Archivio dell'autore: Tiziana C.

E-book:L’Italia sarà sanzionata?

Dopo aver risolto a livello nazionale il trattamento disparitario della vendita di libri on ed off-line,  il Governo  dovrà probabilmente affrontare di nuovo la questione dell’aliquota iva degli e-book, in quanto la Corte di Giustizia europea con sentenza del 5 marzo scorso ha accolto il ricorso della Commissione europea contro la Francia e il Lussemburgo, che applicano rispettivamente l’aliquota iva al  5,5% e il 3% per gli e-book.

Come noto, la nuova formulazione dell’articolo 98 della direttiva Iva 2006/112/Ce prevede espressamente che ” le aliquote ridotte sono in ogni caso escluse per i servizi forniti elettronicamente”.  Lo scopo della nuova disposizione europea è determinare l’applicazione nel campo delle vendite on-line delle aliquote ordinarie, in quanto essi sono a tutti gli effetti servizi e non beni. La sentenza ribadisce che “si considera <<prestazioni di servizi>> l’operazione che non costituisce cessione di beni, mentre, a norma dell’articolo 14, paragrafo 1, di tale direttiva, si considera <<cessioni di beni>> il trasferimento del potere di disporre di un bene materiale come proprietario.  Queste le motivazioni alla base della sentenza di condanna della Corte Europea di marzo.

In proposito i giudici europei ribadiscono che il libro elettronico, anche se “ceduto” attraverso un passaggio informatico, non costituisce mai un “bene materiale”. Così facendo anche gli e-book ceduti dai piccoli editori, segnati con il social DRM, vengono assimilati alle piattaforme on-line di Amazon, Apple ed altri; stabilendo che un e-book, per il solo fatto di essere in formato elettronico, non è mai un “bene materiale”.

Analizzando  la questione sotto il profilo del richiamo al principio di neutralità fiscale,  effettuato oltre che  dai governi francese e lussemburghese, anche dalla stessa Corte Ue nella sentenza C-219/13 resa l’11 settembre 2014, i giudici del 5 marzo scorso, hanno sottolineato come tale principio opera laddove si è in assenza di una disposizione non equivoca e l’art. 98 della direttiva iva, a parere dei giudici, “non è una disposizione, che in modo non equivoco, estende l’ambito di applicazione delle aliquote ridotte alla fornitura di libri elettronici.”

Il giudizio della Corte Ue, però, non ha dissipato tutti i dubbi in quanto, con l’applicazione della nuova territorialità Iva, i prestatori B2C applicano l’Iva del Paese dell’acquirente, risolvendo il problema delle grandi società di servizi digitali con sede di comodo in Paesi a fiscalità privilegiata, ma determinano una discriminazione nei confronti delle imprese più piccole e le start up innovative, che nonostante il sistema del Moss, fanno fatica ad individuare l’effettiva residenza dei clienti e a gestire l’intero sistema in autonomia.  Google e gli altri big, si stanno attrezzando, sviluppando software, che calcolano in modo automatico le aliquote in base alla residenza dell’acquirente, mentre i piccoli editori probabilmente subiranno la loro concorrenza.

Se poi si analizzano le disposizioni fiscali sotto il profilo del B2C realizzato da un contribuente minimo, la situazione appare ancora confusa.

Secondo la C.M. n. 36/E/2010 i servizi digitali resi dall’operatore “minimo” italiano a privati consumatori di altri Paesi membri configurerebbero un’operazione interna, non soggetta a Iva, perciò non è richiesta né la registrazione al MOSS, né tantomeno la identificazione Iva nei Paesi di consumo.

Tale disposizione della nostra amministrazione finanziaria, sembrerebbe non compatibile con le istruzioni fornite da altre Autorità fiscali di altri Paesi membri in cui opera il regime di franchigia ex artt. 281 ss. Della Direttiva n. 2006/112/CE.

Nel Regno Unito, infatti, le Autorità hanno precisato che le imprese inglesi con un volume d’affari non superiore a 81.000 sterline (non tenuti a richiedere un numero di partita Iva), se prestano servizi digitali a consumatori di altri Paesi UE, sono obbligate ad applicare la nuova deroga territoriale basata sul Paese del committente, con l’obbligo di registrarsi al MOSS, in alternativa dell’identificazione Iva nei Paesi Ue di consumo.

Non rimane che attendere chiarimenti in merito.

 

legge di stabilità 2015 : e-book iva al 4%

Finalmente con la legge di Stabilità 2015 il Governo ha posto fine ad una disparità di trattamento nelle vendite di libri, che aveva penalizzato non poco le vendite dei cosiddetti e-book. Infatti, fino ad ora i soli libri presenti nella Tabella A parte II iva al 4% erano quelli tradizionali e per i libri in formato elettronico, il venditore era costretto ad applicare l’aliquota al 22%, con un evidente penalizzazione del commercio elettronico di libri. Tale divergenza  contravveniva alle disposizioni Ocse sulla necessità di non prevedere forme di tassazione del commercio elettronico specifiche e di utilizzare la tassazione già presente per le cessioni di beni  analoghi senza internet.

La nuova territorialità delle prestazioni on-line e il M.O.S.S.

Con il regolamento di esecuzione ue n. 1042/2013, come noto la territorialità Iva delle prestazioni B2C è destinata a cambiare. Il provvedimento del Consiglio Europeo ha previsto, infatti, lo spostamento degli obblighi di versamento dell’Iva nel paese del destinatario della prestazione a partire dal 1° gennaio 2015.  Per le prestazioni svolte con mezzi elettronici, cosiddetto Commercio elettronico diretto, il prestatore, sia esso Ue o extra-Ue, dovrà versare l’Iva, nel paese del committente. Così, ad esempio, un piccolo rivenditore di musiche on-line sarà obbligato ad identificarsi, dal punto di vista Iva, in ogni Stato in  cui effettua le sue vendite, a meno che non scelga di adottare il regime opzionale dei Mini One Stop Shop (Mini Sportello Unico IVA). Questo regime facoltativo prevede la possibilità per il piccolo rivenditore Ue di identificarsi nello Stato membro in cui ha la sede e di effettuare i versamenti Iva al solo Stato membro, quest’ultimo provvederà a girare l’Iva agli stati Ue di provenienza del consumatore finale. Anche il piccolo rivenditore extra-Ue sarà tenuto a versare l’Iva in tutti gli Stati in cui eseguirà la sua prestazione, in questo caso il rivenditore extra-ue, se vorrà accedere al regime opzionale dei M.O.S.S., dovrà procedere all’identificazione in un solo stato membro da lui prescelto e tramite questo Stato effettuerà i versamenti dell’Iva. L’ Agenzia delle Entrate ha reso possibile la registrazione al regime Mini One Stop Shop già dal 1 ottobre 2014, anche se sarà valida solo per l’anno d’imposta 2015, in quanto solo dal 1° gennaio 2015 entrerà in vigore la nuova territorialità. L’opzione è facoltativa, ma sarà valida per l’esercizio di opzione e per i due successivi in tutti gli Stati membri Ue.

 

E-commerce e tassazione italiana

I principi di promozione del commercio elettronico sottoscritti dai ministri dei Paesi OCSE nel “OECD Action Plan for Electronic Commerce” tenutosi ad Ottawa nel 1998,  stanno prendendo forma nella realtà economica europea, ma ci sono ancora degli ostacoli da rimuovere, primo fra tutti la tassazione. L’armonizzazione delle tassazioni nei diversi Stati e la necessità di evitare la doppia imposizione fiscale, sono due problemi che l’UE deve ancora risolvere al meglio. Come ben evidenziato da Report di domenica 16 dicembre 2012, le grandi società di e-commerce cercando di ottenere un risparmio fiscale stabiliscono molto spesso la loro sede legale in un paese UE con una tassazione maggiormente favorevole ed attraggono sotto tale tassazione tutto il loro fatturato, anche quello proveniente da altri Stati UE con una maggiore tassazione. Dall’altra parte gli Stati rivendicano ognuno il loro potere impositivo sulle transazioni on line che hanno coinvolto il loro territorio. In un’epoca come quella attuale dove gli Stati sono sempre più alla ricerca di materia imponibile ed i settori in crescita dai quali attingere sono rari, specie nei paesi già sviluppati, l’economia del web, che vale  da solo il 3% del Pil italiano, pari a ben 31,6 miliardi di euro, attrae l’attenzione di tutti gli Stati.  L’e-commerce è diventato il vero motore delle economie consolidate, anche grazie al taglio dei costi di gestione dell’It grazie al “cloud computing” del 70% che ha dato una mano allo sviluppo dell’offerta di prodotti, servizi e contenuti online, sempre più variegata.(fonte: Il Sole24ore mercoledì 29 giugno 2011).

Ma quali sono i criteri adottati dal nostro legislatore per stabilire se una transazione online è produttrice di reddito tassabile direttamente in Italia?

L’Italia, come tutti i paesi OCSE, applica  la Direttiva UE “Quadro giuridico del commercio elettronico nel mercato interno”, del’8 giugno 2000, con la quale si è stabilito che il principio cardine della stabile organizzazione, si ravvisa solo a fronte di un server di proprietà dell’impresa a condizione che la transazione sia gestita autonomamente via Internet. Il server può costituire stabile organizzazione  del content provider, purchè sia nella piena disponibilità (in affitto o in proprietà) del soggetto che svolge l’attività d’impresa. Questo concetto è fondamentale dato che spesso le imprese di servono di un contratto di hosting con un’Internet Service Provider. Le vendite via Internet, ai fini delle imposte dirette, sono dunque tassate in Italia se attraverso il server sono svolte in automatico funzioni tipiche connesse all’attività di vendita( conclusione del contratto, pagamento e consegna della merce acquistata), mentre la sola esposizione di cataloghi, pubblicità o altre informazioni sui prodotti, non qualificano il server come una stabile organizzazione.

I dubbi in merito a tale principio sono molti, primo fra tutti quello del metodo di tassazione scelto. Infatti, ancora una volta ci si riferisce al concetto tradizionale della fisicità, per individuare la territorialità dell’operazione. Così facendo però si consente alle imprese di operare “virtualmente” in un dato Paese, stabilendosi, invece, “fisicamente” e fiscalmente in un altro (ad esempio, un territorio a fiscalità privilegiata). L’altro problema che si genera è la simulata ubicazione di una società, di fatto residente nel nostro Paese, in un più favorevole ordinamento tributario (esterovestizione). Su quest’ultimo punto occorre rilevare l’intervento del nostro legislatore per contrastare tale fenomeno, con il decreto legge n.223 del 4 luglio 2006, che ha modificato l’art. 73 del Tuir, aggiungendo i commi 5-bis e 5-ter. L’enunciato normativo, norma di agevolazione probatoria, ha lo scopo di arginare la costituzione di società estere fittizie, spesso holding intermedie, possedute da soci italiani, per fruire del regime della partecipation exemption e sottrarsi agli obblighi fiscali italiani molto più pesanti.

L’Europa applica le linee guida dell’Ocse in materia di commercio elettronico

Nel luglio 2001 l’Ocse ha pubblicato un articolo sul “Oecd Observer” in merito alle conferenze sull’ITC ed il commercio elettronico. In questo articolo si spiegava come il motore del commercio elettronico è la “fiducia del consumatore e degli utilizzatori del commercio elettronico”; e si poneva l’accento sulle seguenti azioni che avrebbero portato all’incremento di tale fiducia:

  • Aumentare gli strumenti di difesa del consumatore, come l’utilizzo della ADR Alternative Dispute Resolution e la tutela della privacy;
  • Revisionare e valutare,  attraverso workshops,  i progressi del primo anno nell’attuazione “Linee guida per la tutela dei consumatori nel contesto del commercio elettronico”  stilate nel Dicembre 1999;
  • Studiare metodi di pagamento elettronici sicuri;
  • Diffusione delle informazioni per favorire processi decisionali dei consumatori consapevoli;     
  •  Un “Codice delle leggi a tutela dei consumatori, delle politiche e degli usi e consuetudini vigenti nei paesi membri dell’OCSE”   Continua a leggere