Avvocato non solo giurista ? (storia di una mediazione fallita).

Alla fine mi sono sentito come il medico che avrebbe – forse – la medicina giusta,  ma che non può usarla…perché lo stato della malattia è troppo avanzato.

Ho provato sulla mia pelle e su quella dei litiganti che non tutti i conflitti possono essere risolti, mentre tutti possono essere prevenuti. Alla mia domanda “Se potessimo tornare indietro nel tempo, riavvolgere il nastro di questa complicata storia, fareste le stesse scelte?” La risposta – non tanto scontata – è stata: “no. Ma a questo punto cosa dovremmo fare…?“.

Domanda retorica, posta da entrambi i litiganti (separatamente  perché neanche si volevano vedere).

3 ore siamo stati a negoziare e per questo le parti hanno riconosciuto che la mediazione è stata almeno utile a tal fine, considerato che, in passato, non erano nemmeno riusciti a scambiarsi offerte o richieste.

Un passato lungo 17 anni, costellato di negoziati infelici alimentati a colpi di atti giudiziari, cause civili ed azioni esecutive, pignoramenti ed ipoteche sulla base.. di una sentenza di primo grado…

Da 10 anni non si parlano.

Un bisogno quasi mistico o compulsivo della sentenza, come ultima spiaggia: pur riconoscendo che su quella spiaggia si potrebbe arrivare… già affogati. Un atteggiamento quasi da “dipendenza patologica” da provvedimento giudiziario, che forse nascondo il timore, la paura o il dubbio di poter decidere da soli della propria vita.

Quel che mi frustra è che in quel passato ci sono stati avvocati che – spero convinti – di fare il meglio per i loro clienti, li hanno in realtà portati sull’orlo del baratro.

Mi chiedo allora: ma in quel momento all’inizio del conflitto, non si poteva davvero fare qualcos’altro? Non era certo inimmaginabile la fine del film… La posta era oggi, come allora, la vita, i legami familiari, un padre e una madre vedere i propri figli coinvolti nell’agone giudiziario. Era solo una questione di diritto? Non c’era forse dell’altro?

Ho ancora davanti agli occhi la profonda inspirazione che ha preceduto quel “no, ma...”; la sofferenza non detta, ma evidente, nel  dover riconoscere di essere arrivati ad un punto in cui non si sarebbe voluti essere, ma dal quale non si può più tornare indietro.

La cosa peggiore era una sorta di lucida follia: ammettere l’errore, riconoscere che esiste la possibilità di perdere, ma non poterne fare a meno. Schiavi della sentenza d’appello.

Ho riflettuto a lungo stanotte e facendo tesoro delle parole del Prof.  Nardone, provo formulare il mio primo elenco di cose  da non fare in mediazione. Già omettere questi errori potrebbe essere un buon viatico:

  • non chiedere aiuto a nessuno..
  • andare in mediazione quando è troppo tardi (si resta preda dell’overcommitment* o della regola “ho fatto 30, faccio 31..“, assolutamente irrazionale, ma seguitissima…)
  • andare in mediazione senza avvocato quando l’altra parte viene assistita da un legale (genera confusione ed asimmetria informativa: dati tecnici con dati non tecnici, base di dati incongrua…)
  • delegare ad altri (avvocato o consulente) le scelte circa le sorti della lite o farsi gestire direttamente da altri (idem come prima)

Alcuni comportamenti possono coinvolgere l’avvocato: a riguardo ci sono degli interrogativi:

  1. l’avvocato è consapevole di essere talvolta a presidio di un ideale bivio? Quando il cliente entra nello studio legale non sempre riesce a mettere a fuoco i propri interessi, né sempre riesce a rendersi conto delle conseguenze non solo giuridiche ed economiche della scelta della strategia di risoluzione della lite. Andare in tribunale può realmente impedire un accordo e compromettere una relazione. Tentare un accordo non impedisce mai di andare in tribunale
  2. se ne è consapevole, rispetta la funzione di problem solver aiutando il cliente a focalizzare i propri interessi e a prendere la soluzione migliore?

Cosa intendere per migliore si potrebbe dire?

Una soluzione efficace (non pretendo l’efficienza) in relazione alle priorità mostrate e su cui si è discusso. Insomma è più importante l’applicazione di una norma di diritto o la relazione con un fratello? Si potrebbe salvare la seconda senza rinunciare alla prima?

Come fare?

Questa domanda è assai più complessa.

Non abbozzo nemmeno una risposta, ma propongo altre domande: bastano le conoscenze di diritto? L’avvocato tutto sommato, non viene messo da nessuno volontariamente al bivio, ma ciò nonostante ci si viene a trovare, si può spostare ? O dovrebbe farlo ?

“Ogni collega avrà la sua etica a riguardo”, si potrebbe dire…”Forse”, si potrebbe rispondere…

A me preoccupano molto quelle situazioni in cui il bivio non viene visto da nessuno…

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*ossia la tendenza umana a non abbandonare una impresa (causa, progetto, trattativa..) dopo aver investito in essa molto tempo ed energie (v. R. Shell, Il vantaggio di negoziare, Giuffrè, pres. XIII)

Un pensiero su “Avvocato non solo giurista ? (storia di una mediazione fallita).

  1. Mediamediando

    Andare in tribunale può realmente impedire un accordo e compromettere una relazione. Tentare un accordo non impedisce mai di andare in tribunale.
    Concordo pienamente, vale sempre la pena tentare un accordo perché, come hai già detto, può evitare anni di preoccupazioni e non far deteriorare i rapporti sociali tra le parti, cosa che mi pare essenziale in particolare in alcune materie come ad esempio quella condominiale.

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