETITA, qualcosa che appartiene ad una dimensione diversa dalla dimensione in cui si svolge la transazione. E’ una dimensione SUPERIORE, che va al di là delle apparenze fenomenologiche della controversia, è una dimensione che ho avuto modo di definire, appunto, METACONTROVERSIALE, perchè va OLTRE quello che “prima facie” appare dalla controversia. E’ una dimensione in cui dovrebbe svolgersi la CONCILIAZIONE (O MEDIAZIONE CIVILE e COMMERCIALE) poichè spostandoci su linee sensibili, superiori alle mere apparenze, ed indagandole a fondo , anche con l’ausilio di altre scienze tra cui la psicologia e la filosofia, si è in grado di cogliere con più effettività i veri BISOGNI SOTTOSTANTI che hanno dato luogo alla controversia , e che magari sono stati solo apparentemente rivestiti da plausibili motivi giuridici a supporto.
    Gian Marco Boccanera- Roma.

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