Accesso abusivo ex art. 615 ter c.p.: (dis)orientamento in Cassazione

L’art. 615 ter codice penale prevede:

Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

L’interpretazione ruota intorno a tre concetti-base:

  1. il fatto che esista una protezione
  2. il fatto che l’accesso sia abusivo
  3. il fatto che vi sia una volontà contraria all’accesso

Protezione. Per quanto concerne il primo requisito la giurisprudenza è costantemente orientata nel ritenere che il reato sussista solo se c’è un qualsiasi sistema di sicurezza o autenticazione che, per quanto debole o semplice, sia in grado di dimostrare la volontà di chi detiene o gestisce il sistema informatico diretta a consentire solo accessi selezionati: ciò permette, quindi, di distinguere tra una risorsa privata e una risorsa pubblica. Così l’accesso ad una cartella di documenti condivisi, ad un sito web o, anche, ad una una rete wi-fi, non protetti nemmeno da una password, non integra il reato in esame. (Trib. Milano Sez. III Sent., 19/03/2007). Si segnala anche che le misure di protezione possono anche essere fisiche-organizzative e non debbono essere solo logico-informatiche (Cass. pen. Sez. V, 07/11/2000, n. 12732).

Volontà contraria. L’elemento che permette di discernere tra pubblico e privato è dato dall’esercizio del cd. ius excludendi da parte chi sia titolato a ciò: attenzione, però al paragone con il domicilio fisico (un’abitazione o un ufficio).

L’art. 614 c.p., infatti, prevede:

Chiunque s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con inganno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni

Ammesso e non concesso che sia corretto procedere con il paragone domicilio-fisico/domicilio-informatico, considerando che il primo è inteso come “persona-ambiente” che gode di riconoscimento costituzionale, mentre il secondo potrebbe non avere sempre tale riconoscimento, si può considerare quanto segue.

La legge non fa differenza tra abitazione con la porta aperta o chiusa e quindi alla maggiore o minore facilità dell’accesso: ciò che rileva è, infatti – come detto – la volontà del proprietario di voler inibire l’ingresso, anche se non ha inchiavato la porta.

La regola infatti è:

  • “non si entra in casa altrui se non si è invitati”

e non

  • “si può entrare in casa altrui se la porta non è inchiavata”

La presenza o meno della password o di altri sistemi di sicurezza, è l’elemento che permette di comprendere se si sia in presenza di un “ambiente privato – domicilio – informatico” o ad un “ambiente pubblico – una piazza – informatico”.

La password, in altre parole, non svolge la funzione della porta, ma quella di identificare un luogo “riservato”.

Abuso. Continuando il parallelo tra il 615 ter c.p. e il 614 c.p., l’ l’introdursi “abusivamente” previsto nella prima norma, pare corrispondere all’introdursi “clandestinamente o con l’inganno” della seconda.

La questione quindi non riguarda più la volontà o meno di escludere qualcuno dall’ingresso, ma quella dell’eventuale elusione dei presidi di sicurezza. Ed il problema risiede essenzialmente in questo: se la legittima conoscenza della password o uso di altre credenziali d’accesso escluda sempre il reato. Il che equivale a dire che commette il reato solo chi “cracka” o sottrae la password.

L’orientamento della giurisprudenza non è affatto univoco, con riferimento all’elemento relativo all’abuso; anzi la Cassazione recentemente ha espresso posizioni contrastanti, riassunte nella tabella che segue:

Ipotesi

Sussiste il reato

Non sussiste il reato

Il soggetto sebbene autorizzato in generale, accede per finalità non istituzionali o funzionali al suo lavoro

Cass. pen. Sez. V Sent., 10/12/2009, n. 2987

Cass. pen. Sez. V Sent., 13/02/2009, n. 18006

Cass. pen. Sez. V Sent., 30/09/2008, n. 1727

Cass. pen. Sez. V Sent., 08/07/2008, n. 37322

Cass. pen. Sez. VI, 25/06/2009, n. 40078

Cass. pen. Sez. V Sent., 29/05/2008, n. 26797

Cass. pen. Sez. VI Sent., 08/10/2008, n. 39290, Cass. pen. Sez. V Sent., 20/12/2007, n. 2534

Applicando il principio alla base delle pronunce assolutorie, si dovrebbe ritenere che la donna delle pulizie in legittimo possesso delle chiavi della casa da pulire, possa accedervi anche fuori dell’orario di lavoro, senza commettere per questo solo, il reato ex art. 614 c.p.

Non si deve considerare – attenzione – se la predetta donna delle pulizia in occasione di accesso “dubbio” (ossia fuori dell’orario di lavoro) rubi qualcosa, poiché in tale ipotesi commetterebbe senz’altro il reato di furto; si deve solo considerare se, non rubando alcunchè (né commettendo altri reati) commetta comunque il reato di violazione di domicilio.

Probabilmente occorrerebbe una pronuncia delle Sezioni Unite al fine di evitare questi contrasti; nel frattempo potete solo sperare di “beccare” la porta giusta in Cassazione…

Questo è il bello e/o il brutto del diritto.

2 pensieri su “Accesso abusivo ex art. 615 ter c.p.: (dis)orientamento in Cassazione

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