Archivio dell'autore: Emanuela N.

Il caso del matrimonio viziato e…della privacy

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Il fatto

Tizio riferisce di aver presentato istanza alla ASL competente per prendere visione ed estrarre copia della cartella clinica intestata alla moglie, che sarebbe stata da molti anni in cura presso l’ASL medesima.

L’istanza, alla quale non era stata data risposta, era stata avanzata per promuovere un’azione giurisdizionale innanzi al Tribunale ecclesiastico per conseguire la declaratoria di nullità del matrimonio (viziato dal fatto che i disturbi psichici – da cui la predetta sarebbe stata affetta da tempo – sarebbero stati sempre sottaciuti).

Le norme

L. 241 /1990 artt. 22, 24

D.Lgs 196/2003 artt. 59-60

I quesiti

E’ legittimo esercitare il diritto di accesso a documenti amministrativi contenenti dati personali del coniuge?

Nella comparazione  tra gli interessi in gioco, prevale il diritto di accesso ai documenti amministrativi o quello alla riservatezza?

Privacy e luoghi di privata dimora

Rispondendo alla segnalazione di un noto attore, il Garante per la protezione dei dati personali, col provvedimento del 22 dicembre 2009 (relatore Mauro Paissan), ha dichiarato l’illiceità della raccolta e della diffusione delle immagini che lo riguardano perché lesive del diritto alla riservatezza della vita nella privata dimora, protetta alla vista esterna. Il legittimato attivo lamentava la pubblicazione, da parte di alcune testate giornalistiche, di fotografie che lo ritraevano in compagnia di ospiti all’interno del parco di pertinenza della villa di sua proprietà, preservato alla visibilità esterna da un muro di cinta e da un’alta siepe: i fotografi avrebbero catturato le immagini ricorrendo a disdicevoli espedienti (es. aprendo dei varchi tra le foglie della siepe o alzandosi in punta di piedi oltre il muro di cinta), pregiudicando la legittima aspettativa di intimità e riservatezza assicurata dalla barriera visiva posta a protezione dell’abitazione. Alla luce dei principi espressi da recenti pronunce della Corte di Cassazione: ”… la ripresa fotografica da parte di terzi lede la riservatezza della vita privata ed integra il reato di cui all’art. 615-bis, c. p., sempre che vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei. Ne consegue che se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza…“(Cass. Pen. Sez. V n. 40577/2008; n. 44156/2008).

Sulla base di tale giurisprudenza, il Garante, nel caso de quo, ha ritenuto non “normalmente” osservabile un luogo se, per vedere ciò che in esso avviene, è necessario superare, fisicamente o con strumenti tecnologici, una barriera visiva, quali muri o siepi posti a delimitazione della privata dimora, che hanno, tra gli altri, lo scopo di escludere o limitare la visibilità all’esterno di ciò che avviene all’interno. Secondo l’Autorità, le modalità di acquisizione di tali immagini contrastano con le garanzie di trasparenza e correttezza che devono caratterizzare la raccolta di dati personali a cui si devono attenere i giornalisti nell’esercizio della loro attività (artt. 11 e 12 D.lgs. 196/2003; artt. 2 e 3 codice di deontologia sul trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica: allegato A1 D.lgs. 196/2003), indipendentemente dalla notorietà dei personaggi coinvolti. Alla disponibilità mostrata da personaggi più o meno famosi di sottoporsi ai riflettori mediatici, dunque, non consegue automaticamente la legittimazione di qualsiasi forma di raccolta e di utilizzo delle immagini che li riguardano, occorre piuttosto accertare caso per caso la liceità o meno del trattamento in questione. Riguardo alle altre fotografie oggetto della segnalazione che, invece, sono state scattate in luoghi normalmente visibili dall’esterno (es. sulla scalinata di accesso alla villa o sui balconi), l’Autorità ha ritenuto leciti gli scatti, in quanto rappresentativi di persone in luoghi pubblici o, comunque, in luoghi aperti al pubblico,ovvero in spazi per loro natura esposti alla visibilità di terzi.

Fax e p.a., invio e ricevuta

Nel procedimento amministrativo, allorché l’amministrazione abbia espressamente abilitato l’istante all’uso del fax per la comunicazione delle osservazioni ai motivi ostativi all’accoglimento del ricorso, il rapporto di conferma costituisce prova dell’avvenuta trasmissione del documento, con conseguente presunzione di conoscenza dello stesso da parte del destinatario, il quale può vincerla solo fornendo la prova rigorosa della mancata funzionalità dell’apparecchio ricevente.
Lo ha stabilito il T.A.R. Lazio nella sentenza n. 5113 del 27.05.08, accogliendo il ricorso di una società che si era vista rigettare illegittimamente da una Agenzia pubblica una domanda di ammissione alle agevolazioni di cui al d. lgs n.185/00. Rilevando alcuni vizi nel merito della domanda, la p.a. comunicava alla richiedente i motivi ostativi all’accoglibilità della stessa, con l’espresso invito alla presentazione, anche via fax, di osservazioni scritte. Nonostante la società avesse trasmesso i pretesi chiarimenti, l’Agenzia comunicava la non ammissibilità della domanda per infruttuoso decorso del termine, asserendo la mancata ricezione del fax e depositando in tal senso una dichiarazione del responsabile dell’area istruttoria. Poiché ex art. 45, c. 1, d.lgs. n. 82/05 (Codice dell’amministrazione digitale) “i documenti  trasmessi da chiunque ad una p.a. con qualsiasi mezzo telematico o informatico, ivi compreso il fax, idoneo ad accertarne la fonte di provenienza, soddisfano il requisito della forma scritta…” e posto che gli accorgimenti tecnici che caratterizzano il sistema garantiscono una sufficiente certezza circa la ricezione del messaggio, nel momento in cui il fax viene trasmesso e ciò risulti documentato dal c.d. rapporto di trasmissione, si forma la presunzione della sua ricezione in capo al destinatario, il quale può vincerla solo opponendo la prova rigorosa della mancata funzionalità dell’apparecchio ricevente. Il principio, che si desume dal d.lgs. 82/05 e dal T.U. 445/00, secondo cui la comunicazione via telefax rappresenta uno strumento idoneo a determinare la piena conoscenza di un atto o documento, non può infatti essere vanificato da semplici dichiarazioni del soggetto destinatario che opponga tout court di non avere ricevuto il fax.